Trenta anni fa la rivoluzione di velluto. Il premier slovacco: “Fieri della nostra storia"

Dopo l’incontro con Papa Francesco, il premier Pellegrini inaugura una mostra sulla Rivoluzione di Velluto presso la sede dell’Ambasciata Slovacca

Il pannello introduttivo della mostra "We want freedom" dall'Ambasciata Slovacca per i 30 anni della Rivoluzione di Velluto
Foto: AG / ACI Group
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I trenta anni dalla caduta del muro di Berlino coincidono anche con i trenta anni della Rivoluzione di Velluto in quella che allora era la Cecoslovacchia. Rivoluzione di velluto perché fu un moto di protesta non cruento, guidato soprattutto da studenti, che andò ad erodere il sistema comunista fino alle elezioni libere che portarono Vaclav Havel alla presidenza della Repubblica. Un movimento che portò alla separazione, anche questa incruenta, tra Repubblica Ceca e Slovacca.

I cambiamenti di allora rappresentano la storia di oggi. Peter Pellegrini, primo ministro della Slovacchia dal 2018, è stato in visita da Papa Francesco il 9 dicembre, in un momento particolarmente simbolico: Bratislava è stata presidente di turno dell’OSCE, e proprio nell’anno in cui si celebra la Rivoluzione di Velluto.

“Per noi – dice ad ACI Stampa il Primo Ministro – è un segno molto simbolico, dato che il nostro Paese ha solo 30 anni. Ma siamo fieri della nostra storia, fieri che in un periodo così breve siamo nelle grandi organizzazioni internazionali. Abbiamo, quest’anno, anche avuto la presidenza di turno delle Nazioni Unite”.

L’incontro con Papa Francesco è durato circa 40 minuti, e in quell’occasione “si è parlato in particolare dei giovani e del valore della solidarietà”. Mentre, nel colloquio bilaterale, si è parlato anche di come il governo slovacco lavora con le comunità religiose in Slovacchia, e in particolare, “del finanziamento delle Chiese, non solo della Chiesa cattolica, ma di tutte le confessioni religiose in Slovacchia. Abbiamo approvato una legge per il finanziamento delle confessioni religiose che va al di là del mandato governativo”.

In particolare, Peter Pellegrini sottolinea che la Slovacchia ha “rapporti eccellenti con la Chiesa cattolica, ma vogliamo anche operare collaborazioni concrete, con progetti che mostrino la collaborazione fattiva tra governo e Chiesa. E per questo vogliamo lanciare un progetto pilota nelle comunità rom, che in Slovacchia vivono in una situazione problematica. Insieme a rappresentanti della Chiesa, stiamo lavorando a dei progetti per aumentare il livello della loro istruzione. Così c’è la sinergia tra governo e Chiesa”.

Sinergia importante in Slovacchia, considerata nazione cristiana, a differenza della “gemella”, la Repubblica Ceca, che conta il 70 per cento di atei ufficiali. La Chiesa cattolica, tuttavia, ebbe un ruolo chiave negli eventi che portarono alla Rivoluzione di Velluto, e non è un caso che l’ambasciatore slovacco presso la Santa Sede Marek Lisansky ricordi come un segno di rottura “la trasmissione televisiva della canonizzazione di Santa Agnese di Boemia avvenuta a Roma il 12 novembre 1989”.

E, in fondo, in Cecoslovacchia era difficilissimo anche applicare la Ostpolitik della Santa Sede che pure aveva avuto qualche appiglio in Ungheria. Il governo stalinista controllava i fondi, le pubblicazione e le nomine della Chiesa, mentre era necessaria l’approvazione della polizia segreta perché un vescovo o un sacerdote potessero prendere la loro posizione, e chi era “politicamente sospetto” veniva bandito.

Ma non solo: il regime cercava di minare la Chiesa dall’interno, creando organizzazioni religiose sotto l’egida statale come la Pacem In Terrs, che permetteva ai sacerdoti di essere sacerdoti se però non facevano commenti politici.

La Chiesa cecoslovacca cercò di evitare conflitti con il governo negli anni Settanta, ma poi presero più coraggio, anche grazie all’elezione di San Giovanni Paolo II nel 1989. E così, i cattolici furono molto coinvolti negli eventi del 1989. Eventi celebrati in una dettagliata mostra all’ambasciata slovacca, intitolata “We want freedom”, vogliamo la libertà.

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