Terremoto del Centro Italia: come l'ha vissuto la comunità Giovanni XXIII?

La Casa Famiglia Giovanni XXIII
Foto: Comunità Giovanni XXIII
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Il sorriso resiste sempre nei loro volti ed ogni volta che ci incontriamo è sempre un piacere scambiare alcuni pensieri, anche se il tempo è tiranno. Però dalla scossa del terremoto del 30 ottobre scorso gli incontri sono diventati un po’ più radi, ma ogni volta che ci incontriamo ci ‘scappa’ qualche chiacchierata fino a notte inoltrata. Loro sono Valentino Nobili e Roberta Vitali, con una famiglia composta da cinque figli (tre naturali: Alessia, Federico e Ilaria, e due in adozione: Julio e Sirin), ‘nonno’ Giacomo e ‘zio’ Giuseppe (entrambi adottati), che formano la Casa famiglia ‘Nostra Signora della Pace’ della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

La loro storia post-sismica è stata abbastanza movimentata, perché la loro casa è stata dichiarata dalla scossa del 30 ottobre subito inagibile, in quanto il campanile della chiesa adiacente era pericolante, e sono stati accolti da un’altra casa famiglia della zona, dove hanno vissuto in 22; poi sono stati accolti nei locali della Domus San Giuliano della diocesi di Macerata, dove si trovano tuttora.

Cosa significa essere ‘sfollati’?

Il 30 ottobre scorso è cambiata la vita di tanta gente a Tolentino e nelle zone colpite dal terremoto. Molti hanno perso la casa; molti l’hanno aperta ad altri. In entrambi i casi ci si è dovuti adattare; in entrambi i casi si è dovuto rinunciare a qualcosa, a tutte quelle piccole cose, abitudini e spazi che sono stati stravolti in una manciata di minuti. Tutti abbiamo perso la nostra quotidianità che rappresenta la sicurezza, in alcuni casi anche la dignità delle persone. Anche noi quel giorno siamo rientrati nella categoria (si fa per dire) degli sfollati.

Vi potete presentare?

Siamo Valentino e Roberta della comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Appena sposati abbiamo aperto la nostra famiglia all’accoglienza di chi era nel bisogno e di chi non aveva nessuno e, dopo tre anni vissuti in Bolivia, tredici anni fa ci siamo stabiliti nella canonica della chiesa di sant’Andrea a Tolentino, dove abbiamo continuato ad accogliere inaugurando la casa famiglia Nostra Signora della Pace. Nelle case famiglia della Papa Giovanni c’è posto per tutti: bambini, adolescenti, adulti, anziani e ognuno di loro spesso porta con se la croce della malattia fisica o psichica, dell’abbandono, della prostituzione. Nell’accoglierli ci si fa carico delle loro sofferenze e dei loro limiti e con loro si fa un pezzo di strada insieme, a volte di pochi mesi, a volte che dura tutta la vita che il Signore ci concede. Ad oggi la nostra famiglia è composta di 10 persone. Con me e Valentino vivono 3 figli naturali, 2 adottati con difficoltà fisiche, un adulto in carrozzina, un nonnino di 78 anni con varie problematiche e una ragazza, membro di comunità.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate quotidianamente?

Come per molte altre famiglie, ha avuto inizio una nuova fase della nostra vita fatta di precarietà, di prove e di tentazioni. La sicurezza della casa è stata compromessa dai danni notevoli che la chiesa adiacente ha riportato, e ci è stato chiesto quindi di trovare un’altra sistemazione. Dopo una settimana ospitati in una casa famiglia di Montecassiano e dopo un’altra ancora nell’altra casa famiglia vicino l’Abbadia di Fiastra, il vescovo, mons. Nazzareno Marconi, ci ha dato la possibilità di occupare un’ala della Domus San Giuliano a Macerata. Le prime settimane soprattutto, spesso ci siamo sentiti nelle condizioni di condividere, se pur in minima parte, lo stato d’animo di chi vive in zone di conflitto e di precarietà; la paura che potesse accadere qualcosa da un momento all’altro, l’ansia e la preoccupazione di trovare un posto dove poter stare tutti insieme, con le notevoli difficoltà che abbiamo incontrato nel poter trovare un posto che ci permettesse di poter stare tutti quanti assieme con le proprie esigenze fisiche, l’impossibilità di riuscire anche solo ad intravedere un futuro.

Come vivere la speranza lontano dalla vostra casa?

Il terremoto ha ridimensionato tutto; ha dato un ordine di priorità alle cose e alle relazioni. Ha ridimensionato anche noi; già, il Signore ci ha voluto mettere nelle condizioni di vivere sulla nostra pelle ciò che vivono le persone che ogni giorno bussano alla nostra porta e, da coloro che hanno sempre accolto, ci siamo trovati a vivere nello stato di accolti, quindi nella condizione di essere nel bisogno. Ringraziamo Dio per avere avuto la possibilità di poter continuare a vivere una dimensione familiare nella piena autonomia (purtroppo non scontata per tanta gente ancora). Nonostante ciò la casa famiglia, per il fatto in se di accogliere persone con storie e problematiche diverse, è fatta spesso di equilibri che in spazi piccoli non sempre sono facili da gestire; anche i semplici posti a tavola hanno un loro perché! In ogni caso abbiamo cercato di continuare a garantire la quotidianità di tutti se pur raddoppiando le distanze.

È possibile, anche sotto il terremoto, essere famiglia accogliente?

Siamo testimoni diretti di una solidarietà incredibile ma, al tempo stesso, è terribile la sensazione di una quotidianità che ti viene brutalmente sottratta. Non possiamo, però, non guardare avanti e l’auspicio è quello di una rinascita: oggi siamo noi a sperimentare cosa significa essere accolti, ma vogliamo continuare ad essere una casa famiglia aperta. E accogliente.

La Comunità Papa Giovanni XXIII ha lanciato una sottoscrizione per dare una casa: quale è il progetto?

Pochi giorni dopo il 30 ottobre il Corriere della Sera pubblica un articolo sulla nostra vicenda che coincide con l’inizio della raccolta fondi strutturata della Comunità Papa Giovanni XXIII con l’obiettivo di raccogliere il denaro necessario alla costruzione di una casa prefabbricata in legno che possa ospitare la nostra casa famiglia . L’obiettivo è quello di costruire una struttura ad hoc, antisismica, senza barriere architettoniche, ecologica e in una posizione non troppo distante dal centro abitato di Tolentino. Non è semplice trovare un terreno che garantisca di costruire una realtà di accoglienza che rispetti le normative soprattutto in questo periodo in cui le norma relative all’edilizia delle zone terremotate hanno subito modifiche. Recentemente abbiamo identificato diversi terreni attualmente con destinazione agricola e tra questi speriamo di individuarne uno possa passare a destinazione socio assistenziale. Grazie al contributo di tanti donatori siamo riusciti a raccogliere circa la metà della cifra che serve per affrontare le spese relative all’acquisto del terreno, all’urbanizzazione e alla costruzione della casa ma abbiamo ancora bisogno di aiuto per raccogliere la cifra mancante. Per maggiori informazioni è possibile visionare la pagina www.emergenze.apg23.org. Sentiamo forte il desiderio di riprendere ad accogliere e se Dio vorrà ci aiuterà a credere ancora una volta nella Provvidenza che sempre ha accompagnato e sostenuto le nostre scelte e la nostra vita.

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