Città del Vaticano , 24 January, 2026 / 4:00 PM
È stato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, a rompere il muro della Santa Sede sulla situazione in Iran. In una presa di posizione non ufficiale, ma significativa, il cardinale ha notato che non si può massacrare il proprio stesso popolo, di fatto condannando la repressione iraniana contro le proteste. Ed è il massimo che ci si può aspettare dalla Santa Sede sul tema dell’Iran, se non altro perché le relazioni sono state buone, rafforzate da temi comuni come la difesa della famiglia e la lotta alla maternità surrogata, e portate avanti in maniera costante fino agli ultimi contatti di Papa Francesco con il presidente iraniano al Raisi, poi morto in un incidente di elicottero, e la telefonata dello stesso Parolin al neo-presidente Pesheznian, in un momento in cui l’Iran era ancora percepito come “ago della bilancia” del Medio Oriente.
Intanto, le mire del presidente USA Donald Trump nei confronti della Groenlandia hanno suscitato la reazione di ben tre cardinali USA, mentre l’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti, non ha mancato di mettere in luce la possibilità, per i soldati USA, di compiere obiezione di coscienza in caso di attacco.
Il cardinale Parolin ha anche celebrato, il 23 gennaio, una Messa per il 200esimo anniversario delle relazioni tra Santa Sede e il Brasile, siglando anche la prefazione a un libro pubblicato dall’Ambasciata del Brasile per celebrare la ricorrenza. In questi giorni, il cardinale ha commentato anche di un possibile ingresso della Santa Sede nel “Board of Peace for Gaza” voluto dal presidente USA Donald Trump. La Santa Sede sta valutando la possibilità di entrare, sebbene senza contributo finanziario (che non potrebbe avere) e magari con un ruolo di osservatore.
Durante la settimana, si era diffusa la voce che il Papa avrebbe negato udienza al presidente Francese Emmanuel Macron, e che questa sarebbe stata anche la reazione alle nuove vetrate imposte nella cattedrale di Notre-Dame dallo Stato francese. La notizia è stata smentita dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede. Tra l’altro, il presidente francese è una delle personalità con una fast track sull’udienza papale, cui va sempre concessa. La Santa Sede non nega mai incontri, semmai li favorisce.
Una curiosità. Il Granduca e la Granduchessa di Lussemburgo hanno avuto una udienza privata con Leone XIV il 23 gennaio, e per la prima volta la Granduchessa ha esercitato le privilege du blanc, ovvero il privilegio di vestire di bianco davanti al Papa. Questo privilegio spetta solo ai sovrani cattolici.
FOCUS BRASILE
200 anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Brasile
Il 23 gennaio, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, ha celebrato una Messa nella Basilica di Santa Maria Maggiore in occasione del bicentenario delle relazioni diplomatiche tra il Brasile e la Santa Sede. Ha pronunciato l’omelia in lingua portoghese, ricordando le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Brasilia, iniziate il 23 gennaio 1826, quando la Santa Sede riconobbe l’Impero del Brasile, che, in duecento anni, hanno visto 34 internunzi e nunzi apostolici.
Il cardinale Parolin ha sottolineato che la diplomazia della Santa Sede è intesa come “servizio della pace”, “rinuncia alla violenza” e “comunione che nasce dall’armonia delle differenze orientate a un fine più alto”, ideali che hanno tenuto in piedi le relazioni bilaterali tra Brasile e Santa Sede.
Il cardinale Parolin ha rimarcato che “la diplomazia della Chiesa non nasce dalla ricerca di vantaggi politici, ma da una visione morale e spirituale della storia, in cui il dialogo prevale sul conflitto, la pazienza sulla sopraffazione e la coscienza sull’interesse immediato”.
Rifacendosi al Salmo 56, letto durante la celebrazione, il Segretario di Stato vaticano ha sottolineato che questo celebra “la fragilità della condizione umana, ma anche l’incrollabile solidità della misericordia divina”.
Parlando delle relazioni tra Santa Sede e Brasile, il cardinale descrive la Santa Sede come una “compagna di viaggio” del Paese sudamericano, sempre “attenta alle ferite sociali, alle sfide educative e alla promozione della giustizia e della pace”.
Quindi, il cardinale ha proseguito commentando il Vangelo del giorno, con Gesù che chiama a sé gli apostoli su un monte, un gesto che è “un invito alla vicinanza” e un “incoraggiamento alla prossimità con Dio, che la Chiesa accoglie e trasforma”, mentre Gesù sceglie dodici apostoli la cui diversità è “lezione preziosa anche per il consesso delle nazioni: la comunione non nasce dall’uniformità, ma dall’armonia delle differenze orientate a un fine più alto”.
In duecento anni di relazioni, ha aggiunto il cardinale Parolin, Santa Sede e Brasile “hanno attraversato mutamenti politici, trasformazioni sociali, crisi e rinnovamenti, rimanendo tuttavia ancorati a un principio essenziale: la centralità della persona umana, creata a immagine di Dio e chiamata a una vita di dignità, libertà e responsabilità”.
Le Scritture tracciano dunque la rotta della missione della Chiesa e al contempo della diplomazia che, “in un mondo segnato da tensioni, conflitti e nuove forme di povertà, non possono prescindere dalla ricerca sincera della pace, dono di Dio e frutto della giustizia”.
L’augurio è che i duecento anni di relazioni diplomatiche “non siano dunque un punto d’arrivo, ma una soglia, l’inizio rinnovato di un impegno condiviso a favore dell’uomo e della sua vocazione trascendente”.
FOCUS SANTA SEDE
Parolin: preoccupazione per la tragedia infinita in Iran
Lo scorso 17 gennaio, il Cardinale Parolin ha presieduto una celebrazione eucaristica per l’esposizione delle reliquie di San Pier Giorgio Frassati. A margine delle celebrazioni, ha risposto ad alcune domande dei giornalisti, facendo riferimento a quello che accade in Iran.
Riguardo la situazione a Teheran e dintorni, il cardinale Parolin ha espresso la sua “grande preoccupazione” per una “tragedia infinita” per la quale ci si chiede “come sia possibile accanirsi contro il suo stesso popolo”, e si auspica che si possa giungere ad una soluzione pacifica alla situazione attuale.
Il cardinale ha parlato anche della situazione in Venezuela (dove è stato nunzio dal 2009 al 2013), ribadendo l’impegno costante della santa Sede a trovare una soluzione pacifica alla crisi.
“Avevamo tentato – ha detto Parolin, facendo tra l’altro riferimento ai contatti avuti con l’amministrazione USA la vigilia di Natale, rivelati dal Washington Post - di trovare una soluzione che evitasse qualsiasi spargimento di sangue, trovando magari un accordo anche con Maduro e con gli altri esponenti del regime, però questo non è stato possibile”.
Anche qui, il cardinale ha auspicato un dialogo perché la situazione, “di grande incertezza”, si evolva verso la stabilità e un recupero economico da una situazione molto precaria”.
Il segretario di Stato vaticano ha affrontato anche la situazione della Groenlandia, dove si sono concentrate le mire del presidente USA Donald Trump. Il cardinale Parolin ha ammonito che “non si possono utilizzare soluzioni di forza”, perché non sono accettabili e “avvicineranno sempre di più a una guerra all’interno della politica internazionale”.
(La storia continua sotto)
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Il cardinale Parolin sulle tensioni tra Trump ed Europa
Parlando il 21 gennaio a margine dell’incontro per i 25 anni dell’Osservatorio per l’Independent Thinking, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha chiesto dialogo tra Stati Uniti ed Europa, perché “le tensioni non sono salutari e creano un clima che aggrava la situazione internazionale che è di per sé grave”. Credo che l’importante sarebbe eliminare le tensioni e discutere dei punti controversi, senza entrare in polemica né in tensioni”.
Il cardinale si pronuncia anche sulla proposta del presidente Donald Trump di un Board of Peace for Gaza. Si tratta di una sorta di “consiglio di amministrazione privato”, dove le nazioni che decidono di sedere sotto la leadership USA sono chiamate a contribuire con un miliardo di dollari. Parolin ha detto che “il Papa l’ha ricevuto e stiamo vedendo che cosa fare, stiamo approfondendo, credo che è una questione che esige un po’ di tempo per essere considerata e per dare una risposta”, ma comunque la Santa Sede “non partecipa da un punto vista economico, non siamo neanche in grado di farlo, però evidentemente ci troviamo in una situazione diversa rispetto agli altri Paesi, quindi sarà una considerazione diversa, ma io credo che la richiesta non sarà quella di partecipare economicamente”.
A Davos, Trump ha detto di amare l’Europa, ma di non gradire la direzione che sta prendendo. Il Segretario di Stato vaticano replica che “questo è il suo punto di vista, basta rispettare il diritto internazionale, credo che sia questo l’importante, al di là dei sentimenti personali, che sono legittimi, ma rispettare le regole della comunità internazionale”.
Il cardinale Parolin ha anche sottolineato che “è importantissima la fiducia nella stampa”, ma anche che “è altrettanto importante l’uso responsabile della stampa, per cui si cerca di costruire e non di polarizzare o di distruggere”.
Parlando poi alla conferenza, il cardinale Parolin si è soffermato anche sulla situazione in Venezuela, dove è stato nunzio dal 2009 al 2013. Ha detto che nel suo periodo da nunzio "c'erano grosse difficoltà a livello politico; quando sono arrivato c'era tensione tra l'episcopato e Chavez, perché l'episcopato esprimeva critiche sulla linea politica del presidente; poi le cose sono peggiorate. Adesso ci troviamo in questa nuova situazione di enorme incertezza, difficile prevedere quale sarà l’evoluzione”.
Parolin si è poi soffermato sulla situazione mondiale, sui conflitti e sulla posizione della Santa Sede, che considera sempre: “Una crisi comporta sofferenze inaudite per la popolazione. Prima di tutto c’è l’attenzione alle popolazioni: non dobbiamo considerare i numeri, ma i volti”.
Riguardo alla crisi nucleare, Parolin ha sottolineato che “la Santa Sede ha sempre optato per il disarmo. Dobbiamo ridurre gli armamenti, perché una volta che ci sono, poi vengono usati. La Santa Sede sostiene l’immoralità non solo dell’uso, ma del possesso delle armi nucleari”.
Il cardinale ha affrontato anche la situazione in Terrasanta. Secondo il segretario di Stato vaticano, quando si risolverà il conflitto israelo-palestinese, allora “si risolveranno anche le altre questioni regionali”.
Ha ricordato che la Santa Sede ha riconosciuto da dieci anni lo Stato di Palestina, e ha ribadito che la Santa Sede sostiene ancora la soluzione dei “due popoli, due Stati”, proposta “ancora fattibie, ma l’importante è dare una speranza al popolo palestinese”.
Tra le domande degli studenti, anche una sull’intelligenza artificiale, un tema “che occupa e preoccupa anche la Chiesa, e sul quale stiamo cercando di riflettere”. Vorremmo costituire un think tank della Santa Sede. Il contributo della Chiesa è un approccio etico: che l’Intelligenza Artificiale sia a servizio della dignità umana e non diventi un pericolo”.
FOCUS USA
Gli USA contro la Groenlandia, la posizione dell’Ordinario militare degli Stati Uniti
L’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti, ha sottolineato in una intervista radio del 18 gennaio che i soldati degli Stati Uniti possono in buona coscienza disobbedire agli ordini di partecipare ad un’invasione della Groenlandia.
L’arcivescovo, parlando alla BBC, si è detto preoccupato che il personale militare USA sotto la sua cura pastorale possa essere messi nella situazione “in cui venga loro ordinato di fare qualcosa che è moralmente discutibile”.
“Sarebbe – ha detto l’ordinario militare USA – molto difficile per un soldato, un marine, un marinaio disobbedire a un ordine di quel tipo… ma, parlando in modo preciso, questo sarebbe nell’ambito della sua coscienza e sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine. Tuttavia, questo metterebbe l’individuo in una situazione insostenibile, ed è questa la mia preoccupazione”.
In via ipotetica, l’uso della forza militare contro la Groenlandia costituirebbe un attacco contro un territorio parte dell’alleanza NATO, poiché la Groenlandia è territorio autonomo del Regno di Danimarca. Questa ipotesi di attacco, secondo l’arcivescovo Broglio, “rovina l’immagine degli Stati Uniti nel nostro mondo”, perché “tradizionalmente, abbiamo risposto a situazioni di oppressione o situazioni che a volte non erano nemmeno nostro nazionale interesse… ma questo è certamente difficile da giustificare”.
Tre cardinali USA diffondono una dichiarazione congiunta sulla questione Groenlandia
In una mossa senza precedenti, i Cardinali Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, DC, e Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui criticano la politica estera degli USA e la paragonano a quanto richiesto da Leone XIV nel suo discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Il testo si intitola “Delineare una visione morale della Politica Estera degli Stati Uniti”.
Secondo i tre portati, nel 2026 gli Stati Uniti sono entrati in uno dei dibattiti più profondi dalla fine della Guerra Fredda, colpiti dagli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia che “hanno sollevato questioni basilari riguardo all’uso della forza militare e al significato della pace”.
I cardinali sottolineano che “il diritto sovrano delle nazioni all’autodeterminazione appare troppo fragile in un mondo di sempre più grandi conflagrazioni”, mentre “bilanciare l’interesse nazionale con il bene morale viene messo nella cornice di termini fortemente polarizzati”, e “il ruolo morale della nazione nell’affrontare il male nel mondo, sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e supportare la libertà religiosa è sotto esame”.
I cardinali guardano al discorso di Leone XIV al corpo diplomatico dello scorso 9 gennaio, che è “una bussola etica per stabilire il percorso della politica estera americana negli anni a venire”, in particolare rimarcando le dichiarazioni sulla “debolezza del multilateralismo”, notando come la protezione del diritto alla vita rappresenti, per il Papa, “il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano” e che “aborto e eutanasia distruggono quel diritto”, mentre l’aiuto internazionale deve mantenere gli elementi più centrali di dignità umana, che “sono sotto attacco a causa dei movimenti delle nazioni più ricche per ridurre ed eliminare i loro contributi ai programmi di assistenza umanitaria estera”.
I cardinali ricordano anche che il Papa punta il dito anche contro a una crescente violazione della coscienza e della libertà religiosa in nome della purezza ideologica che colpisce la stessa libertà, e sottolineano di “abbracciare la visione” del Papa affinché si stabilisca “una politica genuinamente morale per la nostra nazione”, cercando di costruire “una pace veramente giusta e duratura”.
I cardinali affermano di “rinunciare alla guerra come uno strumento per i ristretti interessi nazionali e proclamano che l’azione militare debba essere vista solo come un’ultima possibilità in situazioni estreme, e non come normale strumento di policy nazionale”.
Cupich, McElroy e Tobin sottolineano di cercare “una politica estera che rispetti a porti avanti il diritto alla vita umana, alla libertà religiosa e al miglioramento della dignità umana in tutto il mondo, specialmente attraverso assistenza economica”.
I cardinali concludono che “il dibattito della nazione sui fondamenti morali della nazione americana è influenzato da polarizzazione, partigianeria e ristretti interessi sociali ed economici”, mentre “Papa Leone ci ha dato il prisma attraverso il quale elevarci ad un livello superiore”.
FOCUS EUROPA
Ucraina, il nunzio a Kyiv denuncia la crisi attuale
La crisi attuale in Ucraina “ricorda l’Holodomor”, ovvero la carestia causata negli anni Trenta del secolo scorso da Stalin. Lo sottolinea ai media vaticani l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina, in un’intervista concessa lo scorso 17 gennaio mentre nel Paese continuavano i raid russi che continuano a causare una persistente carenza di rifornimenti.
“Oggi – ha detto il nunzio – l’intera popolazione ucraina è ferita e gravemente traumatizzata”. Si profila, tra l’altro, una crisi alimentare, considerando anche le rigide temperature, scese sotto i 20 gradi celsius.
A Kyiv, il 9 gennaio, circa 6 mila edifici sono rimasti senza riscaldamento, secondo dati diffusi dal sindaco Vitali Klitschko. Oltre 100 condomini sono rimasti senza riscaldamento, mentre gli attacchi hanno provocato un deficit elettrico: la domanda è di circa 18 gigawatt, mentre sono disponibili solo 11 gigawatt a livello nazionale.
L’arcivescovo Kulbokas nota che “in città come Leopoli o Kharkiv, le persone spesso hanno l’elettricità solo per tre ore al giorno”, e questo significa che “i fornai non possono cuocere il pane”, portando dunque la crisi energetica ed anche crisi alimentare, tanto che, ha detto il nunzio, la situazione ricorda l’Holodomor.
Lo scorso 16 gennaio, tuttavia, i vescovi di rito latino dell’Ucraina si sono riuniti presso ila santuario mariano di Berdychiv per il 35esimo anniversario del ripristino della gerarchia ecclesiastica in Ucraina, e hanno proclamato il 2026 “Anno del Sacro cuore di Gesù.
Zona cuscinetto per le proteste contro l’aborto? I vescovi di Scozia dicono “No”
Lo scorso 6 gennaio, la Conferenza Episcopale Scozzese ha pubblicato una nota in cui critica le restrizioni alla libertà di espressione e di coscienza imposte dalle cosiddette “zone cuscinetto” (buffer zone) attorno alle cliniche per l’aborto.
Queste zone cuscinetto si applicano in un raggio di 200 metri intorno alle cliniche di aborto. In queste aree, qualsiasi forma di influenza sulla decisione di abortire da parte di una donna può essere perseguita penalmente. Ci sono 30 località con cosiddette “zone cuscinetto” in tutta la Scozia, che in questo modo evitano anche le preghiere silenziose e altre manifestazioni antiaborto non invasive.
Secondo i vescovi di Scozia, la legge rappresenta una sorta di discriminazione, un’aggiunta non necessaria alle leggi contro le molestie, le intimidazioni e i disordini pubblici, che sono già piuttosto efficaci. Si tratta, secondo i vescovi scozzesi, di una protesta “sproporzionata e antidemocratica”, espressione di “un'eccessiva ingerenza dello Stato e una restrizione delle libertà fondamentali”, perché tra l’altro va a colpire un segmento della popolazione specifico, senza applicarsi in tutte le condizioni.
Non solo. È preoccupante, scrivono i vescovi, che la legge sia formulata in modo da criminalizzare anche le preghiere silenziose, in una scelta che “non ha precedenti nella Scozia moderna”, sollevando anche interrogativi sulla situazione dei diritti umani, della libertà di espressione e della libertà di religione in Scozia.
Inoltre, la legge andrebbe applicata anche in locali privati all’interno della zona protetta, il che significa che anche un manifesto pro-life in un appartamento o una conversazione captata da una finestra aperta possono essere considerati perseguibili per legge, mentre le stesse persone che si trovano da sole nella buffer zone possono essere anche sospettate di pregare silenziosamente per la protezione della vita.
Anche la polizia scozzese ha espresso preoccupazione riguardo la legge e la sua applicazione.
La Conferenza Episcopale Scozzese ha sottolineato di “sostenere tutti coloro che, per coscienza e compassione, si battono per il diritto alla vita. Non può essere un crimine usare la nostra voce e le nostre preghiere per i nascituri”.
I vescovi sottolineano che “una società che crede fermamente nei propri valori non teme le voci dissenzienti e non criminalizza la preghiera silenziosa”. Non pretende che i suoi agenti di polizia e giudici deducano i pensieri dai suoi cittadini. La legge sulla zona cuscinetto rappresenta un cambiamento del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini, un cambiamento che limita la libertà di parola e di religione in modo che dovrebbe riguardare tutti”.
Questo gennaio, Rose Docherty, attivista pro-life di 75 anni, dovrà comparire in tribunale per rispondere alle accuse di violazione della buffer zone, con un riferimento a diversi incidenti avvenuti da il settembre 2024 e il febbraio 2025.
FOCUS TERRASANTA
Israele, la protesta della Custodia di Terrasanta contro la Knesset
Parlando con i media vaticani, padre Ibrahim Faltas, responsabile della Custodia di Terrasanta, ha criticato con forza la legge approvata la scorsa settimana dalla Knesset (il Parlamento israeliano) che impedisce ai laureati delle università che seguono il curriculum dello Stato di Palestina di insegnare nelle scuole di Israele, con l’eccezione di chi possiede un accreditamento ad hoc da parte israeliana.
Il testo, promosso dai deputati del Likud Amit Halevi e Avichay Boaron, è passato con 31 voti a favore e 10 contrari.
Padre Faltas nota che la nuova legge non permetterà più di insegnare nelle scuole di Israele a “tutti i palestinesi della Cisgiordania che hanno studiato nelle università palestinesi, come per esempio quella di Betlemme, che è cristiana, o di Hebron”.
È una situazione grave, anche perché molti che avevano il permesso per lavorare in Israele “non possono più uscire (dai Territori palestinesi occupati, ndr). E altri che lavoravano nel settore del turismo, ora bloccato, da più di due anni non lavorano. Inoltre quelli che avevano un impiego stipendiato dall’Autorità palestinese non vengono pagati perché non ci sono soldi”.
Padre Faltas ha ricordato che la Custodia gestisce a Gerusalemme cinque scuole, e diciotto in tutta la Terra Santa, e la nuova legge impedisce ai laureati nelle università della Cisgiordania di insegnare. In particolare, le scuole di Gerusalemme pagano le conseguenze della decisione. Quindici di queste scuole sono cristiane, e interessano circa 12 mila studenti, anche musulmani.
Padre Faltas ha ricordato che nelle scorse settimane circa 10.000 di quegli studenti delle scuole cristiane della Città Santa non hanno potuto riprendere le lezioni dopo la fine delle vacanze natalizie. Questo perché i direttori dei loro istituti educativi avevano indetto uno sciopero contro la decisione delle autorità israeliane di non rinnovare i permessi di lavoro di 171 insegnanti provenienti dai Territori palestinesi occupati.
Secondo The Times of Israel, la legge non si applicherà agli insegnanti già assunti dal ministero dell’Istruzione – ci sono in effetti insegnanti che lavorano a Gerusalemme da trent’anni – ha affermato padre Faltas – per un totale di circa 235 famiglie.
I membri della Knesset arabofoni, di fronte al provvedimento, hanno parlato un atto discriminatorio, i sostenitori della legge l’hanno motivata come uno sforzo per arginare l’incitamento alla violenza e all’odio contro Israele.
FOCUS I.A.
Robot killer, una conferenza al Senato ne chiede il divieto
Lo scorso 17 gennaio si è tenuta al Senato italiano una conferenza che ha riunito esperti, ONG e rappresentanti della Chiesa riguardo ai rapidi sviluppi dell’intelligenza artificiale. In particolare, i partecipanti alla conferenza hanno messo in guardia contro i sistemi di armi letali autonomi (conosciuti con l’acronimo inglese LAWS) e ne hanno chiesto la messa al bando internazionale, sostenendo la campagna “Stop Killer Robots”, cui aderiscono circa 270 OG in tutto il mondo.
L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, ha sottolineato che “bisogna impedire che la tecnologia sfugga al controllo morale e legale umano”, e ha messo in luce il pericolo di un’escalation nucleare attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale.
Secondo Nicole van Rooijen, direttrice esecutiva della campagna "Stop Killer Robots", il trasferimento di decisioni di vita o di morte ad algoritmi rappresenta una violazione etica inaccettabile e crea un problema di responsabilità: se una macchina commette un crimine di guerra, di fatto rischia l'impunità.
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha sottolineato l'uso di sistemi basati sull'intelligenza artificiale nei conflitti attuali, come quello in corso nella Striscia di Gaza. Senza chiare regole internazionali, l'uso indiscriminato di tali tecnologie comporta gravi conseguenze per la popolazione civile. "Il diritto internazionale è sotto attacco", ha avvertito Noury, chiedendo un quadro normativo vincolante. Anche al di fuori dei classici scenari di guerra, ad esempio nella sorveglianza delle frontiere o nella sicurezza interna, l'uso di sistemi autonomi comporta rischi significativi per i diritti umani.
Tommaso Natoli della Croce Rossa Italiana ha sottolineato che principi fondamentali, come la distinzione tra civili e combattenti, non possono essere garantiti da sistemi autonomi.
Fabrizio Battistelli dell'istituto di ricerca "Archivio Disarmo" ha aggiunto che il solo diritto internazionale umanitario esistente è inadeguato e ha chiesto un accordo preventivo presso le Nazioni Unite. Tuttavia, tali iniziative sono attualmente bloccate da Stati Uniti e Russia.
Al termine della conferenza, Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo ha chiesto una maggiore pressione politica per impedire la "disumanizzazione della guerra" attraverso l'intelligenza artificiale. L'obiettivo, ha affermato, deve essere l'uso della tecnologia strettamente legato alla dignità umana e alla pace.
FOCUS MULTILATERALE
La Santa Sede all’ONU di New York, sui crimini contro l’umanità
Il 19 gennaio, l’arcivescovo Gabriele Caccia, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha partecipato al dibattito generale della prima sessione del Comitato Preparatorio della Conferenza Diplomatica delle Nazioni Unite sulla Prevenzione e la Punizione dei Crimini contro l’umanità.
Nel suo intervento, il nunzio ha ricordato l’appello di Pio XII per una protezione legale internazionale contro le atrocità della guerra. Per questo, l’arcivescovo Caccia ha notato che la sfida centrale consiste nello sviluppare misure efficaci di prevenzione e di responsabilità.
A questo proposito, l’arcivescovo Caccia ha sottolineato che gli Stati hanno una responsabilità primaria, che va complementata dal ruolo della cooperazione internazionale e dall’importanza di salvaguardare il processo corretto e i diritti umani fondamentali, assicurando anche garanzie appropriate per le vittime e i testimoni.
Parlando a nome della Santa Sede, Caccia ha espresso la speranza che un dialogo aperto e costruttivo possa portare a una cornice legale che crei fiducia tra gli Stati e favorisca il più ampio consenso possibile.
FOCUS AMBASCIATORI
Il nuovo ambasciatore del Perù presso la Santa Sede presenta le credenziali
Il 19 gennaio, Jorge Fernando Ponce San Román, ambasciatore del Perù presso la Santa Sede, ha presentato le lettere credenziali a Leone XIV.
Laureato presso l’Università Cattolica in Perù, ha anche studiato in Italia, con un master in geopolitica conseguito alla Società Italiana per le Organizzazioni Internazionali.
La sua è una lunga carriera diplomatica, iniziata nel Ministero degli Esteri nel 1996, e proseguita con una scalata di posizioni nell’ambasciata in Argentina, e poi in quella in Italia. Dopo una parentesi di ritorno a Lima, ha lavorato nell’ambasciata degli Stati Uniti d’America, e poi in varie direzioni al ministero degli Esteri del suo Paese prima di diventare ambasciatore presso la Santa Sede.
FOCUS LEONE XIV
Il presidente emerito del Kurdistan da Leone XIV
Il 21 gennaio Masoud Barzani, presidente del Kurdistan, è stato in udienza da Leone XIV. L’entourage di Barzani ha fato sapere che “durante l’incontro, Sua Santità ha accolto calorosamente il presidente Barzani”, ed entrambi si sono mostrati compiaciuti di “potersi incontrare e scambiare vedute su questioni chiave regionali e internazionale”, auspicando che “la pace e la stabilità possano prevalere nel mondo, e che si ponga fine alla sofferenza dei popoli”.
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