Sisma, i funerali delle vittime marchigiane. "Signore, e adesso che si fa?"

Il Vescovo D'Ercole presiede le esequie delle vittime del sisma
Foto: Rai
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In una atmosfera di grande e composto dolore ad Ascoli Piceno si sono svolti i funerali delle vittime marchigiane del sisma che la notte tra mercoledi e mercoledi ha devastato i paesi di Amatrice, Accumoli e Arquata e le frazioni limitrofe. Al rito, presieduto dal Vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D'Ercole, hanno partecipato il Presidente della Repubblica Mattarella, i Presidenti del Parlamento Grasso e Boldrini, e il Presidente del Consiglio dei Ministri Renzi. Concelebrano il Vescovo di Rieti Pompili e l'Arcivescovo de L'Aquila Petrocchi.

"E adesso, Signore, che sifa? - ha esordito nell'omelia Monsignor D'Ercole - quante volte, nel silenzio agitato delle mie notti di veglia e d’attesa, ho diretto a Dio la stessa domanda che mi sono sentito ripetere da voi in questi giorni. A nome mio, nel nome di questa nostra gente tradita dal ballo distruttore della terra: e adesso che si fa? mi sono rivolto a Dio Padre, suscitato dall’angoscia, dall’avvilimento di esseri umani derubati dell’ultima loro speranza".

Il Vescovo di Ascoli Piceno offre parole di speranza e consolazione: "Le torri campanarie, che hanno dettato i ritmi dei giorni e delle stagioni, sono crollate, non suonano più. Polvere, tutto ormai è polvere. Eppure, sotto macerie - ha detto - c’e’ qualcosa che ci dice che le nostre campane torneranno a suonare, ritroveranno il suono del mattino di Pasqua. Un terremoto è la fine: un boia notturno venuto a strapparci di dosso la vita. La nostra terra, però, è popolata di gente che non si scoraggia".

"Le nostre origini - ha detto ancora Monsignor D'Ercole - sono contadine. In natura arare è come un terremoto per la terra: si spacca, è ferita, ne esce frantumata in zolle. L’aratro ferisce ma è lo strumento-primo per la nuova semina: si ara per preparare la terra a un nuovo raccolto. I sismologi tentano di prevedere il terremoto, ma solo la fede ci aiuta come superarlo. La fede, la nostra difficile fede, ci indica come riprendere il cammino: con i piedi per terra e lo sguardo al cielo". "E' saggio - ha aggiunto - dialogare con la natura e non provocarla indebitamente".

Rivolgendosi poi soprattutto ai giovani Monsignor D'Ercole lancia un appello: "Non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza, ma non perdete coraggio. Insieme ricostruiremo le nostre case e chiese; insieme soprattutto ridaremo vita alle nostre comunità, a partire proprio dalle nostre tradizioni e dalle macerie della morte. Insieme!".

"Con la piccola Giorgia che si è salvata - ha concluso Monsignor D'Ercole - ha vinto la vita non la morte. Il terremoto può essere una guerra e bisogna guardare diversamente ad esso. E avere fede in Dio".

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