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Diplomazia pontificia, Terrasanta, parlano gli ambasciatori. Parolin in Senegal

Gli ambasciatori di Israele e Palestina presso la Santa Sede sulla situazione attuale. Il viaggio di Parolin in Senegal. Il discorso di Gallagher in Europa

Bandiera della Santa Sede | La bandiera della Santa Sede | Andreas Dueren / CNA Bandiera della Santa Sede | La bandiera della Santa Sede | Andreas Dueren / CNA

Papa Francesco ha menzionato anche nel consueto atto di omaggio all’Immacolata dell’8 dicembre la situazione in Terrasanta, chiedendo intercessione per il popolo palestinese e il popolo israeliano. La situazione è comunque complessa, la diplomazia della Santa Sede viaggia su un equilibrio difficile, cercando di non cadere – come ha sottolineato il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, vicario latino di Gerusalemme, in un incontro online con la plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa – vittima delle “opposte narrative”, condannando Hamas, ma guardando anche alla popolazione di Gaza che soffre.

In questa settimana, l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede e di Palestina presso la Santa Sede parlano con ACI Stampa della situazione in Terrasanta. Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è invece in Senegal, per l’inaugurazione di un santuario mariano. E viene riportata la sintesi del discorso che l’arcivescovo Paul Richard Gallagher ha tenuto a Vienna il 24 novembre all’incontro con i segretari generali delle Conferenze Episcopali dell’Europa centrale.

                                               FOCUS TERRASANTA

Terrasanta, parla l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede

Dall’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre scorso, Israele è impegnata in una reazione volta a sradicare il terrorismo nella striscia di Gaza, da cui sono partiti gli attacchi. Spesso si è messa in luce la difficoltà che vive la popolazione di Gaza, chiamata dall’esercito di Israele a spostarsi prima di colpire gli obiettivi. Spesso le dichiarazioni dei religiosi hanno guardato anche a questa situazione, che colpisce molto i cristiani.

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Papa Francesco ha parlato di “terrorismo” riferendosi anche alla guerra in corso nel corso dell’udienza generale dello scorso 22 novembre, suscitando varie dure reazioni nella comunità ebraica. Sembra che abbia usato le stesse parole in una conversazione telefonica con il presidente di Israele Isaac Herzog pochi giorni dopo l’attacco. L’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Rafael Schutz non ha confermato né smentito la conversazione in una intervista con ACI Stampa,  perché “nessun ufficiale ha commentato la presunta conversazione telefonica tra il Papa e il presidente Herzog, e non sarò il primo a farlo”.

L’ambasciatore ha spesso criticato alcune posizioni di religiosi, che tra l’altro a volte sembrano discostare dalla diplomazia della Santa Sede. Schutz sottolinea che non ha fatto “una comparazione sistematica tra la diplomazia pontificia e le dichiarazioni e articoli dalle Chiese locali. I miei commenti su queste ultime sono venuti soprattutto quando ho notato mancanza di accuratezza fattuale”.

La Santa Sede tutta via chiede da tempo un cessate il fuoco o una riduzione dell’escalation. L’ambasciatore Schutz sottolinea che “la riduzione dell’escalation o un cessate il fuoco non sono un obiettivo in sé ma un mezzo per raggiungerlo. L’obiettivo è ristabilire la possibilità di una vita sicura e di routine per i cittadini israeliani nelle loro case lungo la Striscia di Gaza, vicino al confine con il Libano e nel resto del territorio sovrano israeliano”.

Questo perché – aggiunge l’ambasciatore – “secondo il discorso locale prevalente, una persona disinformata potrebbe concludere che le atrocità del 7 ottobre siano state un fatto a sé stante e che da allora solo Gaza è in guerra. Questo è ovviamente molto lontano dalla realtà”.

Insomma, “l’attacco genocida di Hamas è stato solo il punto di partenza. Da quello Shabbath nero, la maggior parte degli israeliani ha dovuto e continua a dover rifugiarsi, giorno dopo giorno, dai missili e dai razzi lanciati contro di loro da Gaza, Libano (Hezbollah), Yemen (Huties) e Siria (rappresentanti locali dell’Iran)”.

E così, “circa 250mila sono diventati sfollati, rifugiati nei propri paesi. Eppure tutta questa parte manca nel discorso locale. Parte di questo discorso locale riguarda anche i numeri: la quantità crea coscienza – se il diritto di Israele all’autodifesa viene menzionato una volta e la situazione a Gaza viene menzionata dieci volte, la gente quasi inevitabilmente crederà che la seconda sia di gran lunga più importante. rispetto al primo”.

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In conclusione, l’ambasciatore afferma che “se il modo per ripristinare la sicurezza dei cittadini israeliani passa attraverso la riduzione della tensione, sarò il primo a sostenerla. Sfortunatamente, conoscendo i nostri nemici e i loro obiettivi, non la penso così”.

La Santa Sede ha più volte chiesto una soluzione dei “due Stati”. Ma per l’ambasciatore Schutz questa questione riguarda “il giorno dopo” la guerra”. Sono due i motivi per cui l’ambasciatore non si vuole pronunciare.

Il primo è che “il terribile colpo che abbiamo subito il 7 ottobre influenzerà sicuramente sotto molti aspetti l’opinione pubblica israeliana. Tuttavia, è prematuro prevedere che tipo di cambiamenti vedremo”.

Il secondo è che “la questione non è rilevante per la guerra attuale. L’attacco criminale di Hamas non è legato alla disputa territoriale israelo-palestinese. L’organizzazione è il ramo palestinese di una coalizione islamica fondamentalista mondiale il cui obiettivo esplicito è distruggere la civiltà giudeo-cristiana, come abbiamo visto con l’ISIS, Boko-Haram e altri. Non ha nulla a che fare con quelli che saranno i confini di Israele poiché per loro Israele non dovrebbe esistere affatto.”

Terrasanta, parla l’ambasciatore di Palestina presso la Santa Sede

Issa Kassisieh, ambasciatore di Palestina presso la Santa Sede, si è soffermato con ACI Stampa sul ruolo che ha avuto la diplomazia pontificia in questi giorni di guerra, partendo proprio dalla visita che il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha fatto nella sua ambasciata a metà ottobre, una cortesia che ha avuto anche nei confronti dell’ambasciatore Schutz.

“Il Cardinale Parolin – ha detto l’ambasciatore - si è infatti recato presso l'Ambasciata dello Stato di Palestina per esprimere la sua solidarietà al popolo palestinese, mentre continua la guerra nella Striscia di Gaza e quale ha provocato l’uccisione di decine di migliaia di civili, soprattutto bambini e donne”.

Nei colloqui, aggiunto, abbiamo convenuto che “tutti gli esseri umani sono il riflesso dell'immagine di Dio e che la violenza genera violenza. Ha condannato Hamas e ha chiesto l'immediata liberazione degli ostaggi. Lui ha espresso la profonda preoccupazione della Santa Sede per l’aumento senza precedenti delle vittime civili in Gaza, compresa la pericolosa escalation in Cisgiordania e Gerusalemme Est”.

Inoltre, racconta ancora l’ambasciatore, “il cardinale ha aggiunto che Sua Santità Papa Francesco è rattristato nel vedere tutti questi civili innocenti vittime e continua a pregare per la Terra Santa. È in costante contatto con persone diverse leader del mondo. Il cardinale ha fatto riferimento al riconoscimento dello Stato da parte della Santa Sede della Palestina ai confini del 1967 e la firma dell’accordo globale tra le due parti il 26 giugno 2015”.

Kassisieh sottolinea che, nella conversazione con il Cardinale Parolin, “è stato concordato che la formula dei due stati sia l’unica via per una pace globale tra palestinesi e israeliani, e altri Stati dovrebbero riconoscere lo Stato di Palestina, in conformità con le norme internazionali

Legittimità”.

Questo per l’ambasciatore significa che “è imperativo che la Santa Sede si impegni positivamente

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leader mondiali a tradurre le parole di Sua Santità, nonché del suo Segretario per le Relazioni

con gli Stati, l'Arcivescovo Richard Paul Gallagher, riguardo alla città santa di Gerusalemme.

La Santa Sede ha chiesto uno ‘status speciale’ per la Città Santa di Gerusalemme su base della legittimità internazionale”.

Si tratta, afferma Kassisieh, di una visione che “dovrebbe essere messa sul tavolo oggi, per garantire l’attuazione delle politiche attuali di esclusività si invertono e l’esistenza stessa del cristianesimo non scompare”.

Per quanto riguarda il ruolo della diplomazia del Papa, l’ambasciatore Kassisieh ha sottolineato che il Papa  ha appoggiato “la via morale” e e ha costantemente chiesto un cessate il fuoco immediato e il rispetto del diritto umanitario. Il Papa – ha aggiunto – ha affermato che  “le guerre cancellano il futuro”; “le guerre sono sempre una sconfitta” e “le guerre non risolvono nessun problema”.

Papa Francesco, ha aggiunto, ha chiesto “l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza”, e “inoltre, e dopo aver avuto un'udienza privata con i rappresentanti delle famiglie palestinesi i cui membri soffrono o soffrono sono stati uccisi nella Striscia di Gaza che ‘questa non è guerra, questo è terrorismo’. Non c'è dubbio che la voce e l'appello di Sua Santità hanno la loro influenza sulla politica mondiale. Per usare un eufemismo, Papa Francesco rifletteva la coscienza delle persone del mondo e di coloro che cercano la pace, come Gesù ha insegnato noi: ‘Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio’.”

L’ambasciatore ha poi ricordato la preghiera per la pace nei Giardini vaticani l’8 giugno 2014, giornata in cui “ha piantato l'olivo alla presenza del Presidente Mahmoud Abbas e il defunto presidente israeliano Shimon Peres”.

Per questo, Kassisieh è ottimista e ricorda che “nonostante il quadro cupo viviamo in Terra Santa, l'Ulivo fiorirà e il potere della saggezza fiorirà prevarrà, ponendo fine all’occupazione militare israeliana laddove il popolo palestinese potrà farlo riconquistare la dignità e la libertà nazionale”.

Alla fine, dice, “è molto triste assistere al Natale, stagione in cui il luogo di nascita di nostro Signore Gesù Cristo, la città di Betlemme, è assediata e le celebrazioni natalizie vengono annullate”.

Insomma, conclude l’ambasciatore, “per ironia della sorte, il mondo cristiano si sta alleggerendo

Alberi di Natale e festa mentre a Betlemme le luci sono spente e la città è in lutto

i suoi figli a Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme”. Questo è dunque “un momento di verità per ai leader mondiali di dimostrare la volontà politica e di lavorare per un processo politico credibile con una fine del gioco per liberare la Palestina”. E “la diplomazia della Santa Sede dovrebbe essere parte integrante le parole di Sua Santità dovrebbero trasformarsi in fatti”.

                                               FOCUS NUNZIATURE E AMBASCIATE

Xuereb, già segretario di due Papi, nunzio in Marocco

Il nuovo nunzio in Marocco è stato segretario di due Papi, ed ha svolto per l’ultimo quinquennio il ruolo di nunzio apostolico in Corea del Sud e Mongolia. Il suo quinquennio è comunque terminato il 19 giugno 2023, e così Alfred Xuereb ha lasciato la nunziatura prima che il Papa andasse in visita in Mongolia, rimanendo fino ad ora a disposizione della Segreteria di Stato.

Avendo lasciato il precedente incarico già a giugno, con tanto di lettera alla popolazione, colpisce che il bollettino della Santa Sede che annuncia la nomina segnali che è stato “finora nunzio in Corea del Sud e Mongolia”.

Fatto sta che ora Xuereb prende il posto del nunzio Vito Rallo, che ha lasciato il servizio diplomatico della Santa Sede lo scorso giugno al compiere dei 70 anni (una “pensione anticipata” rispetto ai 75 canonici anni vaticani, privilegio di cui godono solo i nunzi), e si trova a gestire una eredità pesante. Rallo, infatti, è stato persino insignito del massimo ordine dello Stato del Marocco per i suoi anni di servizio nel Paese, e ha potuto accogliere anche Papa Francesco in uno storico viaggio nel 2019.

Dal 2007 al 2013, Alfred Xuereb è stato secondo segretario di Benedetto XVI, e ha poi servito brevemente come segretario anche di Papa Francesco, prima di essere segretario della Segreteria per l’economia dal 2014 al 2018, dopo essere stato parte della Commissione di Studio Referente per la gestione economico amministrativa della Santa Sede.

Sacerdote dal 1984, dal 1991 al 2000 è stato nel servizio amministrativo presso la Segreteria del Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense.

Dal 1995 al 2000 ha lavorato alla Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato, mentre dal 2000 è stato nella Prefettura della Casa Pontificia, prima di entrare nella Segreteria particolare di Benedetto XVI. Dal 2018 al 2023 è stato nunzio in Corea del Sud e Mongolia.

Sei nuovi ambasciatori per la Santa Sede

Il 7 dicembre, gli ambasciatori di Kuwait, Nuova Zelanda, Malawi, Guinea, Svezia e Ciad hanno presentato le loro lettere credenziali a Papa. Essendo ambasciatori non residenti, Papa Francesco gli ha incontrati in gruppo, tenendo un discorso in cui ha stabilito tra le priorità dell’agenda diplomatica della Santa Sede la cura della casa comune.

Ma chi sono i nuovi ambasciatori?

Yaqoub Yousef Alsanad è il nuovo Ambasciatore del Kuwait presso la Santa Sede. Classe 1992, ha una carriera tutta sviluppatasi all’interno del Ministro degli Affari Esteri. Da diplomatico ha servito anche nell’ambasciata in Canada, l’Ambasciata in Spagna e la Missione Permanente presso le Nazioni Unite a New York.  

Dal 2010 al 2014 è stato ambasciatore in Kenya, presso l’UNON, l’UNEP e l’UN-Habitat (2010 – 2014), e l’ultimo anno ha servito anche come Ambasciatore non residente in Burundi, Tanzania e Rwanda. Dal 2014 al 2022 è stato ambasciatore in Singapore. Dal 2022 è ambasciatore in Svizzera e dal 2023 presso il Principato di Liechtenstein, cui aggiunge ora il portafoglio della Santa Sede.

Tara Deborah Morton è Ambasciatore della Nuova Zelanda presso la Santa Sede. Nata nel 1980, un curriculum di studi in relazioni internazionali, scienze politiche e lingue moderne e studi di fashion design a New York, avvocato e procuratore, lavora al ministero degli Affari Esteri dal 2004.

Tra gli incarichi diplomatici, è stato nel 2009 secondo Segretario dell’Ambasciata nella Repubblica Popolare della Cina (gennaio - maggio 2009); secondo Segretario, Missione Permanente presso l’ONU, New York dal 2010 al 2013 e Vice Capo Missione, Ambasciata in Egitto dal 2014 – 2015, e in due riprese incaricato d’affari ad interim dell’ambasciata in Iraq. Dal 2023 è ambasciatore in Spagna, con accreditamento presso Andorra, Malta e Marocco, e ora anche la Santa Sede.

Il Malawi invia come suo rappresentante presso la Santa Sede Joseph John Mpinganjira, che ha studiato in seminario e ha anche una licenza in diritto canonico presa in Germania.

Il suo curriculum include un periodo di cinque anni da presidente del Tribunale diocesano dell’arcidiocesi di Lilongwe, e poi un triennio, dal 2005 al 2008, come segretario generale della Conferenza Episcopale del Malawi. Dal 2012 al 2016 è stato Consulente di Governance per l'Ambasciata d'Irlanda a Lilongwe, quindi dal 2016 al 2020 Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione WeltHungerHilfe, Malawi. Dal 2021 è Ambasciatore di Malawi in Germania, incarico cui ora aggiunge quello di ambasciatore presso la Santa Sede.

L’ambasciatore di Guinea presso la Santa Sede è Aliou Barry, che ha avuto una carriera tutta diplomatica: Peace and Security Expert, presso la Rappresentanza Permanente dell’Unione Africana presso le Istituzioni Europee a Bruxelles (2007 – 2009); Peace and Security Expert Adviser, Commissione dell’Unione Europea e dell’Unione Africana (2010 2012); Civil Affairs Officer and Special Adviser, presso il Vice Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Congo (MONUSCO) (2013 – 2016); Head of the Political Mediation Division, presso la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) (2016 – 2018); Head of Political Affairs, Senior Political Adviser, presso la Missione dell’Unione Africana per il Mali e il Sahel, Commissione dell’Unione Africana (MISAHEL) (2018 – 2023).

Anche lui unisce al ruolo di ambasciatore presso la Santa Sede quello di ambasciatore in Germania.

Per Holmström rappresenta la Svezia presso la Santa Sede. Anche lui, una carriera tutta nel ministero degli Affari Esteri di Stoccolma, che lo ha visto Console a Gerusalemme (1992 – 1995); Primo Segretario, Ambasciata in Francia (1995 – 1999); Vice Direttore, Dipartimento Africa, Capo del Gruppo dell’Africa Centrale e Occidentale, MAE (1999 -2024).

Dal 2006 al 2010 è stato Ministro, Vice Capo Missione, Ambasciata in Francia. Dal 2018 è Ambasciatore nei Paesi Bassi e Rappresentante permanente presso l’OPCW.

Il Ciad invia Ahmad Makaila come ambasciatore presso la Santa Sede. Classe 1971, studi di giornalismo alle spalle, ha avuto diveri incarichi governativi. Dal 2002 al 2004 è stato consigliere per la comunicazione del presidente, dal 2005 al 2010 è stato direttore dell’agenzia di stampa Ciadiana, nel 2017 Portavoce del Ministero degli Affari Esteri e Portavoce della Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Mali.

Dal 2018 al 2023 ha servito come Ambasciatore in Svizzera e Rappresentante Permanente presso l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, presso l’OMC e le altre Organizzazioni basate in Svizzera. Dal gennaio 2023 è ambasciatore in Francia.          

                                               FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Il Cardinale Parolin in Senegal

Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è arrivato in Senegal il 7 dicembre e vi resterà fino al 10 dicembre. Sarà a Popenguine, villaggio situato sulla Petite-Côte in Senegal, a 70 km da Dakar, e lì consacrerà il Santuario mariano nazionale di Notre-Dame-de-la-Délivrande a Popenguine. In questa occasione incontrerà la comunità cattolica e le autorità locali di questo Paese.

Dopo il viaggio a Dubai per rappresentare Papa Francesco al COP28, dunque, il Cardinale Parolin è partito direttamente nel Senegal. Il santuario mariano è consacrato il 9 dicembre.

La Direzione delle Opere Diocesane di Dakar ha annunciato in un comunicato che il cardinale Pietro Parolin e mons. Benjamin Ndiaye, arcivescovo di Dakar, consacreranno il nuovo santuario di Notre-Dame-de-la-Délivrande a Popenguine, alla presenza dei vescovi della Conferenza Episcopale, nonché le autorità statali senegalesi.

Iniziata alla fine del XIX secolo, la chiesa Notre-Dame-de-la-Délivrande è stata completata solo nel 1988. Ospitando una Madonna Nera, è diventata un santuario mariano di grande importanza per il Senegal. Ogni anno vengono organizzati pellegrinaggi. La chiesa fu eretta Basilica minore  che fu durante la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II in Senegal il 21 febbraio 1992.

L’arcivescovo Gallagher a Vienna, il discorso

Lo scorso 24 novembre, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, è stato a Vienna, per partecipare all’Incontro dei Segretari Generali delle Conferenze Episcopali dell’Europa Centrale.

Tema del suo intervento era “Il futuro dell’Europa e la riconciliazione tra Est ed Ovest”. L’arcivescovo Gallagher ha iniziato il suo intervento ricordando Günter Schabowski o di Harald Jäger, il primo portavoce del governo della Repubblica Democratica Tedesca che comunicò l’apertura delle frontiere della Germania Orientale, il secondo l’ufficiale della Stasi addetto al controllo del punto di frontiera di Bornholmer Straße, che nella tarda sera di quel giorno permise, di propria iniziativa, a migliaia di persone di entrare a Berlino Ovest.

Entrarono dunque nella storia il 9 novembre 1989, e i nomi cui possiamo associare la fine della Cortina di Ferro “non sono certi quelli di due eroi”.

Il “ministro degli Esteri” della Santa Sede nota che in quel tempo “si nutriva la speranza che il continente sarebbe presto tornato a far respirare insieme i suoi due polmoni e che la cicatrice lasciata della guerra mondiale e poi dalla guerra fredda si sarebbe potuta presto rimarginare”, e questo portò all’inizio del processo di allargamento dell’Unione Europea.

Eppure, nuovi conflitti insanguinavano il continente nei Balcani occidentali.

Oggi, nota Gallagher, “sebbene con intensità diversa, tante divisioni permangono”, mentre

“una nuova e più sanguinosa guerra colpisce ancora l’Europa contrapponendo due Paesi vicini e tradizionalmente amici”, secondo un principio di divisione che si riscontra anche negli stessi Paesi dell’Unione Europea, dove “perdurano diversità di vedute, che finiscono nei fatti per ostacolare quel principio di solidarietà che è alla base della costruzione dell’edificio europeo”.

L’arcivescovo Gallagher guarda poi indietro al “progetto ambizioso” del progetto di unificazione europea, richiamando la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, una proposta che la Chiesa “fin da subito” accolse con interesse.

Gallagher sottolinea che “sebbene molti passi siano stati compiuti, molti sono ancora da compiere”, mentre “lo sviluppo del progetto europeo è continuamente minato al suo interno e dall’esterno, da un lato con la tendenza a rinvigorirsi di nazionalismi e populismi di vario genere; dall’altro da una crescente conflittualità internazionale, che vede le più recenti espressioni nella tragica guerra in Ucraina, e nella ripresa del conflitto israelo-palestinese seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre scorso”.

Quale può dunque essere l’impegno della Chiesa? Il primo impegno è quello di essere “artigiani di pace”, ricordando che “per il cristiano la pace non può poi essere concepita come il frutto di un consenso tra parti opposte, giustificato da interessi più o meno nobili. Le ragioni della pace non possono realisticamente essere immanenti”.

Insomma, pace ha bisogno di “un carattere trascendente”, vale a dire che deve “trovare fuori da sé le ragioni della propria esistenza, a partire da un fondamento veritativo, avendo la giustizia come cardine della sua edificazione, la carità come requisito del suo mantenimento e la libertà come condizione della sua realizzazione”.

L’arcivescovo Gallagher nota che la pace è un dono, ma che esige “un impegno attivo per il ristabilimento della giustizia e del diritto”, coinvolgendo così la struttura intima di ogni persona umana.

Il sogno del Papa di una comunità solidale e generosa significa dunque, afferma l’arcivescovo Gallagher, “ribadire il valore sacro e inviolabile di ogni vita umana, dal suo concepimento alla fine naturale, nonché promuovere la famiglia, quale vera cellula della società, fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano richiama a valutare alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa “le proposte legislative che via via si stanno elaborando nel contesto europeo e che, sempre più spesso, partono da una interpretazione individualista dei diritti umani che si sta rapidamente trasformando in nuove pretese ideologiche, socialmente divisive”.

Infatti, aggiunge, è “evidente come negli ultimi decenni vi sia stata una costante evoluzione da parte dei legislatori, a livello europeo e dei singoli Stati membri, dell’idea di persona”, la quale è “divenuta sempre più il titolare di diritti soggettivi individuali, che non sembrano avere più limiti, dando vita ad un paradossale cortocircuito dei diritti medesimi” .

Tutto questo si nota “nella crescente limitazione alla libertà di parola e di pensiero, cui si rischia di essere sottoposti anche per la semplice rappresentazione di un diverso punto di vista sulla vita e sulla società”, ma anche “nel crescente numero di legislazioni che promuovono l’aborto, l’eutanasia o il cosiddetto ‘matrimonio egualitario’,”, laddove “prevale un concetto di persona solitario e monadico5 , slegato dall’idea di appartenere ad una comunità, composta da una pluralità di soggetti con i quali si condividono diritti, ma anche doveri”.

Gallagher ricorda che “la persona si sviluppa necessariamente all’interno di una comunità, a partire da quella primaria, ontologicamente e cronologicamente nella vita di ciascuno di noi, che è la famiglia. Troppe famiglie sono ferite e divise ai nostri giorni. Purtroppo, occorre ammettere onestamente che anche la pastorale familiare in seno alle comunità ecclesiali ha talvolta mostrato i suoi limiti”.

Il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati mette in luce anche “il fenomeno delle persistenti e gravi violazioni dei diritti umani che si registrano in diverse parti del mondo e che non di rado compromettono l’efficacia del sistema basato sui diritti umani, che dovrebbe giovare al bene dell’umanità e alla costruzione della pace nel mondo”.

Per eliminare questi problemi, si dovrebbe partire “dal riconoscere che i miei diritti e i diritti dell’altro sono interconnessi e interdipendenti”.

La Santa Sede, tuttavia, “non si stanca mai di ribadire che il tema dei diritti umani non può prescindere dalla tutela della libertà religiosa la quale costituisce una risorsa feconda per uno sviluppo equilibrato della comunità nel suo insieme”.

È necessario dunque recuperare “una visione antropologica solida ed in grado di sostenere l’umanità dinanzi alle sfide del terzo millennio non può prescindere dal recupero di un dialogo fecondo tra fede e ragione”.

È un dialogo, quello tra fede e ragione, che “l’Europa ha purtroppo interrotto da tempo”, anche “bruscamente”, fino a “commettere il grave errore di disconoscere le proprie radici ebraico cristiane”, che porta con sé il rischio di “divenire sempre più un corpo senza anima, in un profondo contrasto con la reale identità dell’Europa, invece ricca di storia, di tradizione e di umanità”.

L’arcivescovo Gallagher ha anche invitato gli episcopati a “non temere di far sentire la propria voce nella società civile”, partendo proprio dalla riflessione sulla missione della Chiesa.

Il secondo impegno dei cattolici in Europa è quello d costruire “una Europa più solidale”, che include la sinodalità, forma “di dialogo e rapporto tra le componenti ecclesiali”, e questo significa prima di tutto “non tralasciare la missione verso i giovani”, a partire proprio dall’educazione e le università che hanno funzionato “per secoli da collante in tutto il continente”. Il problema, aggiunge l’arcivescovo, è che “nel corso degli ultimi anni, molte realtà ecclesiali hanno abdicato a tale funzione, a detrimento di tutta la società”.

Si deve invece tornare all’educazione, “perno del futuro di ogni civiltà, per evitare sia la massificazione che la cultura massmediatica tende a proporre, sia la carenza di sogni e d’ideali che contraddistingue tanti nostri giovani e che li fa guardare, se non con sfiducia, per lo meno con disillusione rispetto al futuro”.

È un impegno, quello per l’educazione, che aiuta a contrastare le fake news, dato che “c’è un nesso evidente tra l’affermazione del valore della persona, così come l’abbiamo tracciato prima, e la cultura, la quale è la capacità di porre in essere una visione unitaria passato, presente e futuro”. Per questo, “favorire una visione integrale della realtà, del suo significato più vero e profondo, è responsabilità propria delle istituzioni formative”.

L’arcivescovo Gallagher sottolinea che è importante che “anche in sede europea si inizi a parlare di più di solidarietà intergenerazionale”, dato che “occorre ricollegare fra loro le generazioni per riacquisire una prospettiva di più ampie vedute che si radichi nelle esperienze del passato e si proietti con un preciso disegno ideale verso il futuro”, formando ad una cultura generativa, e non ad un mero bagaglio di nozioni.

Solidarietà, prosegue il “ministro degli Esteri” vaticano, significa anche “attenzione ai più poveri e ai sofferenti, il cui numero va crescendo in Europa”, una povertà materiale che “si nasconde nelle nostre strade così piene di opulenza”, con squilibri economici esacerbati da pandemia e il conflitto in Ucraina”.

Gallagher però parla anche di una “crescente povertà spirituale, accompagnata da un profondo senso di solitudine, che colpisce in special modo i giovani, ma non risparmia neanche gli adulti”.

La Chiesa è chiamata ad essere presente in questa povertà spirituale, e tra i poveri è chiamata a non dimenticare “le migliaia di persone che bussano alle porte del continente da oriente e da mezzogiorno”, seguendo le linee guida dell’accogliere, proteggere, promuovere e integrare, considerando che “la migrazione è diventata una questione molto divisiva in Europa, nelle istituzioni comunitarie, nei singoli Stati e talvolta anche all’interno della Chiesa, e non ci si può chiudere dietro visioni protezionistiche e nazionalistiche, retaggio di tempi passati di cui non si avverte alcuna nostalgia”.

Il nodo è cercare un equilibrio tra l’attenzione che va data alle persone, che non sono quote, e alle “conseguenze sociali dell’immigrazione massiccia alla quale stiamo assistendo e che grava sui Paesi di transito come su quelli di destinazione, nonché sulle rispettive Chiese locali”. Il tesoro che la Chiesa può offrire in questo campo “è composto certamente da innumerevoli opere di assistenza, ma soprattutto dalla speranza dataci dalla fede in Cristo, per favorire l’integrazione dei migranti nei nostri Paesi ed evitare, come purtroppo spesso accade, che si formino nuovi ghetti, che una certa mentalità laicista ha di fatto favorito in diversi luoghi”.

La forza attrattiva della fede cristiana va proposta “senza timore”, mettendo “in contatto Gesù con la gente, senza convincerli, ma lasciando che il Signore convinca”.

In conclusione, l’arcivescovo Gallagher sottolinea che le due parole chiave per il futuro dell’Europa sono “pace e solidarietà”, la prima esigendo “rispetto della persona umana, della sua dignità trascendente e dei suoi diritti”, e la seconda “ci sprona a prenderci cura dell’altro nelle sue necessità, siano essi di natura fisica, come l’assistenza dei bisognosi; o di natura spirituale, come la trasmissione della fede, dell’educazione e della cultura”.

È in queste direttrici che si sviluppa l’azione diplomatica della Santa Sede, che è prima di tutto “uno strumento di comunione che unisce il Romano Pontefice ai Vescovi e alle rispettive Chiese locali, nonché il tramite concreto attraverso cui poter lavorare insieme anche con le autorità civili, per edificare il bene comune, ciascuno secondo le proprie competenze”.-

Il cardinale Parolin in una intervista: “La Chiesa impegnata a ricucire ferite”

In una lunga intervista concessa alla rivista Tracce di Comunione e Liberazione lo scorso 1 dicembre, il Cardinale Pietro Parolin ha dettagliato lo scopo della diplomazia della Santa Sede in questa “terza guerra mondiale a pezzi”.

Il Cardinale ha detto che ai leader che si incontrano nella Santa Sede “non facciamo altro che ricordare, adattandoli alle situazioni locali, i principi della Dottrina sociale della Chiesa sulla pace, che attingono abbondantemente al magistero conciliare e pontificio”, con la “potenza debole della Parola”, e “non manca mai, nei citati incontri politici, l’offerta della nostra disponibilità, secondo la natura della Santa Sede e nei limiti delle sue possibilità, di contribuire attivamente, con i mezzi della diplomazia, ad attivare percorsi concreti di riconciliazione e di pace”.

Il Cardinale sottolinea che “ogni guerra è sempre una sconfitta, poiché tutte seminano morte e distruzione, alimentando sentimenti di rivincita e di vendetta. Non vi sono dunque guerre giuste e guerre sbagliate. Il giudizio negativo sulla guerra non preclude, tuttavia, il diritto alla legittima difesa della parte aggredita in un conflitto”.

In questo, ha un ruolo anche la preghiera, la quale “è sempre una presa di posizione: una presa di posizione in favore del bene, della giustizia, dell’amore, contro il male, l’ingiustizia, l’odio, in qualunque forma essi si presentino. È interessante, ad esempio, rilevare che in certi momenti della storia e in certe parti del mondo è addirittura vietato ricordare nella preghiera persone e situazioni, perché questo semplice fatto è percepito come ‘eversivo’ di un determinato ordine o sistema”.

Il Segretario di Stato vaticano si è anche soffermato sulla situazione in Terrasanta, con vista sull’attuale guerra Israele – Hamas. “Come più volte è stato riaffermato dalla Santa Sede in questi giorni – ha detto - la soluzione ‘due popoli-due Stati’ è la soluzione politica più urgente da percorrere, non appena le condizioni lo permettano, perché risponde alla legittima aspirazione degli israeliani e dei palestinesi: avere una propria nazione e vivere fianco a fianco in pace, sicurezza e stabilità”.

Inoltre, aggiunge il Cardinale, “uno statuto speciale internazionalmente garantito per la città santa di Gerusalemme permetterà che i fedeli delle tre religioni monoteistiche abbiano uguali diritti e uguali doveri, e sia rispettato l’accesso ai rispettivi Luoghi santi, secondo lo status quo, lì dove si applica”. 

Non è qualcosa che può essere improvvisato, ci vuole “un quadro normativo chiaro”, e una fiducia reciproca che “purtroppo ora è ai minimi storici, se non azzerata completamente”, perché “l’attacco terroristico del 7 ottobre di Hamas e di altre organizzazioni contro la popolazione in Israele, assolutamente ingiustificabile e disumano, ha generato una grandissima sofferenza tra gli israeliani che avrà bisogno di molto tempo per essere guarita. Pensiamo alle 1.200 persone uccise barbaramente, alle centinaia di feriti, ai circa 240 ostaggi presi, alle migliaia di israeliani che hanno dovuto lasciare la loro casa perché vicino alle zone di conflitto. Penso spesso alla disperazione delle famiglie degli ostaggi, tra cui anche anziani e bambini anche neonati, e prego e auspico che vengano liberati immediatamente, come più volte il Santo Padre ha ribadito”. 

Allo stesso tempo, dice il Cardinale, “ci vorrà molto tempo anche per superare la sofferenza dei palestinesi a seguito della risposta militare dell’esercito israeliano a Gaza. Pensiamo ai più di 10mila morti, alle centinaia di migliaia di feriti, al milione di palestinesi sfollati verso il Sud di Gaza. Anche qui i bambini, gli anziani e i civili sono coloro che ne stanno facendo terribilmente le spese”.

Ci trova, aggiunge il Segretario di Stato, in una situazione umanitaria “gravissima”, dove “le scuole, i luoghi di culto e persino gli ospedali non sono ambienti in cui poter stare al sicuro, per via di una tragica logica della guerra che non riesce a risparmiarli”

La preoccupazione è dunque che “la popolazione a Gaza possa ricevere tutto l’aiuto umanitario necessario per sopravvivere. Ora più che mai la liberazione di tutti gli ostaggi e il cessate il fuoco potrebbe aiutare a che la situazione non precipiti ulteriormente, scongiurando un allargamento del conflitto che lo renderebbe ancor più inaccettabile”. 

È una sofferenza che “certamente renderà molto difficile qualsiasi negoziato, qualsiasi soluzione. Ma se si potesse ripartire dal concetto della sacralità della vita, allora si potrebbe recuperare il senso dell’umanità e della fraternità necessaria”.

Parolin ha anche affrontato l’attuale polarizzazione, sottolineando però che “il male che mina alla radice il nostro vivere, nei rapporti tra persone, tra gruppi, tra nazioni, è, a mio parere, la mancanza di fiducia. Non ci fidiamo più gli uni degli altri, per cui erigiamo barriere per difenderci, per garantirci, per proteggerci. Non riconosciamo più negli altri la buona fede e la retta intenzione”.

È questo, argomenta, che ha portato alla crisi del multilateralismo.

                                               FOCUS PAPA FRANCESCO

Il Cardinale Fernandez sulla vera pace di Papa Francesco

Il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha ricevuto lo scorso 2 dicembre il Premio Internazionale Bonifacio VIII. Con l’occasione, ha tenuto una lectio magistralis sul tema de La Vera Pace nel pensiero di Papa Francesco.

Il Cardinale Fernandez ha sottolineato che Papa Francesco ha riflettuto sulla pace in tre grandi documenti, una esortazione e due encicliche: Evangelii Gaudium, Laudato Si e fratelli Tutti.

Nella Laudato Si il Papa ha parlato di pace interiore, perché spiega Fernandez, “senza uno sviluppo umano e spirituale delle persone, che sono diventate incapaci di pace interiore, c'è solo un vuoto profondo che ci porta a cercare di riempire e calmare il nostro desiderio con acquisti, beni, possedimenti”.

Tuttavia, aggiunge il Cardinale, “possiamo continuare a confidare nella capacità del cuore umano di guarire, di cambiare, di maturare. Ogni persona può ancora avere fiducia in se stessa, perché dentro ognuno ci sono molte riserve di bene, si può sempre riprovare, è sempre possibile ricominciare, si può sempre superare l'angoscia o la paura e ritrovare la pace”.

C’è bisogno di un cambiamento di vita, e il Papa per farlo si rivolge alla dignità di ognuno, perché la pace non è uno stato psicologico. Gli stati psicologici cambiano costantemente a causa di problemi, urgenze, paure legate alla salute e persino di ciò che si è mangiato. Quando un veicolo investe un bambino e la madre corre ad aiutarlo, è impossibile che ci sia una calma psicologica. Al contrario, il corpo stesso scatena una serie di meccanismi affinché possa agire con urgenza ed energia. Non c'è calma. Ma è possibile la pace anche in mezzo a tali contesti di necessario tumulto? Sì, proprio perché la pace è un'altra cosa, al di là degli stati d'animo e delle situazioni psichiche”.

La pace è piuttosto “una sicurezza interiore”, per il cardinale – amico di Papa Francesco di vecchia data – “è interessante notare come Papa Francesco insista sull'immensa dignità di ogni persona, ma una nota del suo pensiero è che spesso aggiunge una frase: ‘al di là di ogni circostanza’. La mia dignità personale di essere umano non potrà mai essere cancellata o annullata, è e sarà vera al di là di ogni circostanza. Quindi, se sono disabile, questo non toglie nulla alla mia dignità, se sono nato in Africa non toglie nulla alla mia immensa dignità, se sono maschio o femmina non cambia nulla”.

Il Cardinale nota poi che “anche se tutti e sempre abbiamo questa dignità ontologica”, succede “che la nostra vita non è degna,” e cioè “non viviamo in sintonia con la nostra dignità”, cosa che ci toglie la vera pace.

“Per questa ragione – sottolinea Fernandez - Francesco invita ad un cambiamento dello stile di vita, non chiusi nei propri bisogni, ma come persone dal cuore libero. Di nuovo, il problema non sarebbe esattamente il consumo, ma in questo caso un modo ansioso di attaccarti alle cose che non ti permette neanche di goderle in pace”.

È il tema dello stile di vita semplice, che non significa “sacrificio o ascetismo”, ma significa essere liberi, e allora non si può “vivere con quella sobrietà che ci libera se non si è in pace con se stessi”.

Ripercorrendo le parole di Papa Francesco, il Cardinale Fernandez nota che “solo riconoscendo ed amando la propria dignità possiamo imparare un nuovo rapporto con la realtà, e così essere in pace col mondo esterno, con quello che ci circonda. Riconoscendo la propria dignità, soprattutto se scopriamo di essere infinitamente amati, non abbiamo bisogno di cose ne di riconoscimenti ne di successi per sentirci degni”.

Da qui, il fatto che “chi riconosce la propria dignità e vive in sintonia con essa è portatore di pace”, e non solo una pace esistenziale, ma più legata “al senso sociale, alla sfida della pace per la società e per il mondo”.

Vediamo che a questo punto non parliamo solo di una pace in senso esistenziale, ma più legata al senso sociale, alla sfida della pace per la società e per il mondo.

Il cardinale parla di una vera ossessione di Papa Francesco per “la pace sociale”, che c’è solo se si diventa un popolo “in pluriforme armonia”. Una pace che “non si costruisce a prescindere dai conflitti, cercando di nasconderli”.
Per questo, in Fratelli Tutti, sviluppando il tema della cultura dell’incontro, Papa Francesco “pone una forte enfasi sulla necessità di coltivare un tipo di società che includa tutti, che armonizzi le differenze, che non lasci fuori nessuno. Allora non possiamo pensare che Francesco stesse proponendo un consenso tra i puri, santi, esemplari”.

Papa Francesco, continua il suo amico e confidente, chiede anche un cammino di riconciliazione, da fare all’interno del senso di appartenenza per cui tutti ci consideriamo della medesima famiglia.

Ed è per questo necessario un “patto culturale”, che riconosca che ci sono diverse culture, ed è un lavoro di tutti.