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Addio a monsignor Giuseppe Ghiberti, sindonologo della diocesi di Torino

Il ricordo di Emanuela Marinelli

Monsignor Giuseppe Ghiberti |  | Diocesi di Torino Monsignor Giuseppe Ghiberti | | Diocesi di Torino

Si celebreranno il 5 settembre alle 15.30 presso la chiesa del S. Sudario a Torino le esequie di monsignor Giuseppe Ghiberti, deceduto nella mattina di sabato 2 settembre 2023 all’età di 88 anni. Una vita spesa per la Diocesi di Torino e in particolare per gli studi sulla Sacra Sindone. Biblista, appassionato di ecumenismo, amico di Benedetto XVI. Rettore della Chiesa del Santo Sudario monsignor Giuseppe Ghiberti ha curato le ostensioni della Sacra Sindone nel 1998, 2000 e 2010. Ad Emanuela Marinelli, sindonologa di fama internazionale abbiamo chiesto quale era la idea di Ghiberti sulla autenticità del Telo di Torino?

"Vista l’amicizia e la confidenza che mi legava a lui, glielo chiesi direttamente nel 1998, in una pausa delle riprese in diretta che stavamo facendo per un programma della RAI. Dato che la sua posizione ufficiale, definita da qualcuno equilibrata, mi appariva invece troppo prudente, gli chiesi: “Don Giuseppe, ma tu ci credi che la Sindone sia autentica? Certe volte appari dubbioso…” Lui mi rispose: “Io ci credo più di te, ma non lo posso dire esplicitamente per il mio delicato ruolo nell’ecumenismo”. Era infatti tra i fondatori della Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, di cui è stato per molto tempo presidente. Il 1998 aveva visto l’uscita di uno dei velenosi libri contro la Sindone scritti da Carlo Papini, valdese, e Mons. Ghiberti non poteva avere la mia libertà da ogni condizionamento, la mia franca irruenza, che lui segretamente ammirava. Per fortuna quei tempi sono lontani e lo scorso anno abbiamo potuto pregare fraternamente con i Valdesi durante l’evento di Taizè, che prevedeva anche un momento di contemplazione della Sindone".

 I suoi studi erano dedicati al rapporto tra Bibbia a Sindone. Può spiegarli?

 "Monsignor Ghiberti è stato un grande biblista. È stato presidente dell'Associazione Biblica Italiana,  è stato membro della Pontificia Commissione Biblica ed è stato direttore delle riviste Parole di Vita, Rivista Biblica e Archivio Teologico Torinese. Trovava una perfetta convergenza fra quanto è scritto nella Bibbia e quanto si può osservare nella Sindone. Era particolarmente competente sull’opera giovannea e sulla Resurrezione di Gesù. Uno dei suoi numerosi libri è dedicato ai racconti pasquali del capitolo 20 di Giovanni. Quello che videro Pietro e Giovanni nel sepolcro è molto controverso, ma Mons. Ghiberti non aveva dubbi sulla presenza della Sindone. Il problema era la traduzione del greco othonia keimena di Gv 20,6, che infelicemente in italiano era diventato “le bende per terra”. Un giorno mi disse: “Spero di vivere sufficientemente a lungo da poter vedere una traduzione diversa”. Il Signore ha esaudito la sua preghiera. Nel 2008 è stata pubblicata la nuova traduzione della Bibbia, approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana, e othonia keimena è stato finalmente tradotto “i teli posati”. Ma qualcuno faceva ancora storie contro la Sindone, affermando che si tratta di un telo unico per il quale non si poteva usare il plurale. In un suo interessante articolo monsignor Ghiberti invece scrive: “Un possibile orientamento giunge dal modo con cui apparivano i teli alla vista di chi li trovò “giacenti” nel sepolcro: se Gesù vi fosse stato avvolto (in realtà Giovanni dice «legato») al modo che si intravede nella Sindone, dopo la resurrezione il visitatore avrebbe visto il telo nella sua parte superiore ed in quella inferiore, come in una apparente pluralità”.

 Quale è stato il suo contributo per la conservazione della Sacra Sindone?

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 "Lo studio e la valutazione dei migliori metodi di conservazione della Sindone era una delle principali attività che gli competevano, in quanto era presidente della Commissione Diocesana per la Sindone. Nel 2002 ha seguito personalmente tutte le fasi dell’intervento di rimozione delle toppe e della tela d’Olanda che erano state messe a sostegno della Sindone dalle Clarisse di Chambéry dopo l’incendio del 1532. Riteneva necessario questo intervento, anche se non nascondeva il rammarico per la trasformazione che avrebbe subito la Sindone. La domanda che gli fu posta era: “Ma così si è perso l’aspetto tradizionale della Sindone?” Rispose: “L’abbiamo abbandonato a malincuore, anche se bisogna tenere presente che originariamente il telo d’Olanda e le toppe non c’erano.

 Quale è stato il vostro rapporto di studiosi?

 "I nostri campi di competenza erano differenti, vista la mia formazione scientifica. Ma il bello della Sindone è proprio questo, far incontrare studiosi di ambiti diversi che imparano a stimarsi reciprocamente. Ho conosciuto Mons. Ghiberti più di quarant’anni fa e ovviamente ho sempre avuto un’immensa ammirazione per la sua vasta cultura. Quello che mi colpiva di lui era la sua modestia, la sua umiltà, il suo sorriso accogliente che si rispecchiava nei suoi occhi luminosi. Mons. Ghiberti ascoltava con attenzione l’interlocutore e non dava mai l’impressione che avesse fretta. La prima volta che lo incontrai si affrettò a dirmi che non dovevo chiamarlo monsignore, che lui era semplicemente don Giuseppe. Abbiamo cominciato subito a darci del tu. Veniva spesso a Roma, aveva una grande amicizia con il cardinale Joseph Ratzinger, che per molto tempo è stato responsabile della Pontificia Commissione Biblica di cui Mons. Ghiberti faceva parte. La loro amicizia è proseguita anche dopo che Ratzinger divenne papa. Per me era un grande onore avere a disposizione un po’ del breve tempo che Mons. Ghiberti trascorreva a Roma. Quando poteva, ci incontravamo per aggiornarci reciprocamente sulla Sindone. L’ultima volta che ci siamo visti fu però a Torino. La pandemia volgeva alla fine, ma per entrare nella Casa del Clero occorreva ancora la mascherina. Lui era già malato e aveva capito che la sua vita volgeva al termine. Mi disse tutto della sua malattia e constatai la serenità con cui la stava affrontando. Mi confermò la sua gioia per l’amicizia che ci legava da anni e a un tratto mi disse: “Dai, per un momento tiriamoci giù queste mascherine, guardiamoci in viso ancora una volta”. Sapevamo entrambi che sarebbe stata l’ultima, ma la commozione ci impedì di dirlo. In un lampo mi passarono in mente tanti momenti di quegli anni trascorsi da entrambi a divulgare la Sindone, pure fra mille difficoltà, per farne un mezzo di evangelizzazione. Ora don Giuseppe raccoglie i frutti di ciò che ha seminato nella sua lunga vita terrena e può contemplare quel Santo Volto che ha tanto amato".