Vaticano, muore un altro “Latin lover”

Dopo la morte, il giorno di Natale, di padre Reginald Foster, se ne è andato il giorno dell’Epifania un altro insigne latinista vaticano

Don Cleto Pavanetto, insigne latinista, morto il 6 gennaio 2021
Foto: Unisal.it
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Tempo di Natale difficile per i “latin lover”: dopo la morte di padre Reginald Foster il 25 dicembre, il 6 gennaio è stato don Anacleto Pavanetto a lasciare questa terra. Salesiano, conosciuto come Cletus, nome con cui firmava i suoi componimenti in latino, padre Pavanetto era stato presidente della Fondazione Latinitas della Segreteria di Stato , direttore della rivista Latinitas e anche officiale dell’Ufficio Lettere Latine della Segreteria di Stato vaticana. È morto ad 89 anni, lasciando così un altro vuoto insormontabile tra gli esperti di lingua latina vaticani.

Fu Giovanni XXIII, con la Costituzione Apostolica Veterum Sapientia del 1962, a stabilire una volta per tutte che il latino era lingua immutabile per la Chiesa. Nel 1976, poi, Paolo VI, con il chiorgrafo Romani Sermonis, istituì nel 1976 la Fondazione Latinitas, che è poi stata soppresso da Benedetto XVI nel 2012 e sostituita dalla Pontificia Accademia Latinits. Con il tempo, il latino vaticano si è adattato ai tempi moderni, includendo neologismi che traducono a loro volta altri neologismi. Come si traduce, ad esempio, delocalizzazione o globalizzazione in latino?

Sono queste alcune delle domande cui rispondeva don Pavanetto, tra coloro chiamati a rendere viva una lingua morta. Nato a Padova il 20 dicembre 1931, don Pavanetto era stato per tutta la carriera accademica professore di lingua e letteratura greca classica e lingua e letteratura latina nella Facoltà di Lettere della Pontificia Università Salesiana di Roma.

Don Pavanetto è stato anche addetto alla sezione di Lettere Latine della Segreteria di Stato in vaticano dal 1970 al 2001, prima come officiale e dopo come capoufficio.

Ha scritto diversi volumi in latino, come "Litterarum Graecarum classicarum lineamenta potiora" (2 volumi, Las 1986); "Elementa linguae et grammaticae Latinae" (Las 1991); "Euripidis Bacchae: Graecus textus, Latina et Italica e Graeco trans-latio, criticae animadversiones" (Lev 1994); "Graecarum Litterarum institutiones, altera editio, pars prior" (Las 1996); "Graecarum Litterarum institutiones, alterius partis altera editio aucta et emendata" (Las 1997); "Elementa linguae et grammatica latinae" (Las 2017).

Quello forse più interessante è Lexicon Recentis Latinitas, pubblicato nel 2003. Il Lexicon contiene 15 mila vocaboli moderni resi in lingua latina. Tra questi, fotocopia (exemplar luce expressum), banconota (charta nummaria), pallacanestro (follis canistrisque ludus).

E ancora: best seller è “liber máxime divénditus”, i blue-jeans sono “bracae línteae caerúleae”, mentre goal è “retis violátio”.

Gli hot pants diventano “brevíssimae bracae femíneae”, l’IVA si traduce “fiscāle prétii additamentum”, mountain bike è “bírota montāna”, paracadute diventa “umbrella descensória”.

Mancavano, nel Lexicon, i riferimenti al mondo del web, arrivati e diffusisi dopo. Con la morte di Pavanetto, se ne va così un altro degli epigoni della lingua latina in Vaticano. E nonostante gli sforzi di Vatican News con la trasmissione in latino Hebdomadae Papae, il latino è una lingua sempre più in disuso anche nelle occasioni ufficiali. E dire che nel 1981 Joseph Ratzinger, appena arrivato al Sant’Uffizio, non sentendosi ancora abbastanza confidente in italiano sosteneva intere conversazioni in latino. Nel 2013, poi, Benedetto XVI pronunciò in latino la prima dichiarazione di rinuncia di un Papa della storia moderna. Ed è stato, quella, probabilmente una delle ultime volte in cui il latino è stato davvero trattato come una lingua viva.

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