Vatileaks 2, l’esperto: “Ragionevole chiedersi se la posta in gioco sia più alta"

Paolo G. Carozza, esperto di diritto internazionale, professore all'università di Notre Dame
Foto: OAS
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Lo hanno chiamato Vatileaks 2, e dovrebbe riprendere a febbraio. Ma, mentre si fanno le perizie richieste dagli avvocati, c’è un altro processo, mediatico, che ha luogo ad opera di quanti sono imputati. Si parla spesso di “un processo farsa”, un “processo politico”, un processo “in uno Stato con un codice che risale a prima del re”, un processo “che non avrebbe luogo in nessun altro Stato del mondo”. Ma è davvero così? ACI Stampa lo ha chiesto a Paolo G. Carozza, esperto di diritto internazionale, direttore Helen Kellogg Institute for International Studies dell’Università di Notre Dame.

Il processo che si svolge in Vaticano è un processo farsa? Come è percepito il sistema legale vaticano nella legislazione internazionale?

Non sono un esperto, non conosco nei dettagli il codice penale dello Stato di Città del Vaticano e le sue procedure penali. Ma per quello che ho potuto osservare del processo dall’esterno, non ho visto cose che mi abbiano portato a concludere che la procedura penale in uso per questo processo è in qualche modo deficitaria dal punto di vista della protezione dei diritti di quanti sono sul banco degli imputati. Non posso dire che le procedure penali siano particolarmente arcaiche o non chiare, e ancora meno che si tratti di un processo farsa.

Si sottolinea spesso che si tratta di un processo contro il diritto dell’informazione. Ma questo è inesatto, perché si tratta in realtà di un processo sulla diffusione di documenti riservati. Potrebbe questo processo avere luogo in altri posti del mondo? Ci sono limiti alla libertà di stampa?

Certamente ci sono dei limiti, com in ogni società democratica. La libertà di stampa non è un assoluto. Il problema non è se le limitazioni e restrizioni si possano permettere in linea astratta, ma piuttosto se queste restrizioni e limitazioni siano ragionevoli nel contesto specifico. Per esempio, si può fare un paragone tra le restrizini e le accuse ad esse associate nei confronti dei giornalisti, in questo caso, e il tipo di restrizioni e persecuzioni che si possono trovare in una dittatura. I regimi autoritari, tipicamente, cercano di usare il loro codice penale per mettere a tacere il lavoro dei giornalisti – le restrizioni sull’accesso di documenti e l’uso di leggi penali per rafforzare le restrizioni hanno appunto lo scopo di perseguitare e mettere la stampa in un ruolo di sudditanza. Ma in altre nazioni dove i diritti umani sono ampiamente rispettati e protetti, ci sono comunque inevitabilmente leggi che limitano la dffusione e pubblicazione di alcune informazioni sensibili, e per questo vengono imposte pene sulle persone, anche sui giornalisti, che ottengono o rivelano illegalmente l’informazione. Ogni Stato ha legittime restrizioni per proteggere i documenti confidenziali. Non si può perciò delineare la legittimità dellle accuse per se stesse, astraendole dalla natura e dallo scopo delle restrizioni legali che si accusa siano state violate. La prima domanda, dunque, è: queste restrizioni sono o no ragionevoli? Abbiamo ragioni di concludere che le restrizioni in gioco in questo caso non sono appropriate all’interno della prerogative della sovranità vaticana?

Perché allora la stampa sembra supportare la teoria del “processo contro la libertà di stampa?

In generale, la stampa ha una sorta di naturale, istituzionale interesse personale nel tentare di difendere l’uso e la pubblicazione di qualunque informazioni sono capaci di ottenere. È normale, e non si tratta necessariament di qualcosa che riguarda specificamente l’informazione della Santa Sede, come in questo caso. Per esempio, pargoniamolo con un altro caso al centro dell’opinione pubblica, il caso di Edward Snowden. Quando Snowden ha diffuso informazione riservata, buona parte della stampa prese le difese di Snowden. È una parte delle dinamica, con la stampa che diventa naturalmente aggressive nel difendere l’informazione che distribuisce. Non è una cosa brutta, è normale e in alcuni casi è bene in una società aperta e democratica che la stampa sia aggressive nel difendere il proprio accesso all’informazione. Ma questo non significa che la stampa sia necessariamente sempre corretta nella pretesa che ogni limitazione nell’accesso all’informazione confidenziale sia illegittimo. Come confermano le leggi internazionali sui diritti umani, il diritto ad accedere e diffondere l’informazione non è illimitato, e non tutti processi per la violazione di queste limitazioni sono necessariamente contrarie alla protezione dei diritti umani.

Qual è il problema, alla fine?

È interessante porsi una domanda: chi dovrebbe considerare di avere il diritto di conoscere l’informazione che è in gioco qui? Il caso di Snowden è, di nuovo, una buona pietra di paragone. Per quanto riguarda Snowden e le sue rivelazioni, si può sostenere (anche se sarebbe certamente un tema controverso) che stava rendendo il pubblico Americano consapevole di una pratica governativa diffusa e sistematica di spiare le persone senza che queste ne fossero a conoscenza, e che – anche se è illegal rubare e rivelare informazioni sotto le leggi degli Stati Uniti – c’era un diritti morale per i cittadini americani di conoscere queste pratiche del governo, in modo che il governo si prendesse le sue responsabilità in una società libera e democratica. Si può sostenere lo stesso per il cosiddetto processo Vatileaks 2? Ci sono persone – cittadini, parenti delle vittime delle violazioni dei diritti umani – che possono pretendere alcun diritto morale nel conoscere l’informazione che si accusa essere stata rubata e diffusa? Chi sono i depositari del proclamato “diritto di sapere” queste informazioni? Io credo che ci siano importanti differenze tra casi che possono sembrare superficialmente simili. In questo caso – a differenza di altri casi – non sono convinto che ci sono persone qui che possano reclamare un diritto morale nel conoscere queste informazioni al di là delle formali proibizioni della legge positive dello Stato.

Crede ci sia un attacco generale alla sovranità della Santa Sede?

Non posso dire di conoscere i motivi dietro tutto questo, ma credo che non sia irragionevole porre almeno la questione. Come ho detto prima, se visto in isolamento come un mero tentative di massimizzare gli scopi della libertà di informazione, non c’è niente di inusuale o necessariamente negativo riguardo i tentative di difendere la libertà di stampa, anche in maniera aggressive e in casi controversa. Tuttavia, possiamo anche guardare a questo caso non singolarmente, ma in un contesto geopolitico più ampio in cui sappiamo che con certezza ci sono attori – ad esempio, alcune organizzazioni di diritti umani – che amerebbero molto poter togliere alla Santa Sede lo status che ha nella comunità internazionale. C’è una connessione tra le reazioni a questo processo e queste controversie geopolitiche più ampie? Non lo so. Ma di certo vale la pena chiederselo e rifletterci su.

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