Sta rinascendo l'arte sacra? Un colloquio con la ideatrice di Mirabile Dictu

Liana Marabini ha organizzato una biennale di Arte Sacra e da dieci anni promuove un festival di cinema religioso

Liana Marabini con Papa Francesco
Foto: www.mirabiledictu-icff.com
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Dal 25 al 28 novembre si svolge a Roma la decima edizione del festival del film cattolico “Mirabile Dictu”. Il festival, ideato ed organizzato da Liana Marabini, cineasta, editore e scrittrice. Come dice la Marabini “Tutti questi mestieri servono per svolgere l’unico apostolato: far vedere la grandezza della Chiesa. Uso arte, letteratura, cinema come testimonianza di fede”. 

Quest’anno, proprio per festeggiare la decima edizione del festival, ha voluto organizzare un evento speciale: la Biennale dell’arte contemporanea sacra che si è svolta nel mese di ottobre a Mentone in Costa Azzurra. E la conversazione con la registra comincia proprio con il ricordo di quell’evento.   

Come mai ha scelto Mentone come luogo della Biennale?

Ho pensato a Mentone perché in questa città per quasi 70 anni si è svolta una biennale d’arte contemporanea. Il manifesto della prima mostra era di Chagall. Qualche anno fa è cessato per qualche motivo. Allora io volevo ripristinare questa tradizione. Per di più qui avevo gli spazi nel mio hotel “Palace des Ambassadeurs”. Io dispongo di un comitato scientifico composto da persone molto preparate ed ognuna di loro ha selezionato gli artisti che conosceva. Dopo, durante la riunione si è fatta la scelta definitiva, molto accurata. Abbiamo preso in considerazione anche i percorsi personali degli artisti, per esempio le persone convertite, “redente” grazie alla loro arte.

E chi avete scelto?

Oltre 214 artisti da tutti i Paesi fra i quali 37 attualmente più quotati nel mondo, gli altri emergenti ma già conosciuti. Le opere sono organizzate per tema, tra cui una prestigiosa mostra che rende omaggio ai più grandi artisti contemporanei già defunti come Chagal, Kounillis, Basquiat, Fontana, Cocteau, Dalì, Haring.

Ed artisti viventi?

Tra i grandi ci sono, per esempio Banksy, Damien Hirst, Joe Tilson, Brian Finch. 

Perché questa prima edizione è intitolata “Ode alla vita”?

Perché la nostra vita dovrebbe essere la lode a Dio, dovremmo agire bene e servire gli altri. Ho scelto il tema della vita anche perché oggi si fa spesso omaggio alla morte o la si banalizza.

In occasione dell’inaugurazione della Biennale è stata istallata una scultura davanti all’Hotel intitolata “Notre-Dame des Innocents” dell’artista olandese Daphné du Barry. Qual è il significato di quest’opera?

La statua è un omaggio ai bambini “persi”, per volontà dei genitori o per altre ragioni. E’ stata interpretata dai più come manifesto contro l’aborto, le associazioni pro-aborto per esempio, che insistono a scandire che “il corpo è mio e me lo gestisco io”. D’accordo, ma una donna non è fatta solo dal corpo: parlando così, strumentalizzano la donna e la riducono, appunto ad un corpo. Invece le donne hanno anche un’anima. Ed io penso a quelle anime: loro troveranno un grande conforto nella Nostra Signora degli Innocenti. La Francia è un Paese per certi versi paganizzato e con la scultura che mostra la Madonna con i bambini non nati volevamo scuotere le coscienze. E’ visibile a tutti i passanti, ed oggi tanta gente si ferma, c’è addirittura chi prega. Questa scultura è diventata un oggetto di culto.

E’ sodisfatta della mostra?

Si, perché è una mostra di grande qualità. Giorgio Grasso, il critico d’arte che è uno degli organizzatori della Biennale di Venezia, mi ha detto, testualmente: “Una mostra organizzata da un privato di questa qualità non l’ho mai vista”. Allora sì, sono sodisfatta e, a quanto vedo, sono sodisfatti anche i visitatori: nel mese di ottobre ne abbiamo accolti oltre 4.000.   

La vostra Biennale è la mostra dell’arte contemporanea. Uno dei miei amici di ritorno dalla Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia mi ha detto che da questo titolo bisognerebbe abolire la parola “Arte”. Invece Milan Kundera ha detto una volta che “l’uomo di oggi non ha bisogno dell’arte”. Cosa risponde?

Guardi, anch’io sono contro una certa produzione artistica, contro l’arte che deve essere spiegata, ma che non dice niente all’uomo di oggi. L’arte deve parlare da sola! Un quadro che ha bisogno di essere spiegato per essere capito, non è arte.

Mi permetto di sollevare un’altra obiezione: un famoso critico d’arte, l’australiano Robert Hughes, ha fatto un’analisi impietosa dell’arte contemporanea dicendo che oggi l’arte è un business nelle mani dei “mercanti”, non conta il valore e il significato dell’opera ma solo il suo prezzo. Quindi Hughes ha criticato il culto della novità a tutti i costi e la radicalità, che non ha creato nulla di autentico e profondo, e la mania della sperimentazione, che è diventata banale (questo metodo è importante nella scienza, perché grazie agli esperimenti possiamo scoprire verità scientifiche - ma non nell'arte)… 

Questo è vero. Il prezzo è molto arbitrario e non rispecchia il valore dell’opera. La realtà è che oggi si può creare un artista dal nulla. Basta che un gallerista furbo convinca un famoso collezionista di comprare qualche opera da qualche sconosciuto ed è fatta: l’artista diventa famoso perché la sua opera sta nella grande collezione. Così si crea un mercato. Prima, quando la Chiesa ordinava le opere dagli artisti esigeva la qualità: gli artisti dovevano saper dipingere o scolpire. Oggi non è così, ma fortunatamente, esiste un mercato parallelo serio dell’arte contemporanea.   

Qual è il ruolo dei mecenati?

E molto importante. Nei secoli passati gli artisti lo capivano e li rispettavano. Oggi, da parte degli artisti si tende ad ignorare i mecenati o di strumentalizzarli. Ma l’artista non esiste senza un mecenate.

Lei diceva della sua sensibilità ai percorsi di vita degli artisti. Potrebbe darci qualche esempio?

Un esempio è Damien Hirst. Durante la gravidanza di sua moglie ha visto le ecografie ed è rimasto affascinato dall’embrione. Si è messo a disegnare. La principessa Sheikha-al-Mayassa, grande mecenate nonché sorella dell’emiro regnante del Qatar, ha visto i suoi disegni del bambino nei diversi mesi della gravidanza e ha chiesto all’artista di fare delle sculture per l’ospedale di Doha.  E Hirst ha fatto delle sculture giganti degli embrioni che man mano crescono che si trovano oggi a Doha. Dal mio punto di vista, per lui è stato come un percorso di redenzione. Dopo le controverse sculture in cui usava animali morti o anche vivi che poi morivano, ha creato opere che sono un inno alla vita, non alla morte. Lui è anche autore di un’incredibile scultura della Vergine, chiamata “Verity” (Verità), alta 20 metri, che pesa 25 tonnellate. Lui ha prestato questa opera d’arte per 20 anni alla città di Ilfracombe, Devon, sua città natale. E’ stata sistemata nel porto: da lontano si vede questa Madonna con la spada che è incinta e da un lato si vede il contenuto della pancia, cioè Gesù. È una cosa affascinante, che Hirst stesso definisce “un’allegoria moderna della verità e della giustizia”.

Alla mostra è esposta una grande fotografia di una donna con il bambino, girati di spalle, intitolata “Virgin and Child backturned”. Qual è il significato di questa fotografia?

Si tratta di una donna, violentata da un gruppo di uomini durante la guerra del Kosovo, che si è tradotta con la nascita di un bambino, quello della fotografia. Invece di abortirlo o di abbandonarlo, lei lo ama con tutta sé stessa. La fotografia, firmata dall’artista italiano Lorenzo Pesce, è un inno alla vita e all’amore materno.

Lei è e produttore di cinema e regista. Qual è il prossimo film che sta preparando?

Ho qualche progetto: un film su Artemisia Gentileschi, una grande pittrice nata nel 1590 a Roma, protagonista del primo caso giuridico nella storia di denuncia del suo violentatore: il tribunale non sapeva come procedere perché non c’erano i precedenti. Il secondo film, che è il mio grande sogno, riguarda la battaglia di Lepanto. La sceneggiatura è già pronta ma adesso sto cercando dei finanziamenti. La mia storia della battaglia di Lepanto sarà raccontata da un musulmano. Ho un documento straordinario: il diario di un musulmano che ha partecipato alla battaglia, che è stato fatto prigioniero e, successivamente, si è convertito al cristianesimo. E sul letto di morte racconta al suo sacerdote la “sua” battaglia di Lepanto. Stiamo contattando Antonio Banderas per il ruolo del musulmano. Ho anche il progetto di coinvolgere Leonardo Di Caprio in un film su Dom Pérignon, l’inventore dello champagne, che era un monaco. 

 

L’intervista in polacco è stata pubblicato sul settimanale “Niedziela”

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