Suicidio assistito, cosa può fare un sacerdote?

Il netto no della Chiesa ad ogni forma di suicidio permette ad un prete di essere vicino fino all'ultimo a malato e famiglia?

suicidio assistito
Foto: Chiesacattolica.it
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Che il tema del fine vita sia difficile e spinoso non è un novità. Ed è altrettanto certa la posizione della Chiesa cattolica sul no ad ogni forma di suicidio assistito o eutanasia.

Ma rimane aperta una questione più delicata: come fare l’accompagnamento spirituale per coloro che scelgono di “staccare la spina”? Il compito della Chiesa, madre, è di non lasciare mai nulla di intentato per la salvezza dei figli.

A volte però il rifiuto è netto, pubblico, quasi aggressivo. In Italia recentemente il caso di DJ Fabo, e 13 anni fa quello di Piergiorgio Welby hanno alimentato il dibattito politico.

Nel caso di Dj Fabo il cardinale Angelo Bagnasco, come presidente della CEI, alla domanda su come, da sacerdote, si possa accompagnare un disabile grave che chiede di morire, rispose che “solamente Dio può raggiungere il cuore di ciascuno di noi, nessun altro così in profondità. E allora la prima forma di vicinanza è proprio quella della mia e della nostra preghiera, ma anche quella della parola, del sostegno, del contatto fisico di cui tutti abbiamo tanto bisogno”.

Nel caso Welby il cardinale Camillo Ruini allora presidente della Cei, che aveva rifiutato il funerale, disse che quella di dire no al funerale religioso era stata una decisione sofferta nata “dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio (…)Nel prendere una tale decisione - sottolineava il porporato - non è mancata la consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre”.

Di fatto in entrambi i casi la pressione politica era enorme e le vicende dei due malati usate e strumentalizzate appunto a fini tutt’altro che umanitari.

Recentemente i vescovi svizzeri hanno pubblicato un documento in cui si legge che il padre spirituale al momento in cui si decide per il suicidio assistito deve uscire dalla stanza, altrimenti sarebbe un modo di avallare la scelta.

Ma qual è il momento di “gettare la spugna”?

Per l’arcivescovo Vincenzo Paglia presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II,  consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio occorre non abbandonare nessuno:

“Non ho letto il documento, ma credo che nella nostra prospettiva nessuno vada mai abbandonato, siamo contro il suicidio assistito, proprio perché noi non vogliamo fare il lavoro sporco della morte, ci pensa già lei a farlo. Semmai abbiamo interesse a fare una altro lavoro tenendo presente che la vita per me credente continua, ma continua per tutti. Accompagnare e tenere per mano chi muore credo sia un grande compito che ogni credente deve promuovere. Come ogni credente deve promuovere un contrasto alla cultura del suicidio assistito.

Il suicidio resta una grande sconfitta e noi non passiamo mai trasformarlo in una scelta di sapienza. E’ una grande sconfitta nostra. Io faccio i funerali at tutti i suicidi. Perché il suicidio è sempre una grande domanda d’amore inevasa. Ecco perché il Signore non abbandona mai nessuno.

E in questo senso le cure palliative sono un momento in cui l’accompagnamento responsabile, e non passivo, deve aiutare la serenità, la vita, la bellezza dell’incontro.

Credo che questo sia un tema che va oltre le leggi. Non abbiamo bisogno di nuove leggi in una società individualista, ma di un supplemento d’amore.

Un supplemento di corresponsabilità. Nessuno è slegato dagli altri e per questo nessuno è padrone della sua vita. Perché io sono unico e la mia vita è anche vostra. Una società che corre verso o una prospettiva di giustificazione del suicidio, o di lasciare soli quelli che non sono bravi, è una società per me crudele. Per questo sono convinto che mai nessuno deve essere abbandonato in qualsiasi situazione si trovi.

Quindi un prete o un cattolico possono accompagnare una persona nel momento del suicidio assistito?

Io credo che nessuno vada abbandonato. Non voglio dare una regola, io credo che la scelta è sempre di chi si trova presente al caso singolo.

Chi si toglie la vita mostra una sconfitta di tutta la società, ma non di Dio. Che poi si debbano trovare delle regolamentazioni è certo, perché a volte certi gesti o certo fatti sono evidentemente fatti per contrasto, sono ideologici. Io vorrei togliere l’ideologia da certe situazioni. Se è vero che ognuno è figlio di Dio, ma può una madre abbandonare il figlio?

 

 

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