“Voi non siete dimenticati”. La sollecitudine dei vescovi per la Terrasanta

I vescovi della Holy Land Coordination sulla strada verso Gaza
Foto: da Facebook
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“Non siete dimenticati”. I vescovi del Coordinamento Terrasanta si rivolgono ai cristiani che ancora calpestano la terra che calpestò Cristo. Tra mille difficoltà. Il loro messaggio giunge al termine di una intensa settimana che li ha portati per due Giorni a Gaza, ma anche in Siria e in Iraq a visitare i rifugiati, ma non nelle comunità dietro il muro di Cremisan, dove pure sarebbero voluti andare.

È il segnale dell’attenzione sempre più grande verso la Terrasanta e il Medio Oriente in generale. Anche i vescovi europei avevano voluto tenere lì la loro plenaria a settembre, e non è un caso che mons. Duarte da Cunha, segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, ha sottolineato in una intervista al Sir gli scorsi giorni che “cresce la sensibilità delle Chiese nei confronti della Terrasanta.

I vescovi del Coordinamento Terra Santa riprendono l’appello della Laudato Si, ricordano che il mondo è “sempre più unificato”, sottolineano che “qui, in questa Terra Santa per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, ci è stato ricordato durante la nostra visita, la presenza duratura della Chiesa tra i deboli, i vulnerabili e quanti sono troppo spesso dimenticati”.

I vescovi portano con loro le esperienze e le storie ascoltate: dai due giorni a Gaza, alla visita alla comunità di Madaba in Giordania che accoglie molte famiglie di rifugiati iracheni, all’incontro con i preti e il patriarcato in Giordania al Fuheis.

L’impegno della Chiesa cattolica in Terra Santa è straordinario. L’impatto dei rifugiati sulle Caritas, specialmente in Giordania, è stato enorme, eppure si continuano a dare aiuti. La guerra in Siria, il conflitto in Iraq, fanno della Terrasanta un luogo da cui i cristiani fuggono, piuttosto che un luogo in cui restano. 

Scrivono i vescovi del Coordinamento Terra Santa: “La violenza in corso rende ancor più urgente che ci si ricordi e si assistano tutti, specialmente quelli ai margini, che cercano di vivere nella giustizia e di pace”. Poi si rivolgono alla comunità cristiana e ai giovani di Gaza. “Voi – scrivono - non siete dimenticati. La guerra del 2014 ha portato alla distruzione di migliaia di case e delle infrastrutture materiali e sociali di Gaza, così come alla morte di israeliani e palestinesi. Un anno e mezzo dopo, mentre ci sono segni di speranza e la capacità di ripresa della popolazione è notevole, molti rimangono senza casa e traumatizzati dalla guerra”.

Certo, il blocco “continua a rendere la loro vita disperata”, vivono “effettivamente in una prigione”, e addirittura nella Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza è stato detto ai vescovi che “uno degli atti di misericordia è quello di visitare i prigionieri e vi ringrazio per aver visitato la più grande prigione del mondo”. Ma ci sono segnali di speranza, mostrata dalla “capacità di tanti cristiani e musulmani nel sostenersi a vicenda in questa situazione è un segno visibile di speranza e, in un momento in cui molti cercano di dividere le comunità, un esempio per tutti noi”.

Lo sguardo va anche alla comunità cristiana di Beit Jala, divisa dalla confisca delle terre che è seguito all’espansione del muro nella valle di Cremisan da parte di Israele, avvenuta – denunciano i vescovi – “in violazione del diritto internazionale”. Nemmeno loro sono dimenticati, e – assicurano i vescovi – “per tutto il 2016 presenteremo la vostra grave situazione a livello nazionale e internazionale”.

E non sono dimenticati nemmeno palestinesi e israeliani che cercano la pace, perché “il diritto di Israele di vivere in sicurezza è chiaro, ma l'occupazione continua corrode l'anima di entrambi, occupanti e occupati”. I vescovi chiedono “maggiore energia” ai leader politici di tutto il mondo “nella ricerca di una soluzione diplomatica per porre fine a quasi 50 anni di occupazione e per risolvere il conflitto in corso in modo che i due popoli e le tre fedi possano vivere insieme in giustizia e pace”.

Capitolo rifugiati. “Abbiamo sentito – raccontano i vescovi - del trauma e delle difficoltà nel cercare di ricostruire le loro vite. Per la maggior parte, il ritorno a casa non è più un'opzione”. Di tutti i Paesi dell’area, la Giordania è quella che è stata chiamata ad accogliere il maggior numero di rifugiati. “Gli sforzi della Chiesa locale e delle ONG nell’aiutare tutti i rifugiati - cristiani e musulmani - sono significativi e lodevoli specie nell’affrontare la perdita di dignità umana da parte dei rifugiati, ma la comunità internazionale deve fare di più per alleviare le loro sofferenze e  lavorare per la pace in tutta la regione”.

Il pensiero va anche ai sacerdoti, alle comunità religiose e ai laici della Chiesa in Giordania, perché “la Chiesa in Giordania è vivace e in crescita, ma i cristiani sono timorosi dell’estremismo crescente nella regione”. C’è speranza a seguito dell’entrata in vigore dell’Accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, il quale può offrire “un modello di dialogo e di cooperazione tra gli Stati che rispetti e preservi la libertà di religione e la libertà di coscienza per tutti i popoli”.

 

 

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