Chiesa Cattolica in Unione Sovietica, gli inferi non sono prevalsi

Presentazione del volume di padre Jan Mikrut, Pontificia Università Gregoriana, 8 novembre 2017
Foto: AG / ACI Stampa
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“Non praevalebunt”: le parole di Gesù, la sua promessa che le porte degli inferi non prevarranno, risuonano in tutto il libro curato da padre Jan Mikrut, “La Chiesa Cattolica in Unione Sovietica”, terzo di una serie di volumi che vanno ad esplorare la storia delle Chiese dell’Est sotto la dominazione sovietica.

“Non praevalebunt”, perché davvero le porte degli inferi non hanno prevalso sulla Chiesa che mai aveva vissuto tali attacchi nella storia. Una persecuzione anticristiana cominciata con la Rivoluzione di ottobre del 1917, e proseguita per 70 anni, fino al 1989, quando l’Unione Sovietica ha cominciato un lento percorso verso la normalità.

Il volume è stato presentato all’Università Gregoriana dal curatore e da due testimoni di eccezione: l’arcivescovo Tadeusz Kondusiewicz di Minsk, che non solo ha vissuto il regime sovietico, ma è stato anche il primo arcivescovo cattolico a Mosca quando Giovanni Paolo II decise di ricostruire la gerarchia lì; e il vescovo greco cattolico Iriney Bylik, ora canonico di Santa Maria Maggiore, sacerdote così clandestino che sua madre morì nel 1984 senza aver mai saputo che il figlio era stato ordinato sacerdote.

Quelle che si dipanano nel volume di Mikrut sono storie di altri tempi, eppure di tempi ancora attuali. E se il legame con la mentalità dell’attualità si può trovare in molti dettagli, è anche vero che molte delle situazioni appaiono davvero lontane da noi, se non fosse che sono praticamente parte della storia contemporanea.

Cosa si ritrova ancora oggi del clima che ha fatto seguito alla Rivoluzione di Ottobre? Innanzitutto, la propaganda sottile, quella che puntava a far rivoltare la gente contro la Chiesa, giustificando la confisca dei beni con l’idea che i beni della Chiesa sarebbero stati meglio distribuiti ai poveri; e poi, una certa mentalità individualista, che porta a fare a meno di Dio, e che oggi ha portato a quell’idea dell’Ordine Mondiale Senza Dio denunciato a più riprese dal Cardinale Angelo Bagnasco, presidente delle Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee.

Quello che è diverso è che oggi non c’è un regime unico e totalitario che legittima formalmente questa persecuzione e controlla ogni singola azione delle persone. C’è, piuttosto, un clima di destrutturazione della realtà, mentre al tempo dell’Unione Sovietica lo sradicamento della religione passava anche attraverso una propaganda ateistica attiva, che aveva portato persino a organizzare i gruppi dei “Senza Dio”, con tanto di rivista dedicata e una militanza persino violenta contro la Chiesa Cattolica.

Ma non solo. Tutte le religioni dovevano essere sradicate. Era proprio il sentimento religioso a non essere accettato in Unione Sovietica. “Andavo bene a scuola – racconta l’arcivescovo Bylik – e potevo avere grandi prospettive, ma mi dissero che non ero abbastanza un ‘uomo sovietico’. Fui costretto al servizio militare, inviato a comandare reparti a 100 metri di profondità”.

E l’arcivescovo Kondrusiewicz, mettendo in luce con meticolosità tutti i passaggi che hanno portato alla guerra sovietica contro la religione, ha raccontato con orrore anche la distruzione di edifici storici, chiese che avevano un valore artistico. “Seppure i sovietici non volevano si pensasse alla religione – ha chiosato – perché dovevano distruggere luoghi della memoria, un patrimonio artistico e culturale?”

La risposta sta nella stessa domanda: perché la memoria andava cancellata. Ed è qui che avviene il miracolo. Entrambi i testimoni hanno sottolineato che “sono stati i nonni a tramandare la fede” insegnando “le preghiere, la storia di Gesù, la fede tradizionale”, e preservando quella memoria popolare che veniva distrutta nei documenti.

Non si potevano stampare libri religiosi? E allora le preghiere, i breviari, i messali erano scritti a mano, e tramandati di volta in volta, mentre ci si organizzava in seminari clandestini, perché gli unici due presenti sul territorio dell’Unione Sovietica – a Riga e a Kaunas – erano a numero chiuso, e le ammissioni le decideva solamente il partito.

È una storia che si sintetizza in un motto, “Per aspera ad astra” (verso le stelle attraverso le asperità), che fu quello episcopale del vescovo lituano Teofilos Matulionis, martire del comunismo e beatificato poco tempo fa, cui è dedicato un intero capito del libro curato da Mikrut.

Perché le asperità che hanno portato verso le stelle la Chiesa nell’Unione Sovietica sono state moltissime, e in molti casi persino atroci. Ci sono stati anche i campi di concentramento a fare da orrenda cornice al periodo storico che va tra le due guerre, le deportazioni dei fedeli in Siberia e a Karaganda in Kazakhstan, persino le fucilazioni dei sacerdoti.

Eppure, la fiammella della fede non si è mai spenta, nelle repubbliche dell’Unione Sovietica. La Chiesa greco-cattolica ucraina è sopravvissuta in diaspora e in clandestinità alla soppressione, e lo stesso è accaduto per la Chiesa bielorussa, che oggi tra l’altro vanta ottimi rapporti con la Chiesa ortodossa, e lo stesso è successo nel territorio russo.

L’atteggiamento della Santa Sede di fronte ai fatti di ottobre fu prudente all’inizio allo scopo di salvare e preservare quanti più fedeli possibili, e poi di aperta condanna, quando divenne evidente che l’ateismo di Stato non era un fenomeno passeggero. La Santa Sede passa, dunque, dalla ricerca di un accordo allo stabilimento di una gerarchia clandestina, e giganteggiano in quei tempi le figure di Achille Ratti, inviato in Polonia a gestire e mediare nella difficilissima situazione post-rivoluzione; e di Eugenio Pacelli, nunzio in Germania, che fu delegato ad occuparsi dei fatti della Russia: diventeranno entrambi Papi, rispettivamente Pio XI e Pio XII.

Erano i tempi in cui la Chiesa guardava ad Est come una nuova frontiera, perché dopo la caduta dello zar con la Rivoluzione di febbraio veniva a cadere il cesaropapismo, la religione controllata direttamente dallo Stato, e infatti con il centenario della Rivoluzione Russa il Patriarcato di Mosca sta festeggiando il centenario della sua ricostituzione, e per questo sta invitando a fargli visita i patriarchi ortodossi delle altre auto-cefalie – se riuscirà andrà anche Ilia di Georgia, tra i più legati al Patriarcato di Mosca e tra i più chiusi nel dialogo ecumenico, come dimostrato durante la recente visita di Papa Francesco nel Paese.

Ma è anche per questo che i cento anni dalla Rivoluzione di ottobre costituiscono con i cento anni dalla costituzione del Pontificio Istituto Orientale e della Congregazione delle Chiese Orientali, le intuizioni di Benedetto XV per guardare ad Oriente con una speranza rinnovata.

Presto questo atteggiamento di speranza della Santa Sede cadde, e si cominciò a ragionare in termini diversi. Dalla prudenza e le trattative per stipulare un concordato, si passa allo studio della situazione, con la Commissione Pro Russia che lavora anche come un centro di controinformazione.

C’è un dato che deve far riflettere. Il libro dimostra come i rigurgiti anticlericali e antireligiosi sono direttamente ispirati dalla Rivoluzione Francese, e dal modo in cui questa prende di mira la Chiesa. Una filosofia che poi trova compimento nel comunismo concepito da Marx ed Engels.

Quando la Chiesa dovette affrontare la Rivoluzione, lo fece istituendo la Congregazione Super Negottis Ecclesiasticis Regni Galliarum, una Congregazione dedicata ai fatti di Francia voluta da Pio VI nel 1793. E Pio VI – il Papa che Francesco ha omaggiato a Cesena, l'ultimo a morire in esilio nella storia della Chiesa – mise così le basi per la moderna seconda sezione della Segreteria di Stato, che nasce appunto come un centro di studi sulla questione francese.

Quando il problema si ripresenta in Russia, anche lì si risponde con la cultura, perché la diplomazia della Santa Sede guarda all’essere umano, e non alla diplomazia per fare diplomazia. E così, alla Commissione Pro Russia si aggiunge un Segretariato sull’ateismo con un suo bollettino informativo: Let- tres de Rome sul l’Athéisme Moderne che, tradotto in cinque lingue, uscì dal 1935 al 1939.

Quella che è rimasta è però la fede delle persone semplici. Per questo, Jan Mikrut ha voluto dire di una Messa del tutto particolare che si teneva durante il regime comunista: la Messa senza sacerdote.

“in orario prestabilito – ha raccontato - i fedeli si incontravano in chiesa portavano messale aperto, calice vuoto, i fedeli recitavano il Kirie il Gloria, le letture e poi si recitava credo e altre preghiere. Al momento della consacrazioen un profondo silenzio, interrotto a volte dai pianti delle persone. Alla comunione si suonava il campanello e i presenti recitavano l’atto di adorazione del Santissimo”. 

Era l’unico culto concesso in alcuni casi, in un mondo – quello sovietico – in cui i Paesi che orbitavano intorno all’Unione erano divisi in tre fasce di libertà religiosa, dalle repubbliche – come quelle baltiche – dove una piccola gerarchia ecclesiastica poteva sopravvivere ai posti dove la religione era bandita, anche violentemente.

In tutto questo, svettano le storie delle persone semplici, che hanno conservato la fede. E c’è un qualcosa di provvidenziale, di certo. Perché, se è vero, come dice Mikrut, che la fede cattolica “non ha mai incontrato un nemico così spietato, metodico e violento come l’ideologia sovietica”, è vero anche che, come nota l’arcivescovo Kondrusiewicz, nello stesso periodo della rivoluzione di ottobre appariva la Madonna di Fatima.

“E oggi – conclude – si vede che il miracolo di Fatima si compie, e che davvero la conversione della Russia può fare bene al mondo”.