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Verso Papa Francesco in Mongolia: un territorio di antica evangelizzazione

Un piccolo gregge di cristiani, otto parrocchie, cinque cappelle, 11 congregazioni religiose. E una storia antichissima, che arriva al tempo di Gengis Khan

Cattedrale di Ulaanbatar | La cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Ulaanbatar, Mongolia | Wikimedia Commons Cattedrale di Ulaanbatar | La cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Ulaanbatar, Mongolia | Wikimedia Commons

Quando Papa Francesco atterrerà in Mongolia, il prossimo 1 settembre, si troverà in un territorio di antica evangelizzazione, dove il cristianesimo arrivò nel VII secolo con i nestoriani e dove il Papa inviò un legato, un francescano, nel XIII secolo, che addirittura precedette l’arrivo di Marco Polo a Kubali Khan. Ma si troverà anche di fronte ad un piccolo gregge di cristiani, stretti tra la grande maggioranza buddhista e l’eredità comunista, in uno Stato che cerca di stabilirsi dai tempi del collasso dell’Impero Sovietico.

La Mongolia è terra di periferia, e nessun Papa vi è mai stato prima di Francesco. Ma è terra di periferia non solo perché si trova, effettivamente, alle periferie del mondo e delle grandi potenze, ma anche perché l’immigrazione verso la capitale Ulaanbator è fortissima, e la periferia della capitale è un ammasso di ger (le tende tradizionali) e condizioni difficili che contrastano con la modernità di una città che in trenta anni ha vissuto un vero e proprio boom. In Mongolia, le periferie sono andate verso il centro, e la missione della Chiesa cattolica è di prendersi cura di tutti.

Lo fa con otto parrocchie e due cappelle, cinque delle quali a Ulaanbatar e dintorni, due nel Nord del Paese e una ad Aveiheer. Queste parrocchie e cappelle sono gestite da 22 sacerdoti, di cui due sono mongoli, ma anche con 35 suore, alcuni laici missionari, che sono ripartiti tra 11 congregazioni religiose e 24 nazionalità. Ma i protagonisti dell’evangelizzazione sono i catechisti, mongoli e dunque membri del popolo, capaci di esprimersi nella loro lingua in modi che i missionari non riuscirebbero mai.

Finora, il 71 per cento delle attività della Chiesa cattolica in Mongolia riguardano promozione umana e sviluppo, educazione, sanità, assistenza, promozione e diffusione della cultura mongola. Ma sono obiettivi forse da riorientare, ha notato tempo fa il Cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbatar, perché la società non è più la stessa.

Ma molto è cambiato dai tempi in cui ci fu la primissima evangelizzazione. Il cristianesimo arrivò in Mongolia nel VII secolo, attraverso i nestoriani, con diverse vicissitudini. Il cattolicesimo, però, vi penetrò più tardi, con il frate francescano Giovanni da Pian del Carpine. Era il 1246 (prima di Marco Polo, che arrivò da Kublai Khan nel 1274) quando giunse alla corte del Khan per assistere alla proclamazione di Guyuk come successore di Ogodei, il terzo figlio di Gengis Khan.

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Fu Innocenzo IV a inviare Giovanni da Pian del Carpine, avendo timore di una nuova invasione barbarica e ricordando come Leone I Magno affrontò gli unni di Attila che minacciavano Roma.

La situazione era complessa, Innocenzo IV sottolineava la predominanza del potere religioso della Chiesa sotto il potere temporale, e lo chiarì nella bolla Agni Sponsa Nobilis, che provocò una ribellione contro Federico II Hohenstaufen.

Ma prima di questo, Innocenzo IV volle avere una pace con il Gran Khan. Per questo, la spedizione non fu guidata da un diplomatico, ma da un religioso, Giovanni da Pian del Carpine.

Questi aveva già sessanta anni, aveva contribuito a fondare l’ordine francescano, aveva avuto incarichi in vari importanti. Ma, soprattutto, era anche stato testimone della battaglia di Legnica del 1241, che vide contrapporsi eserciti polacco-tedeschi e tataro-mongoli e si risolse con la vittoria di questi ultimi

Così, il frate partì la domenica di Pasqua del 1245, accompagnato da Stefano di Boemia e poi anche da Benedetto Polono, che fungeva da interprete. Stefano poi si ammalò e non poté continuare il viaggio.

Stefano rimase a Sumania, Giovanni e Benedetto continuarono il loro viaggio attraverso il Dniepr, il Don e il Volga, e lì incontrarono Batu Khan, signore dell’Orda d’Oro e comandante delle frontiere occidentali dell’impero mongolo. Questi impose ai due frati un rituale di purificazione, e poi gli offrì un salvacondotto per poter vedere il Gran Khan in Mongolia.

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Così, dopo aver percorso in poco più di tre mesi circa 4800 chilometri, i due frati arrivarono a Caracorum vicino al campo imperiale, dove furono arrestati. Furono ricevuti dal Gran Khan il 24 agosto, che permise loro di tornare un Europa e consegnò loro una lettera destinata al Papa, in cui sottolineava di essere il “vero flagello di Dio” e chiedeva al Papa di mostrargli fedeltà.

Il viaggio di ritorno fu lungo e difficile. Il 9 giugno 1947, Carpine arrivò a Kyiv, l’avamposto dell’epoca slava, dove la sua delegazione fu ben accolta. La lettera del Khan fu consegnata a mano al Papa.

Carpine pubblicò poi il libro Historia Mongolarum, in cui descrisse carattere, storia, politica estera e tattiche militari dei mongoli. In un asezione, spiegava anche come sconfiggere o resistere al meglio ai nomadi delle steppe. Era un libro innovativo, conosciuto solo attraverso i riassunti fino al XIX secolo, che però confutava l’idea che i mongoli fossero solo una banda di assassini e funse da modello per gli avventurieri successivi.

Fu quella spedizione a gettare il seme della presenza cristiana in Mongolia. Ma, di fatto, con la costituzione dell’Unione Sovietica e quella della Mongolia in repubblica socialista, le religioni non ebbero più cittadinanza in Mongolia.

Solo all’indomani delle prime elezioni democratiche del 1992, con il primo governo multipartitico, la Mongolia volle dimostrare l’impegno di tutelare la libertà di religione e di culto. Inoltre, si viveva una forte crisi economica, e c’era bisogno anche di aiuto. Fu la Mongolia a chiedere alla Santa Sede di ristabilire le relazioni diplomatiche.

Subito la Santa Sede si attivò. Venne proposto alla Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Scheut) di andare in Mongolia, per motivi storici. Nel 1991, tra l’altro, c’era stata una prima esplorazione nel Paese di padre Jerrom Heyndrickx, noto sinologo. Nel luglio 1992, furono inviati tre missionari: i padri belgi Robert Goessens e Gilbert Sales, e il filippino Venceslao Padilla, che sarebbe poi stato prefetto apostolico di Ulaanbatar.

Fu soprattutto Padilla a mettere in campo i suoi talenti relazionali, che hanno permesso di costruire le prime realtà ecclesiali. Si partì da un appartamento in affitto nel quale vivevamo i missionari, e si arrivò a relazioni stabili con persone che hanno interesse per la fede, tanto che nel 2002 la Santa Sede eresse la prefettura apostolica di Ulaanbatar. I missionari della Consolata, di cui fa parte il Cardinale Marengo, sono arrivati nel 2003.

E proprio tra il 2003 e il 2010, con il boom economico, si è accelerata la trasformazione interna della Mongolia. E questo ha anche dato nuovo impulso alle missioni e al lavoro dei missionari.

Papa Francesco, dunque, arriva in una realtà piccola, ma viva, con una presenza forte sul territorio, ma anche con la necessità di trovare nuove vocazioni. Il Paese dell’Eterno Cielo aspetta il Papa con il suo piccolo gregge, con la speranza di poter trovare incoraggiamento per portare avanti la missione. Una missione sempre più difficile, considerando la situazione internazionale e gli ingombranti vicini.

(1-continua)