1979, quella omelia a Varsavia di Giovanni Paolo II che cambiò la storia

Giovanni Paolo II in Polonia nel 1979
Foto: pd
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Nel 1966 cadeva il millesimo anniversario del battesimo della Polonia. Grazie alla decisione del re Mieszko della dinastia dei Piast quel Paese slavo divenne parte della civiltà latina e la sua Chiesa si legò per sempre al Vescovo di Roma.

Nella sua lunga storia la Polonia doveva spesso pagare un caro tributo per questa fedeltà al Papa.

Non c’era allora da meravigliarsi che Paolo VI voleva tanto visitare la Polonia “semper fidelis” in occasione di quell’importante anniversario. Ma il regime comunista polacco, teleguidato da Mosca, non concesse il permesso e in questo modo non si realizzò il primo viaggio nella storia del Pontefice in terra polacca. Bisognava aspettare il primo Papa slavo per potere realizzare il desiderio di Paolo VI. Giovanni Paolo II fece il suo primo viaggio all’estero in Messico, ma subito dopo volle visitare la sua Patria dove rimase otto giorni (2-10 giugno 1979).

Questa volta i capi comunisti non osarono impedire la visita del Papa per non mostrare il volto antidemocratico, totalitario del regime. Giovanni Paolo II arrivò all’aeroporto di Varsavia e con un camion rifatto per occasione fu portato nel centro della città. Lungo tutte le vie del tragitto lo salutavano centinaia di migliaia di persone con le bandierine polacche e vaticane in mano. Le finestre delle case furono anche addobbate con le bandiere, le foto del Papa e fiori.

Sulla piazza della Vittoria lo aspettavano più di 300 mila persone; nelle vie adiacenti stazionavano altre 750 mila fedeli. Il primo segretario del partito comunista polacco guardava la piazza dalla finestra dell’albergo. Giovanni Paolo II celebrò l’Eucaristia sotto una croce gigantesca di 20 metri di altezza sotto la quale troneggiava l’icona della Madonna Nera di Czestochowa, Regina della Polonia.

Dopo la lettura del Vangelo il Santo Padre guardò per il momento la folla che nell’assoluto silenzio aspettava le sue parole dopo di che pronunciò il discorso che il suo biografo, George Weigel, chiama la più bella omelia del pontificato.   

All’inizio Giovanni Paolo II ricordò il viaggio mai realizzato del suo predecessore: “Sappiamo che Paolo VI, recentemente scomparso, primo Papa pellegrino, dopo tanti secoli ha ardentemente desiderato di metter piede in terra polacca, e in particolare a Jasna Gora (Chiaromonte). Sino alla fine della sua vita egli ha conservato nel suo cuore questo desiderio e con esso è sceso nella tomba. Ed ecco sentiamo che questo desiderio – così potente e così profondamente fondato, tanto da superare l’arco di un pontificato – si realizza oggi e in un modo difficilmente prevedibile (…) Oggi mi è concesso di adempiere questo desiderio dello scomparso Papa Paolo VI in mezzo a voi, dilettissimi Figli e Figlie della mia Patria.

Quando infatti – per imperscrutabili disegni della Divina Provvidenza, dopo la morte di Paolo VI e dopo il breve pontificato durato appena alcune settimane del mio diretto Predecessore Giovanni Paolo I – sono stato chiamato, con i voti dei Cardinali, dalla cattedra di San Stanislao a Cracovia a quella di San Pietro a Roma, ho capito immediatamente che era mio compito adempiere quel desiderio, che Paolo VI non aveva potuto realizzare nel millennio del Battesimo della Polonia”.

Ricordando Paolo VI il Papa sottolineò che avrebbe continuato il suo stile di vivere la missione di Pietro: “La ringraziamo per quello stile di Papa pellegrino che egli ha instaurato col Concilio Vaticano II. Quando infatti tutta la Chiesa ha preso rinnovata coscienza di essere Popolo di Dio, Popolo che partecipa alla missione di Cristo, Popolo che con questa missione attraversa la storia, Popolo ‘peregrinante’, il Papa non poteva più restare ‘prigioniero del Vaticano’. Doveva diventare nuovamente il Pietro peregrinante, come quel primo che da Gerusalemme, attraversando Antiochia, era giunto a Roma per rendervi testimonianza a Cristo, e sigillarla col proprio sangue”.

Giovanni Paolo II, ricordando la mancata visita di Paolo VI nell’occasione del millennio del battesimo, sottolineò che il suo viaggio si realizza nell’anniversario della morte del primo martire polacco, san Stanislao: “Il mio pellegrinaggio in Patria, nell’anno in cui la Chiesa in Polonia celebra il nono centenario della morte di San Stanislao, non è forse un particolare segno del nostro pellegrinaggio polacco attraverso la storia della Chiesa, non soltanto lungo le vie della nostra patria, ma anche lungo quelle dell’Europa e del mondo? Lascio qui da parte la mia persona, ma nondimeno devo insieme con tutti voi pormi la domanda riguardante il motivo per il quale proprio nell’anno 1978 (dopo tanti secoli di una tradizione ben salda in questo campo) è stato chiamato alla cattedra di San Pietro un figlio della Nazione polacca, della terra polacca.

Da Pietro, come dagli altri Apostoli, Cristo esigeva che fossero suoi ‘testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra’ (At 1,8). Con riferimento dunque a queste parole di Cristo non abbiamo forse il diritto di pensare che la Polonia è diventata, nei nostri tempi, terra di una testimonianza particolarmente responsabile?”

Successivamente il Santo Padre pronunciò le parole che in qualche modo riecheggiavano quelle dell’omelia dell’inizio del pontificato: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! (…) Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”: “La Chiesa ha portato alla Polonia Cristo, cioè la chiave per la comprensione di quella grande e fondamentale realtà che è l’uomo. Non si può infatti comprendere l’uomo fino in fondo senza il Cristo. O piuttosto l’uomo non è capace di comprendere sé stesso fino in fondo senza il Cristo.

Non può capire né chi è, né qual è la sua vera dignità, né quale sia la sua vocazione, né il destino finale. Non può capire tutto ciò senza il Cristo. E perciò non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi longitudine e latitudine geografica. L’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo. Senza di lui non è possibile capire la storia della Polonia, e soprattutto la storia degli uomini che sono passati e passano per questa terra. Storia degli uomini. La storia della Nazione è soprattutto storia degli uomini. E la storia di ogni uomo si svolge in Gesù Cristo. In lui diventa storia della salvezza. (…) Quest’oggi, su questa Piazza della Vittoria, nella capitale della Polonia, chiedo, attraverso la grande preghiera eucaristica con voi tutti, che Cristo non cessi di essere per noi libro aperto della vita per il futuro. Per il nostro domani polacco”.

Le parole di Giovanni Paolo II sulla centralità di Cristo nella storia del mondo e dell’uomo, ogni uomo, pronunciate nel Paese comunista dove da più di 40 anni il regime che riteneva la religione “un oppio dei popoli” e tentava di escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo, di distruggere la Sua Chiesa, di creare un “nuovo uomo sovietico”, ebbero una forza dirompente. E i fedeli ne furono coscienti quando ogni tanto interrompevano l’omelia del Papa con il famoso canto “My chcemy Boga” (Noi vogliamo Dio).   

Alla fine dell’omelia pronunciata sulla piazza della Vittoria, che quella Domenica di Pentecoste, il 2 giugno 1979, divenne per i Polacchi un nuovo Cenacolo, il Papa pronunciò le memorabili parole che echeggeranno per sempre nella storia: “E grido, io, figlio di terra polacca e insieme io, Giovanni Paolo Il Papa, grido da tutto il profondo di questo millennio, grido alla vigilia di Pentecoste: Scenda il tuo Spirito! Scenda il tuo Spirito! E rinnovi la faccia della terra. Di questa Terra!”

E il grido del Papa fu ascoltato: quel viaggio del Pontefice nella sua Patria diede l’inizio dei cambiamenti sociali e politici nella Polonia e, successivamente, negli altri Paesi comunisti che portarono all’abbattimento del Muro di Berlino e all’instaurazione della democrazia nell’Est Europa.

 

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