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Diplomazia pontificia, una Organizzazione Internazionale per l’Intelligenza Artificiale

La Santa Sede propone alle Nazioni Unite una Organizzazione Internazionale per l’Intelligenza Artificiale. Molto multilaterale in questa settimana, da New York, Ginevra, Vienna

L'arcivescovo Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati | UN Holy See Mission L'arcivescovo Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati | UN Holy See Mission

La proposta della Santa Sede di istituire una Organizzazione Internazionale per l’Intelligenza Artificiale, lanciata alle Nazioni Unite in un densissimo discorso dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, testimonia come l’attenzione sul tema sia altissimo: la Santa Sede dedica all’intelligenza artificiale il prossimo messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace e quello per la prossima Giornata delle Comunicazioni Sociali, mentre era da tempi non sospetti che dal Vaticano si lanciavano gridi di allarme per le armi automatiche, i droni che cancellavano la morale, e l’utilizzo della realtà aumentata a scopi transumanistici con chip impiantati nei soldati. È, insomma, un tema di lungo corso Oltretevere.

Moltissimi gli interventi nel multilaterale durante questa settimana, da New York, Vienna, Ginevra. Interessante la questione del cibo utilizzato come arma per la guerra in Ucraina. Come nota a margine, va segnalato che il Papa ha scritto una lettera ai cattolici del Vietnam in vista della nomina di un rappresentante residente della Santa Sede ad Hanoi, il penultimo passo prima delle piene relazioni diplomatiche. Il 29 settembre, Papa Francesco ha inviato un messaggio alla FAO in occasione della Giornata sulla Sensibilizzazione sulla Perdita e lo Spreco Alimentare, nel quale critiche le teorie neo-malthusiane e sottolinea che non è la popolazione a creare la fame, ma piuttosto le cattive politiche. 

                                               FOCUS MULTILATERALE

Santa Sede alle Nazioni Unite, l’apertura della 78essisione dell’Assemblea Generale

Con un lungo discorso, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, è intervenuto lo scorso 26 settembre all’apertura dei lavori della 78esima assemblea generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un evento particolarmente solenne. Lo stesso Gallagher, il 25 settembre, aveva celebrato una Messa alla Holy Family, la cosiddetta “parrocchia delle Nazioni Unite”, in una celebrazione che tradizionalmente mette insieme i cattolici che lavorano al Palazzo di Vetro, incluse alcune personalità di un certo livello.

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Nel suo intervento, il “ministro degli Esteri” vaticano ha notato che le Nazioni Unite hanno avuto una consistente crescita di attività negli ultimi decenni, su obiettivi “lodevoli” come la riduzione della povertà, l’aiuto ai migranti, la lotta al cambiamento climatico e la promozione al disarmo nucleare. Eppure, gli ultimi anni, specialmente con la guerra in Ucraina, hanno mostrato che la “fiducia tra le nazioni è crollata, come si nota dal crescente numero e gravità di conflitti e guerre”. Questo ha portato a un moltiplicarsi di incontri, che però non sempre sono stati “efficaci”, anche perché da una parte si spendono “fiumi di parole” per spiegare le proprie posizioni, ma dall’altra non c’è eguale “volontà di ascoltare”, anzi si nota l’imposizione di “imporre le proprie idee sull’agenda”, secondo quella che Papa Francesco chiama “colonizzazione ideologica”.

Anche peggio, nota Gallagher, “l’aiuto è fornito, ridotto o persino bloccato a condizione o minaccia di accettare” delle posizioni che non appartengono alla cultura della nazione “attraverso l’imposizione di politiche e programmi che queste nazioni esportano”, cosicché “lo stato di diritto è sostituito dalla legge del più forte”.

La Santa Sede chiede dunque di ritornare ad ascoltare e dialogare per “risolvere ed evitare ulteriori conflitti e alleviare le sofferenze dell’umanità”, mentre oggi si assiste “ad una tendenza inversa”, perché non solo non si ascolta ma si punta a “ridurre al silenzio quanti non sono d’accordo con le proprie visioni”, con il risultato che “si escludono alcune parti dalla conversazione”, cosa che “mette a rischio a vera natura dei forum multilaterali globali”. Forum, aggiunge Gallagher, che “non devono essere club riservati ad alcune élite che la pensano allo stesso modo” mentre altri “sono semplicemente tollerati”.

La Santa Sede richiama gli Stati a “riscoprire uno spirito di servizio con l’intenzione di costruire una solidarietà globale che si esprime concretamente nell’aiuto a quanti soffrono”, guardando sul volto di quanti soffrono, “sia a causa della fame che della guerra che della mancanza di rispetto dei diritti umani fondamentali”.

Una eventuale riforma delle Nazioni Unite- sottolinea l’arcivescovo Gallagher – “non deve essere basata in primo luogo sulla moltiplicazione di incontri, strutture e istituzioni, ma nel rendere ciò che è già esistente più efficiente e in linea con l’era che stiamo vivendo”.

La Santa Sede denuncia che “il Sistema multilaterale ha spostato il suo focus dalla pacifica coesistenza degli Stati a questioni che non sono rilevanti per quello scopo”, preferendo “temi pertinenti alle vite degli individui”, e per questo c’è bisogno di una riforma delle Nazioni Unite che favorisca “una inversione delle pratiche attuali”, rendendo le Nazioni Unite adeguate allo scopo e riportando il coordinamento tra gli Stati per raggiungere “fini davvero comuni”.

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L’arcivescovo Gallagher chiede di restaurare la distinzione tra “le azioni degli Stati e quelle della società civile, o di quelli che pretendono di rappresentarla, mentre si è chiamati a ricentrarsi sulla ricostruzione di relazioni sale e fiducia tra le Nazioni, in modo da sviluppare pace e sicurezza”.

La Santa Sede poi affronta il tema del conflitto in Ucraina, strumentalizzato per riportare in discussione “la alta minaccia della escalation nucleare”. La convinzione della Santa Sede è che l’uso del nucleare non è solo un crimine contro l’umanità, ma contro la casa comune, e pertanto ci vuole “un ambizioso programma di lavoro per il Secondo Incontro degli Stati Parte sul Trattato della Proibizione delle Armi Nucleari”, che includa una discussione per la creazione di un Trust Fund internazionale che supporti un “approccio restaurativo contro le minaccia umane e ambientali causate dall’uso e dai test nucleari”.

La Santa Sede chiede agli Stati sia di firmare e ratificare il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleare che il Trattato Comprensivo di Bando dei Test Nucleari e il Trattato di Non Proliferazione – tre trattati complementari che insieme formano le basi per il disarmo e un regime di non proliferazione.

Nel discorso dell’arcivescovo Gallagher entra anche il tema dell’intelligenza artificiale, che sarà al centro del tema della prossima Giornata Mondiale della Pace. L’innovazione digitale – nota l’arcivescovo Gallagher – tocca “ogni aspetto delle nostre vite e comunità, da quelle governative a quelle sociali e personali”, ed è dunque urgente impegnarsi “in una riflessione etica seria sull’uso e l’integrazione dei sistemi di supercomputer e processi nelle nostre vite quotidiane”.

La Santa Sede su questo è pioniera, e basta vedere al lavoro sull’uso delle Lethal Autonomous Weapons System (LAWS, i sistemi di armi letali autonome), sviluppato da diversi anni. Queste “portano un crescente numero di preoccupazioni etiche e legali” riguardo il loro uso nei conflitti armati, e il loro uso “dovrebbe essere in linea con la legge umanitaria internazionale”, al punto che la Santa Sede chiede di “cominciare le negoziazioni riguardo uno strumento legale vincolante che governi le LAWS e implementi una moratoria sul loro uso fino alla fine dei negoziati”, perché è “imperativo assicurare una vigilanza umana adeguata, significativa e consistente”, dato che “solo gli essere umani sono davvero capaci di vedere e giudicare l’impatto etico delle loro azioni, così come di affrontare le responsabilità che ne conseguono”.

La Santa Sede chiede anche lo stabilimento di una “Organizzazione Internazionale per l’Intelligenza Artificiale” con il compito di “facilitare al massimo l’informazione scientifica e tecnologica per usi pacifici e la promozione del bene comune e dello sviluppo umano integrale”, dato che c’è bisogno di “sostenere lo sviluppo umano delle nuove tecnologie”, cosa che richiede “un dialogo tra tutti gli attori, in una approccio globale, specialmente nelle discussioni intorno al Compact Digitale Globale”.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie, sottolinea l’arcivescovo Gallagher, dovrebbe andare a braccetto con la “cura della casa comune”, laddove le nuove tecnologie possono essere usate per “mitigare la crisi planetaria del cambiamento climatico, dell’inquinamento e della perdita della biodiversità”.

La Santa Sede chiede dunque alla comunità internazionale di focalizzarsi su un risultato positivo del prossimo COP28 (la 28esima Conferenza delle Parti sul clima) che si terrà negli Emirati Arabi Uniti. In quell’occasione, non dovrebbe ridursi la discussione sul cambiamento climatico su questioni finanziarie, che sono, è vero, una “componente integrale delle questioni sul clima”, ma che “non dovrebbero mai oscurare lo scopo finale della protezione della nostra comune”.

L’arcivescovo Gallagher ricorda anche che quest’anno si celebra il 75esimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani e il 30esimo anniversario della Dichiarazione e Programma di Azione di Vienna”.

Si tratta – spiega il “ministro degli Esteri” vaticano – di “due anniversari significativi, che invitano ad una riflessione approfondita sui fondamenti dei diritti umani e il loro rispetto nel mondo contemporaneo”, con un particolare occhio di riguardo per quanti sono messi ai margini o scartati.

Prima di tutto – sottolinea la Santa Sede – ai “bambini non nati, ai quali è negato il diritto di venire al mondo, in alcuni casi a causa del loro sesso o disabilità”. Quindi, “quanti non hanno accesso ai mezzi indispensabili per una vita degna” e quanti “sono esclusi da una educazione adeguata”.

L’arcivescovo Gallagher continua l’elenco: ci vuole un occhio di riguardo per quelli “ingiustamente privati di lavoro o costretti a lavorare come schiavi. Quanti sono detenuti in condizioni inumane, che soffrono la tortura o cui è negata l’opportunità per la redenzione. Le vittime di sparizioni forzate e le loro famiglie. Quanti vivono in un clima dominato da sospetto e vergogna, soggetti ad atti di intolleranza e discriminazione a causa del loro sesso, età razza, etnia, nazionalità o religione”. E, infine, “quanti soffrono una moltitudine di violazioni del loro diritti fondamentali nel contesto tragico dei conflitti armati, mentre trafficati di morte senza scrupoli si arricchiscono al prezzo del sangue dei loro fratelli e sorelle”.

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La Santa Sede, poi, ricorda che “la cartina di tornasole” dei diritti umani è la libertà religiosa, e nota che “in maniera disturbante, continuiamo a vivere in un mondo dove le persone sono perseguitate semplicemente perché professano la loro fede in pubblico”, e infatti ci sono “molte nazioni dove la libertà religiosa è fortemente ristretta”. I numeri dicono che “circa un terzo della popolazione mondiale vive in queste condizioni”, e sembra crescere.

L’arcivescovo Gallagher ricorda che “oltre alla mancanza di libertà religiosa, c’è anche la persecuzione religiosa, anche nelle vite religiose private delle popolazioni, e le statistiche dicono che un cristiano su sette al mondo è perseguitato.

Il “ministro degli Esteri” vaticano denuncia che la violenza contro i cristiani “cresce non solo in nazioni dove questi sono una minoranza”, perché anche “l’uso di hate crime e hate speech” (discorso di odio) viene usato in maniera soggettiva e manipolato per evitare che le persone “esprimano le loro convinzioni religiose” al punto che “la pratica religiosa è parificata alla violenza”.

La Santa Sede non usa mezzi termini: si tratta di una agenda “patentemente disonesta e politicamente motivata”, sviluppata soprattutto in occidente, che “deve finire”, dato che “la libertà religiosa è una delle prerogative minime necessarie per vivere in dignità”, e i governi hanno “il dovere di proteggere la libertà religiosa dei loro cittadini”. Questo significa “garantire ad ogni persona, secondo il bene comune, la possibilità di agire secondo la propria coscienza”, tenendo a mente che la libertà religiosa non è solo “libertà di culto,” ovvero la possibilità di praticare il culto nei posti deputati a questo, ma anche la possibilità “di vivere secondo il proprio credo e per le religioni la possibilità di organizzarsi per aiutare i propri fedeli a farlo”.

Inoltre, la libertà religiosa può essere “una componente importante nel permettere a quanti sono marginalizzati di essere fautori del loro destino con dignità”.

La Santa Sede affronta anche il tema della guerra in Ucraina, che non ha esitato a definire “insensata” in un’altra delle sessioni di questa assemblea generale. L’arcivescovo Gallagher sottolinea che “senza dubbio, in più di 18 mesi di guerra abbiamo assistito all’ammirabile impegno di tante nazioni ad aiutare l’Ucraina sotto attacco a difendere le sue persone e il suo territorio”, ma questo non è stato accompagnato “da uno sforzo comparabile per trovare modi in cui il confronto possa essere superato”, dato che “rimaniamo lontani dall’incontro e il dialogo, così che si possa porre fine all’odio, alla distruzione e alla more e aprire percorsi di pace e ricostruzione”, come cerca di promuovere la Santa Sede, impegnata comunque nell’assistenza umanitaria.

Il ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati non dimentica nemmeno la Siria, la cui “situazione umanitaria è preoccupante”. “I siriani, colpiti da dodici anni di guerra, dal terremoto e da grande povertà, stanno ancora una volta lanciando un grido di allarme, mostrando le loro difficoltà e chiedendo che si trovi una soluzione alle loro sofferenze”.

Da parte sua, la Santa Sede “incoraggia la ripresa di un processo politico di riconciliazione”, e allo stesso tempo “chiede che le emergenze umanitarie non siano tarate contro le rigidità della posizioni politiche, ma piuttosto “abbiano il coraggio di guardare alle sofferenze della popolazione con verità e onestà”, in modo che le sanzioni internazionali imposte al governo siriano da Unione Europea, Stati Uniti e Regno Unito non colpisca la popolazione locale”.

Gallagher guarda anche alla “preoccupante situazione in Sudan”, laddove negli ultimi sei mesi “scontri armati hanno portato un alto numero di vittime e persone sfollate”, così come una “grave crisi umanitaria”, che rende sempre più lontana la possibilità di “raggiungere la pace e ridare stabilità alla nazione”. La Santa Sede fa un “appello accorato” per l’abbandono delle armi in modo che “il dialogo prevalga e la sofferenza della popolazione sia alleviata”.

Allargando lo sguardo, la Santa Sede guarda alla sofferenza dell’Africa Sub-Sahariana, “rinnovando il suo impegno per la promozione di pace, giustizia e prosperità”, ricordando che le chiese locali possano “contribuire a processi di riconciliazione nazionale e agire con una visione di bene comune, specialmente nei settori dell’educazione, della carità e della salute”.

La preoccupazione riguardo la regione subsahariana riguarda “numerosi episodi di violenza, così come i frequenti colpi di Stato che distruggono i processi democratici, causano morte e distruzione e provocano crisi umanitarie e migratorie”.

Capitolo terrorismo e violenza. Per Gallagher, è “doloroso” vedere che dietro queste situazioni ci sono “anche interessi economici internazionali che incoraggiano le ingiuste dinamiche del colonialismo”.

La Santa Sede getta anche una possibilità di dialogo al Nicaragua, dove la persecuzione contro la Chiesa ha raggiunto il massimo livello con l’incarcerazione di diversi sacerdoti e in particolare del vescovo Rolando Àlvarez, e dove la Santa Sede non conta più una rappresentanza diplomatica, che è stata espulsa e che si trova ora in El Salvador.

La Santa Sede, però, getta un ponte, dice di avere la speranza di “impegnarsi in un rispettoso dialogo diplomatico per il bene della chiesa locale e dell’intera popolazione”.

C’è poi la questione del Nagorno Karabakh, con l’ultimo attacco azerbaijano in una operazione antiterrorismo che ha poi portato l’Armenia ad accettare condizioni ancora dolorose, portando così ad un esodo di popolazione armena da quei territori che storicamente venivano chiamati Artsakh. La Santa Sede chiede che ci sia “dialogo e negoziato, con il supporto della comunità internazionale, per favorire un accordo sostenibile il prima possibile, in modo da terminare la crisi umanitaria e risolvere la drammatica situazione in Nagorno Karabakh”. L’arcivescovo Gallagher esprime anche le sue condoglianze alle famiglie delle vittime dell’esplosione in una stazione di benzina vicino Stepanakert.

Quindi, lo sguardo va alla Terrasanta, e a Gerusalemme diventata recentemente teatro di attacchi anti-cristiani da parte di estremisti ebrei – attacchi condannati dal governo israeliano sia durante una visita del ministro degli Esteri Cohen allo stesso Gallagher, sia con dichiarazioni dure dell’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Rafael Schutz.

Gli episodi anticristiani – lamenta l’arcivescovo Gallagher – “non stanno solo minacciando la coesistenza tra diverse comunità, ma stanno mettendo a rischio la vera identità della città di Gerusalemme, che alcuni possono considerare come un luogo di incontro tra tre fedi: il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam”.

Il diplomatico della Santa Sede rinnova l’appello a Israeliani e Palestinesi perché “si aprano in un dialogo sincero”, ma anche a tutta la comunità internazionale, “affinché non dimentichi Gerusalemme e il progetto di una Città Santa come un luogo di pace per tutti e di tutti, con uno speciale status internazionale, non venga abbandonato”.

In conclusione, l’arcivescovo Gallagher sottolinea che “con la fondazione delle Nazioni Unite, sembrava che il mondo avesse imparato, dopo due terribili guerre mondiale, di muoversi verso una pace più stabile, diventando letteralmente una famiglia di nazioni”. Oggi, sembra che la storia stia tornando indietro con la crescita di nazionalismi “miopi, estremisti, pieni di risentimento e aggressivi” che hanno riportato in auge “conflitti che non sono solo anacronistici e fuori dal tempo, ma ancora più violenti di quanto si ricordasse”.

La pace, conclude l’arcivescovo Gallagher, è “il dovere di tutti quelli che sono presenti in questa stanza, perché è solo nella ricerca di pace e nella convivenza pacifica tra le nazioni che possiamo diventare nazioni davvero unite”.

La Santa Sede alle Nazioni Unite, la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

Il 26 settembre, si è tenuto al Palazzo di Vetro di New York un incontro di Alto Livello per commemorare la Giornata Internazionale per l’Eliminazione Totale delle Armi Nucleari.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Gallagher ha notato che “mentre sperperano le risorse necessarie per affrontare le preoccupazioni sulle armi nucleari, gli Stati hanno abbandonato molto del controllo delle armi e dell’architettura di disarmo che si trova alla base della sicurezza internazionale”.

È chiaro, nota la Santa Sede, che gli Stati in possesso di armi nucleari stanno sempre più affidandosi alla dottrina della deterrenza, non aderendo così agli obblighi dell’articolo VI del Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

C’è bisogno di un cambio di passo, sottolinea Gallagher, e che si stabiliscano, nel prossimo secondo incontro degli Stati parte sul Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, passi avanti per la verifica e gli obblighi positivi che nascono dal Vienna Action Plan.

La Santa Sede chiede anche che gli Stati rinvigoriscano altre misure di disarmo nucleare, a partire dall’adozione di politiche di ‘non primo uso’ (ovvero, l’impegno a non usare per primi le armi nucleari, ndr) e un ritorno del processi bilaterali di controllo delle armi, nonché l’entrata in vigore del Trattato Globale di Bando ai Test Nucleari e l’inizio di negoziati sui trattati sul materiale fissile e sulle assicurazioni di sicurezza negative.

La Santa Sede conclude dicendo che le armi nucleari “offrono un falso senso di sicurezza basato su una mentalità della paura che rischia conseguenze umanitarie e ambientali catastrofiche”, e per questo giungere alla totale eliminazione delle armi nucleari “richiede una risposta collettiva basata sulla mutua fiducia”.

La Santa Sede alla AIEA, l’impegno per il nucleare pacifico

Lo scorso 26 settembre, a Vienna, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha tenuto la sua 67esima Conferenza Generale. La delegazione della Santa Sede era guidata da monsignor Daniel Pacho, sottosegretario per il Settore Multilaterale della sezione dei rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana.

Nel suo discorso, monsignor Pacho ha sottolineato che “il lavoro dell’AIEA nel prevenire la diffusione delle armi nucleari, nel rafforzare la sicurezza nucleare, nel rendere la tecnologia pacifica nucleare accessibile per le nazioni in via di sviluppo non è mai stato così importante”.

La Santa Sede riconosce il lavoro nell’agenzia nel “creare un mondo livero da armi nucleari” e allo stesso modo per prevenire gli incidenti nucleari”.

Il rappresentante della Santa Sede ricorda il 60esimo anniversario della Pacem in Terris di Giovanni XXIII, la definisce “una stella polare, nel campo della diplomazia, per quanti sono impegnati a promuovere un dialogo tra i popoli e nella costruzione della pace tra le nazioni”.

Monsignor Pancho ha anche ricordato che Papa Francesco ha ripetutamente fatto eco alla richiesta di porre fine alle armi nucleari “enfatizzando che sia il possesso che la minaccia di usare armi nucleari dovrebbero essere fermamente condannate”.

La Santa Sede – sottolinea il sottosegretario per il multilaterale – “non ha dubbi che un mondo libero da armi nucleari è sia necessario che possibile”, e per questo “ha firmato e ratificato il trattato sulla proibizione delle Armi nucleari” con l’obiettivo di muoversi “oltre la deterrenza nucleare, verso un mondo interamente libero dalle armi nucleari”.

Riconoscendo il ruolo della AIEA nel portare avanti questo ruolo, la Santa Sede ha anche lamentato che l’Iran – con il cui ministro degli Esteri ha parlato l’arcivescovo Gallagher a New York (vedi supra) – ha “cessato di implementare i suoi impegni all’interno del Piano Globale Congiunto di Azione” due anni, rendendo difficili le attività di verifica e monitoraggio dell’agenzia.

La Santa Sede, allo stesso modo, “apprezza i continui e pazienti sforzi della comunità internazionale di ridare vita alle negoziazioni” sul programma nucleare Nord Coreano.

Durante la guerra in Ucraina, l’AIEA è stata impegnata ad “assicurare la sicurezza della centrale nucleare di Zaporizhia”, e monsignor Sancho mette in luce che “mai prima una nazione che ha un così importante programma energetico è stata obiettivo di un attacco militare”, così come “mai prima una centrale nucleare è stata a tale rischio di danno dall’azione militare ed è  stata dunque ripetutamente spenta”.

È stata una prima volta anche per l’AIEA; che “ha dovuto inviare una squadra di esperti per mantenere una continua sorveglianza su una centrale nucleare esposta a tali alti rischi”.

La Santa Sede sottolinea che “tutte le nazioni hanno la responsabilità morale di costruire le basi economiche e militari per la pace”, per poter “supportare lo sviluppo umano integrali e le vere speranze per tutti i popoli”, mettendo la dignità umana e il bene comune al centro”.

Per questo motivo, la Santa Sede supporta anche tutte le iniziative dell’AIEA volte a rendere la tecnologia nucleare pacifica disponibile per le nazioni in via di sviluppo, come la Ray of Hope che punta a migliorare l’accesso alla radioterapia per il cancro o il programma Atoms4NetZero, che vuole aiutare le nazioni ad usare l’energia nucleare nella transizione a zero uso di fossili”. La Santa Sede apprezza anche che l’AIEA monitori l’inquinamento e i cambiamenti climatici in oceani ed ecosistemi, contrasti l’emissione di gas serra producendo energia e si adatti a nuove realtà climatiche”.

La Santa Sede all’OSCE, per un dialogo che sia vero compromesso

A Vienna, monsignor Daniel Pacho ha anche guidato la delegazione della Santa Sede al 1443esimo incontro rafforzato del Consiglio Permanente dell’OSCE.

Nel suo intervento, diffuso il 26 settembre, monsignor Pacho ha notato che l’organizzazione “invece di servire come un luogo di speranza per un futuro nuovo e pacifico, combatte con molteplici sfide interne”, e così “un lavoro prezioso viene messo a rischio”, specialmente dalla mancanza del consenso per il Budget unificato, in uno status quo che “tristemente riflette una crisi molto profonda che ha bisogno di una soluzione globale immediata”.

La Santa Sede, tuttavia, crede ancora nell’OSCE, che portando gli Stati insieme intorno al tavolo, può continuare a mostrare il suo valore. L’Organizzazione, nota la Santa Sede, ha sin dall’inizio “abbracciato il ruolo del consenso come pilastro fondamentale”, che riflette “il principio di sovranità eguale per tutti gli Stati e incoraggia i negoziati al di là di blocchi o alleanze”. Ma questo raggiungimento di consenso “presuppone una volontà di ascoltare con cura tutti gli altri Stati partecipanti”, prendendo in considerazione “le loro preoccupazioni così come l’obiettiva realtà dei fatti, non di servire narrative politiche”.

Ci vuole, dice la Santa Sede, la volontà di raggiungere un aperto e giusto compromesso”. Rivolgendosi alla presidenza di turno della Nord Macedonia, monsignor Sancho nota che il motto della loro presidenza è “Riguarda tutta la gente”, e commenta: “Tutte le persone, e in particolare i giovani di oggi e domani, meritano molto più di quello che noi come rappresentanti delle organizzazioni internazionali stiamo attualmente dando loro. Hanno il diritto a un ordine globale basato sull’unità della famiglia umana, basata su rispetto, cooperazione, solidarietà e compassione”.

È dunque arrivato il momento di “contrastare la logica della paura con l’etica della responsabilità, proponendo un clima di fiducia e dialogo sincero”.

La Santa Sede a Ginevra, la questione del cyberbullismo

Il 27 settembre, si è tenuta una discussione sul Cyberbullismo contro i bambini alla 54esima Sessione Regolare del Consiglio dei Diritti Umani. L’arcivescovo Ettore Balestrero, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, ha sottolineato che il cyberbullismo è emerso come un serio problema nell’era digitale ed è stato esacerbato dalla pandemia del COVID 19. Si stima oggi che un bambino su quattro nel mondo è vittima di cyberbullismo, e in alcune parti del mondo il 50 per cento dei bambini che riceve supporto medico o psicosociale a causa di cyberbullismo hanno tentato il suicidio.

Papa Francesco, ha ricordato il nunzio, ha chiesto nel 2018 la creazione di un Osservatorio Internazionale per la Prevenzione del Cyberbullismo, per “contribuire alla prevenzione del cyberbullismo attraverso l’educazione e la sensibilizzazione, fornendo allo stesso tempo supporto per le vittime”.

La Santa Sede nota che il bullismo “non è una nuova realtà”, ma la sua gravità “è cresciuta online”. Il cyberbullismo, dice l’arcivescovo Balestrero, “distrugge le relazioni e mina le nostre interconnessioni umane, attaccando o diminuendo le identità degli altri”, utilizzando paradossalmente le capacità di connessione per emarginare, con risultati che “possono essere dannosi e spesso pericolosi per la salute mentale”.

La Santa Sede nota che “per affrontare questo approccio distorto alle relazioni umane, è necessario essere consapevoli che l’altro è un membro valoroso di una unica famiglia umana”. Per combattere il fenomeno del cyberbullismo, la Santa Sede “ribadisce il ruolo fondamentale di genitori e caregivers nella protezione dei bambini dal rischio online e di trasmettere autentici valori umani”, mentre gli Stati sono chiamati a fornire cornici legali e sociali che “promuovono adeguatamente il diritto dei bambini di essere liberi dalle discriminazioni”.

Quindi, a genitori e caregivers si deve dare “gli strumenti e la formazione necessari per riconoscere i rischi associati con le nuove tecnologie”, e per questo “è necessario adottare strategie che includono l’educazione e campagne di sensibilizzazione per bambini e genitori”. Inoltre, oltre a focalizzarsi sulla prevenzione e la responsabilità, è “necessario fornire supporto e consiglio alle vittime di cyberbullismo”.

Per questo, la Santa Sede “incoraggia tutti gli stakeholders ad assicurarsi che adeguate risorse e servizi siano disponibili per aiutare questi bambini e le loro famiglie ad affrontare le conseguenze del cyberbullismo”.

La Santa Sede a Ginevra, i diritti dei popoli indigeni

Il 28 settembre, la 54esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani ha tenuto un dialogo con il Relatore Speciale sui Diritti delle Popolazioni Indigene.

L’arcivescovo Balestrero, Osservatore Permanente della Santa Sede a Ginevra, ha notato che il rapporto del Relatore “sottolinea le potenziali implicazioni negative della finanza verde sulle popolazioni indigene”, e ma ha aggiunto che “le popolazioni indigene in tutto il mondo affrontano spesso discriminazioni e violenza”, e in più “lo sfruttamento delle loro terre e risorse mette a rischio la loro abilità di sopravvivere e preservare la loro identità”.

La Santa Sede denuncia che “dopo secoli di pratiche colonialiste di assimilazione che hanno sistematicamente marginalizzato le popolazioni indigene nel mondo, è essenziale affrontare e continua implementazione di politiche e pratiche che non rispettano e proteggono le loro specifiche culture”.

La Santa Sede non nega che ci sia bisogno di cercare approcci sostenibili allo sviluppo, ma sottolinea che “ogni politiche e pratica utilizzata nell’implementazione della transizione verde dovrebbe essere subordinata ai dettati del bene comune”, e quindi “politiche, leggi e programmi governativi dovrebbero mantenere una prospettiva focalizzata sul rispetto e promozione della dignità umana”.

Così, al di là della ricerca di soluzioni ambientali, si dovrebbero “coinvolgere le popolazioni indigene nelle popolazioni delle quali sono interessati”, considerando che le loro conoscenze e valori sono “importanti per l’intera comunità internazionale”.

                                                           FOCUS EUROPA

Papa Francesco avrebbe parlato dell’Ucraina con Sevastyanov

Ci era voluta una precisazione della Sala Stampa della Santa Sede, dopo le parole di Papa Francesco in aereo di ritorno da Marsiglia il 23 settembre. Il Papa si era riferito agli Stati che stavano ripensando la politica di inviare armi all’Ucraina, sottolineando che a pagare sarebbero stati gli ucraini. Non era un appoggio all’invio di armi, ma solo una constatazione, ha sottolineato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Di certo, una constatazione devastante nell’opinione pubblica russa, che finora ha percepito Papa Francesco come colui che magari non supporta la guerra in Ucraina, ma che non vuole comunque la guerra. È sceso in campo, allora, l’amico russo del Papa, Leonid Sevastyanov, che il 25 settembre ha fatto sapere che avrebbe incontrato Papa Francesco in Vaticano, enfatizzando la notizia attraverso l’agenzia di Stato russa RIA Novosti.

Non ci sono conferme dell’incontro, se non nelle parole di Sevastyanov. Questi ha detto di aver incontrato il Papa e di aver discusso con lui “del piano di pace tra Ucraina e Russia. Il Papa è ottimista, vedendo che sempre più paesi occidentali sono propensi all'idea dell'inutilità del conflitto in Ucraina e la fornitura (all'Ucraina - ndr) di armi. Il Papa è dell'opinione che non ci può essere vittoria sul campo di battaglia, qualsiasi vittoria deve essere al tavolo delle trattative, deve essere sviluppato un algoritmo adatto a tutte le parti in conflitto ".

Sevastyanov ha anche detto che Papa Francesco avrebbe invitato la Russia a non rompere i legami con l’Occidente e si è espresso a favore dell’integrazione economica, ma anche contro le sanzioni economiche.

Il Papa – ha detto Sevastyanov – “porta i suoi saluti alla Russia e la sua benedizione, conferma che la Russia è un grande Paese, il popolo russo, la lingua e la cultura sono grandi. Francesco ha detto che onora la cultura russa non meno di quella spagnola. Secondo Per lui, la cultura russa ha dato al mondo un enorme strato di scrittori, teologi e santi. Dice che prega per il popolo russo e vuole che trovi l'opportunità di concludere una pace giusta a lungo termine".

Ucraina, la fame come arma

C’è un gruppo di lavoro della Global Rights Compliance che sta cercando di definire come la fame sia stata usata dai russi come arma impropria nel conflitto in Ucraina.

Yusuf Khan, avvocato senior dello studio legale Global Rights Compliance, ha spiegato che durante l'invasione su vasta scala dell'Ucraina, "la trasformazione (da parte della Russia - ndr) del cibo in armi è avvenuta in tre fasi".

Il primo si verificò quando alcune città ucraine furono assediate e la fornitura di cibo venne interrotta. Tra gli incidenti documentati c'è la morte di 20 civili a Chernihiv il 16 marzo 2022. Poi i russi hanno bombardato il luogo dove le persone erano in fila per il pane e il cibo. Anche a Mariupol le forniture alimentari sono state interrotte e i corridoi degli aiuti umanitari bloccati e bombardati.

La seconda fase prevede la distruzione da parte dei russi delle scorte di cibo e acqua, nonché delle fonti energetiche in tutta l’Ucraina

La terza fase riguarda i tentativi della Russia di impedire o limitare le esportazioni del cibo ucraino. 

Global Rights Compliance lavorerà con OGP fino alla fine del prossimo anno per completare il dossier. L'intenzione è quella di presentare un ricorso ai sensi dell'articolo 15 dello Statuto di Roma, che consentirebbe a terzi di trasmettere informazioni su presunti crimini di guerra al Procuratore della Corte penale internazionale.

La risposta di Macron alle parole di Papa Francesco sull’immigrazione

In prima fila a Marsiglia alla sessione conclusiva dei Rencontres Méditerranéennes, c’era il presidente Francese Emmanuel Macron. Nel suo discorso, Papa Francesco aveva tuonato che “contro la terribile piaga dello sfruttamento degli esseri umani, la soluzione non è respingere, ma assicurare, secondo le possibilità di ciascuno, un ampio numero di ingressi legali e regolari, sostenibili grazie ad una accoglienza equa da parte del continente europeo, nel contesto di una collaborazione con i Paesi di origine”.

L’Eliseo ha commentato sottolineando che “la Francia non ha nulla di cui vergognarsi, è un Paese di accoglienza e integrazione”.

Dopo la Messa, Papa Francesco ha avuto un faccia a faccia con Macron, che è arrivato in ritardo all’incontro. Il Papa ha così atteso il presidente francese per diversi minuti da solo, seduto da una poltrona. Durante il colloquio, ha sottolineato l’Eliseo, hanno parlato della questione migratoria, ma anche del fine vita, senza entrare nei dettagli né sul contenuto né sull’equilibrio del testo. Papa Francesco, però, tornando da Marsiglia in volo ha detto che di fine vita non si è parlato.

                                                           FOCUS MEDIO ORIENTE

L’arcivescovo Gallagher incontra il ministro degli Esteri iraniano

A margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lo scorso 25 settembre, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, il quale – secondo il ministero degli Esteri di Teheran – ha sottolineato come la Repubblica Islamica di Iran trovi significative le idee del Papa e abbia interesse a mantenere conversazioni e cooperazione con la Santa Sede.

Amirabdollahian ha detto che “il dialogo tra i leader e i seguaci delle fedi nella attuale situazione del mondo, specialmente in un periodo in cui i Libri Sacri vengono profanati, è molto importanti. Le mosse di alcuni governi per autorizzare la profanazione dei libri santi delle religioni sotto il pretesto della libertà di religione non è difendibile”.

Le parole del ministro degli Esteri iraniano sembra riferirsi ai fatti accaduti in Svezia, dove in due occasioni un Corano è stato bruciato. Papa Francesco aveva espresso condanna per l’episodio in una intervista alla rivista spagnola Vida Nueva.

Il dialogo tra Iran e Santa Sede ha avuto punti di convergenza, specialmente nella pratica religiosa (l’Università di Qom ha promosso alcuni anni fa una edizione in farsi del Catechismo della Chiesa Cattolica in collaborazione con il Pontificio Consiglio del Dialogo Interreligioso), ma anche qualche tensione, quando sono stati espulsi o negati accesi a religiosi nel Paese.
Ora ci si trova in un nuovo punto di convergenza. La condanna della profanazione del Corano da parte del Papa è stata gradita. Altri punti di convergenza riguardano la situazione in Ucraina e la volontà di stabilire la pace, ha sottolineato Amirabdollahian, che spiega che “l’Iran non considera la guerra come una soluzione, e supporta ogni iniziativa che ha lo scopo di stabilire la pace in Ucraina”.

Il ministro degli Esteri ha anche chiesto attenzione globale contro il terrorismo e denunciato che alcune nazioni usano “le sanzioni come uno strumento politico contro altre nazioni”, e questo perpetuarsi delle sanzioni “non solo ha conseguenze inumane, ma va anche a complicare le questioni regionali”.

Secondo Teheran, Gallagher ha fatto sapere di aver gradito l’incontro e di aver apprezzato la restaurazione di relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, che “può avere impatti positivi sulla nazione”. Sull’Ucraina, il Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati ha detto che tutti dovrebbero aiutare a stabilire la pace”.

Gallagher avrebbe anche sottolineato l’importanza del dialogo, perché “contribuisce allo stabilimento di problemi globali e questioni”, e si è detto pronto a rimanere in dialogo con la parte iraniana su questioni di mutuo interesse.

Questione Libano, il Cardinale Rai punta il dito contro quelli che sono al potere

Dall’Australia, dove si trova a visitare la comunità maronita, il Cardinale Bechara Rai ha lanciato diversi messaggi sulla situazione del Paese. Durante la Messa del Giubileo d’Oro dell’Eparchia Maronita di Australia, il patriarca maronita ha sottolineato che “la legge e la costituzione sono violate in Libano da quelli che hanno il potere”, e ha invece sottolineato che “in Libano, le tasse e i profitti non sono raccolti da tutti i cittadini egualmente, ma in maniera piuttosto selettiva, che sia intenzionalmente o per la paura di squilibri di potere. Questo porta al minimo accesso ai servizi pubblici”.

Il cardinale ha aggiunto che la Chiesa non starà zitta riguardo gli aspetti negativi in Libano e non si stancherà di portare avanti la sua missione attraverso le sue istituzioni educative, sociali e sanitarie.

La Chiesa, ha detto il patriarca, “non ha abbandonato il Libano e il suo popolo all’arroganza, e non rimarrà in silenzio riguardo l’assenza internazionale dell’unico presidente cristiano dei Paesi della Lega Araba”.

                                                           FOCUS AMERICA LATINA

Accordo Haiti – Repubblica Dominicana, le parole del nunzio

L’arcivescovo Piergiorgio Bertoldi, nunzio apostolico in Repubblica Dominicana, ha chiesto negli scorsi giorni un dialogo tra il Paese in cui rappresenta il Papa ed Haiti nella speranza che il problema generato dalla costruzione di un canale nel rio Masacre non diventi un motivo di conflitto internazionale tra due popoli.

L’appello del nunzio è avvenuto durante la celebrazione nel santuario di Santo Cerro del Giorno della Mercede, alla presenza di Raquel Peña, vicepresidente della Repubblica.

                                                           FOCUS AMBASCIATORI

Il nuovo ambasciatore di Slovenia presso la Santa Sede presenta la copia delle credenziali

Il 28 settembre, Franc Butt, ambasciatore di Slovenia presso la Santa Sede, ha consegnato copia delle lettere credenziali all’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato. È un primo passaggio prima della presentazione delle lettere credenziali, che saranno date direttamente al Santo Padre. Come ambasciatore residenziale, But avrà una udienza privata con il Papa.

Durante l’incontro con Pena Parra, si è fatto cenno all’ottima collaborazione tra Santa Sede e Slovenia.

Un nuovo ambasciatore di Malaysia presso la Santa Sede

Il 28 settembre, Papa Francesco ha ricevuto Hendy Anak Assan, Ambasciatore di Malaysia presso la Santa Sede, che gli ha presentato le lettere credenziali.

Classe 1970, laurea in Storia, dal 1995 ha ricoperto vari gradi diplomatici, fino a prendere il primo incarico da ambasciatore nel 2018, quando è stato inviato a rappresentare la Maylisia in Uzebkistan, Krgyzstan e Tajikistan. Ora, la nomina come ambasciatore presso la Santa Sede.