Un presepe "singolare" in Piazza San Pietro, è davvero un Admirabilem signum?

Una lettura del professor Bucarelli della Facoltà di Beni culturali della Chiesa della Università Gregoriana

Il presepe a Piazza San Pietro
Foto: Vatican Media
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Roma. Piazza San Pietro. La piazza del Bernini si apre davanti a noi: il colonnato ci avvolge nella sua monumentale bellezza. Le figure del Presepe 2020, da poco inaugurato, sono al centro della piazza, destando stupore, meraviglia e curiosità nell’opinione pubblica. Per poter comprendere  meglio quest’opera, “Aci stampa” ha chiesto una riflessione sul Presepe di Castelli al Dottor Ottavio Bucarelli, Pro-Direttore del Dipartimento dei Beni Culturali presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana.

Dottor Bucarelli, ci aiuta ad entrare in quest’opera, con il suo sguardo?

Il Presepe, in argilla refrattaria, fu realizzato dai docenti e dagli studenti dell’Istituto d’arte “F. A. Grue” di Castelli (Teramo), nel decennio tra il 1965 e 1975, raggiungendo il numero complessivo di 54 figure, le cui dimensioni e numero suggeriscono il giusto appellativo di “Monumentale”. Di queste, solo alcune sono presenti oggi in piazza S. Pietro. Il Presepe fu esposto già a Roma nel 1970, poi a Gerusalemme, Betlemme e Tel Aviv.

Il progetto del Presepe Monumentale di Castelli, per poter essere compreso, si deve contestualizzare all’interno del periodo storico e dell’ambiente in cui è stato realizzato. Gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, sono stati anni di fermento politico, culturale e religioso, che hanno informato le istanze artistiche legate alla sperimentazione e all’innovazione, per abbandonare le forme tradizionali di rappresentazione figurativa a favore dell’astrazione. Da questo punto di vista è del tutto legittimo che all’interno di un istituto d’arte, luogo dello studio delle antiche tecniche, ma anche della proposta innovativa in campo artistico, vengano sperimentate nuove vie, che oggi ai nostri occhi possono essere percepite in rottura con la consolidata tradizione della raffigurazione della Natività. È necessario quindi ricondurre a quella realtà storico-artistica la nostra riflessione e guardare con quegli occhi i manufatti realizzati.

Parliamo un attimo della funzione dell’arte presepiale, in genere. E poi, nel particolare, cerchiamo di rapportarci a questo che abbiamo di fronte. Possiamo parlare di due concezioni diverse .

Le parole del Santo Padre Francesco, nella sua Admirabilem signum, ci ricordano quale sia il significato del Presepe e quale la sua funzione: «Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura».

Nel presepe incontriamo l’umanità tutta che viene ad adorare Gesù, in una rappresentazione scenica di mestieri, azioni e gesti della vita quotidiana, fatta di incontri, di calore umano, e di Luce salvifica, che l’arte presepiale ha tradizionalmente sempre saputo ben evocare nei personaggi e nei tanti dettagli.

Nel Presepe di Castelli il concetto di tradizione lo si trova solo nella continuità dell’utilizzo della secolare tecnica dell’arte ceramica e nell’uso distintivo dei colori di quella terra, con cui sono reinterpretati i personaggi del presepe in forme nuove ed inedite: al corpo si dà la forma di un cilindro, alla testa la forma di sfera, nella quasi totale assenza degli arti. Le figure umane mancano di gesti e movimenti, lo sguardo è fisso verso lo spettatore, sembra essere assente il dialogo tra i personaggi. Di contro, gli animali sono realizzati in modo realistico. Sicuramente questo tipo di rappresentazione ci interroga sul perché la religione del Verbo incarnato venga rappresentata da figure che fanno astrazione del corpo, che rinunciano al dinamismo e alla comunicazione ad intra e ad extra, chiuse nel modulo geometrico cilindro-sfera. Ripeto, però, che dobbiamo sempre tener presente la temperie artistica in cui si realizza l’opera.

In questo caso, allora è doveroso - forse - entrare nel “mistero” della rappresentazione artistica del Sacro e - in questo caso specifico - della Natività. Vengono, allora, in mente le parole di Paolo VI agli artisti: “Rendere visibile l’invisibile”. È certamente questione di non poco conto, no?

Assolutamente sì. È una questione molto impegnativa, direi una sfida, in cui si sono cimentati nel corso dei secoli schiere di artisti, noti e anonimi. Ci possiamo oggi chiedere quale sia la forma o stile artistico che meglio esprima il bisogno che l’uomo ha di rappresentare Dio e il Sacro. Ci aiutano in questo le parole della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium: «La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura». Si deve però sottolineare che l’arte per il culto, che entra nelle nostre chiese, atta ad accompagnare le celebrazioni liturgiche, è sempre sottoposta al vaglio dell’Autorità ecclesiastica, che ha il compito di vigilare e formare il clero e gli artisti nel campo dell’arte sacra.

Nel caso specifico della rappresentazione della Natività, potremmo chiederci quale sia lo stile e la forma più idonea a rappresentarla. Credo che ciò che ci debba guidare è l’Evento dell’Incarnazione,  Dio si fa uomo – Verbum caro factum est (Gv 1,14) – , assumendo un corpo e una carne che devono poter essere rappresentati: Vero Dio e vero uomo.

Quali modelli, quali culture, possiamo trovare in questo presepe?

Nel Presepe di Castelli, come dichiarato dagli autori, sono presenti rimandi a modelli soprattutto riconducibili all’arte mesopotamica, non mancando anche riferimenti all’età rinascimentale, al neobarocco e all’informale. Possiamo anche qui evocare la plastica arcaica del Guerriero di Capestrano (VI sec. a.C.), simbolo dell’Abruzzo e della sua identità, dove la semplificazione della figura umana si avvia a prendere forme più naturalistiche.

Le monumentali statue, grazie alla trasparenza del fondale dell’odierno allestimento presepiale, hanno come quinta scenica la grandiosa facciata della Basilica vaticana e la piazza, nella cui incommensurabile bellezza è accolta la Natività di Castelli.

Una bellezza delle forme che rimanda a quell’unica Bellezza che coincide con la realtà stessa di Dio che è «gloria» come ci ricorda San Giovanni Paolo II, citando Paolo di Tarso. Fissato quindi lo sguardo su Gesù che viene, sapremo trovare quella Bellezza che il Presepe Monumentale di Castelli desidera comunicarci, in un singolare modo.

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