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XXIX Giornata Mondiale del Malato, la cura dei fratelli secondo Papa Francesco

Don Angelelli responsabile della pastorale della salute della Cei ci accompagna nella lettura del messaggio del Papa

Papa Francesco con un piccolo malato  |  | Vatican Media Papa Francesco con un piccolo malato | | Vatican Media

La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è momento propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità.

Il pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. A tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati, esprimo la mia spirituale vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa. Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno. Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale”.

Così inizia il messaggio del Papa, Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli’, incentrato sulla relazione di cura. Per comprendere meglio il senso del messaggio abbiamo chiesto a don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, di spiegarci il motivo per cui il Papa chiede di essere tutti fratelli: “La ragione è scritta nel Vangelo, perché è chiaramente annunciato la nostra comune figliolanza nei confronti di Dio Padre e quindi tutti fratelli in Gesù. E’ chiaramente un richiamo anche all’enciclica ‘Fratelli tutti’, in cui il Papa ci ricorda questa nostra radice comune. 

Ma per dimostrare che siamo fratelli è necessario compiere alcuni gesti da fratelli; ed i gesti che si compiono tra fratelli sono gesti di cura. Secondo me esiste un forte legame tra il secondo capitolo della recente enciclica, in cui il papa commenta la figura del buon Samaritano e questo messaggio per la Giornata mondiale del malato, in cui ci ricorda un passaggio forte del capitolo 23 del vangelo di Matteo, in cui Gesù afferma che uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. Questa comunione, che siamo chiamati a realizzare, si compie con i gesti di cura ed, all’interno di una comunità cristiana, la fede si vive concretamente attraverso i gesti di cura reciproca. E’ una chiamata forte del papa ad un gesto di coerenza, come affermato nel messaggio: ‘Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia’. Il riferimento del Vangelo è proprio all’accusa che Gesù fa ai dotti del tempo”.

In quale modo si instaura fiducia nella malattia?

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“La fiducia è un elemento essenziale nel percorso di cura e si instaura nel momento in cui il curante presta una reale attenzione al curato; nel momento in cui il malato si rende conto che l’altro gli sta dando attenzione. Per fare questo c’è bisogno che il curante si ricordi che non cura solo la parte malata della persona, ma cura la persona nella sua interezza. In gergo si chiama ‘presa in carico globale della persona. In questo senso il medico o l’infermiere fa percepire alla persona malata che sta lì per ascoltarlo con attenzione. Se la persona, bisognosa di cure, percepisce questa azione empatica della relazione di cura, a quel punto scatta la fiducia. Questo è un elemento necessario dal punto di vista relazionale, perché si deve stabilire una buona relazione di cura tra curante e curato; ma è anche necessario dal punto di vista clinico, perché permetterà una migliore disponibilità da parte del paziente nei percorsi terapeutici offerti dal curante. Invece la mancanza di fiducia genera comunque gesti di cura, ma sono disumanizzanti. A volte il malato fatica a trovare attenzione da parte del curante e se non esiste questa fiducia si va verso scenari conflittuali, in cui a volte aumentano i contenziosi  legali e diminuisce la forza della relazione di cura. A volte i medici non hanno nemmeno tempo per stabilire una buona relazione di cura, perché il sistema non li aiuta. La speranza è che ci siano migliori condizioni per costruire una serena condizione di fiducia tra curante e curato, necessaria ad una buona relazione di cura”.

Allora quale relazione instaurare con il malato?

“Nella relazione di cura si distinguono tre elementi. Il primo elemento è l’informazione, perché il malato deve sapere la sua condizione clinica, spiegandogli chiaramente le scelte terapeutiche. Il secondo elemento è la comunicazione attraverso un linguaggio comprensibile con  strumenti necessari per dialogare. Il terzo elemento, quello che qualifica il rapporto medico/paziente, è l’empatia, che purtroppo è stata rimossa, perché abbiamo avuto un’eccessiva fiducia nel progresso medico scientifico. Le ricerche della scienza sono necessari, ma non sono esaustivi nella relazione di cura. Anche il progresso è un elemento della cura, ma c’è sempre bisogno di una solida ed ampia dimensione empatica: il curante si deve ricordare che davanti a sé ha una persona bisognosa di salute; quindi deve essere ascoltata. L’empatia è una disposizione d’animo che ti permette di entrare in sintonia con l’altro e farti carico delle sue sofferenze. Significa svestirsi dei panni della sicurezza ed andare incontro alle insicurezze dell’altro”.

Cosa ci possono insegnare Giobbe ed il buon Samaritano?

“Sono due testimoni della prova della sofferenza, che hanno avuto un atteggiamento di profonda fiducia e di apertura all’altro. Giobbe ha vissuto personalmente l’esperienza della sofferenza: non si è rivolto contro Dio, ma si è posto tante domande di senso nella sua esperienza, avendo una fiducia profonda in Dio. Giobbe ha sofferto molto nella sua esperienza, mantenendo un’idea di fondo solida: un giorno capirò perché Dio mi chiede ciò. Non necessariamente oggi, ma se credo che Dio è carità ed amore, quello che mi sta chiedendo avrà un senso, anche se non lo capisco ora. Invece il Samaritano ha un atteggiamento di apertura nei confronti dell’altro, perché non gira lo sguardo dall’altra parte. Prima di lui sono passati altri due ed hanno fatto finta di non vedere. Nell’ultima enciclica il papa ci ricorda che ci sono i compagni dei briganti: i briganti sono quelli che hanno malmenato quella persona, ma i compagni dei briganti, a cui il papa assegna la stessa responsabilità, sono quelli che fanno finta di non vedere. Il samaritano si è coinvolto in prima persona. La chiamata forte ai cristiani in questo periodo di pandemia è quello di non ‘girare’ lo sguardo dall’altra parte e di coinvolgerci personalmente. Il Vangelo chiede di essere comunità cristiana, in cui ci si prende cura reciprocamente. Questa si chiama comunità sanante, all’interno della quale le fragilità vengono considerate priorità da curare”.