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Monsignor Trevisi racconta Trieste. Settimana Sociale, giovani e il sogno di una chiesa sinodale

Intervista di ACI stampa a Monsignor Enrico Trevisi, Vescovo di Trieste

Monsignor Enrico Trevisi |  | Daniel Ibanez / ACI group
Monsignor Enrico Trevisi | | Daniel Ibanez / ACI group
Monsignor Enrico Trevisi |  | Daniel Ibanez / ACI Group
Monsignor Enrico Trevisi | | Daniel Ibanez / ACI Group

Monsignor Enrico Trevisi, questi giorni appena trascorsi, nella "sua" Trieste, ha accompagnato tutti coloro che hanno partecipato attivamente alla Settimana Sociale dei Cattolici. Il Vescovo di Trieste ha fatto "il padrone di casa", in prima linea, nei dibattiti, nell'organizzazione, nei progetti futuri, con il sorriso accogliente tipico degli abitanti di Trieste che sono abituati a incontrare persone di ogni lingua e cultura. ACI Stampa ha raggiunto Monsignor Trevisi al Centro Congressi di Trieste e gli ha chiesto cosa resterà di questa 50esima Settimana Sociale dei Cattolici e quali sono le iniziative future, il giorno dopo la storica visita di Papa Francesco nella città cosmopolita per eccellenza:


Monsignor Trevisi come ha visto la città di Trieste in questa "settimana speciale"? Come continuerà questo evento anche alla fine?


C'è stato un grande entusiasmo e ho visto che anche varie persone, anche quelli che magari non sono della comunità cattolica e sono di altre religioni hanno avuto molta curiosità su questa cosa. Per la prima volta una settimana sociale che ha coinvolto davvero la città. Non soltanto la città che ospita un evento in un centro congressi, ma ci sono state manifestazioni, tavole rotonde nelle piazze, per cui è stata data la possibilità anche di intervenire, di fare domande, di dissentire e questo secondo me è stato certamente bello. Poi i risultati... quello che succederà questo non lo so, il desiderio però è quello, visto che abbiamo avuto il privilegio di avere anche delegati in forma maggiore rispetto alle altre diocesi, di ritrovarci in settembre. Abbiamo già pensato che andremo tre giorni insieme per riprendere e provare a domandarci come rilanciare il tema della partecipazione, della democrazia che diciamo in qualche modo è anche connesso con quello più ecclesiale della sinodalità, come rilanciare con tutto quello che qui si è lavorato.


Monsignor Trevisi come si può essere cattolici e democratici ? È un valore importante quello della democrazia per un cattolico?


Allora se noi guardiamo la storia della Chiesa e della dottrina sociale della Chiesa è evidente che ci accorgiamo di come la democrazia abbia avuto un'accoglienza disparata e con un cammino evolutivo, perché in qualche modo all'inizio era anche un riconoscere che la maggioranza governa, ma la maggioranza si può anche aggregare sull'errore, anche sul male. Quello che invece poi l'evoluzione a partire da Pio XII, soprattutto da Pio XII in poi, e visto anche quello che è successo con le dittature, sì la scelta della democrazia evidentemente è in connessione anche con dei valori forti. A me piace dire: ma certo che è possibile, proprio la mia identità di cristiano di cattolico mi porta a voler partecipare, dare il mio contributo insieme a tutti gli altri e anche riconoscendo che Dio scrive tante cose belle anche nel cuore degli altri, che magari per adesso non sono cristiani. Forse anche perché non siamo riusciti ad annunciare in modo sufficientemente gioioso la bellezza del Vangelo, per cui c'è un cammino fatto anche insieme agli altri. Non possiamo far mancare il nostro contributo. Questa via a volte è un po difficile. Possono esserci degli errori? Sì, ma allora anche in tutte le altre forme di governo, anzi abbiamo visto le autocrazie e le dittature quanto male stanno facendo, privando della libertà i cittadini e la società civile e anche la Chiesa.

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Poco fa qui a Trieste, nel Centro Congressi, abbiamo conosciuto il Progetto Policoro, un progetto che aiuta i ragazzi soprattutto del Sud a trovare lavoro. Che consiglio vuole dare ai giovani che si affacciano alla politica e vogliono contribuire all'attivismo e alla partecipazione?


Io penso che i giovani vadano incoraggiati a provare a fare qualche esperienza anche in connessione con un fare come il Progetto Policoro, ci sono delle esperienze nelle quali ci si mette un po in gioco. Certamente oggi ci troviamo un po in difficoltà e io sono ormai di una generazione passata dove quando eravamo giovani era più facile fare un po di volontariato. Oggi c'è un mondo con una cultura, una pandemia individualistica per la quale si è molto ripiegati sulle prestazioni da dare dalla scuola al lavoro, piuttosto che su un benessere individuale. Per cui anche il gruppo, con tutte anche le difficoltà e le patologie che potrebbe avere anche un gruppo, però che ti portava a ad allacciare delle relazioni e dei legami con gli altri che ti formavano anche un pò nella tua identità. Oggi tante volte vediamo solitudini, vediamo fragilità anche per una società che ti chiede delle performances, che ti chiede dei risultati, che ti chiede tutto subito, che ti chiede di essere sempre all'altezza. Per cui non accettare la fatica, il fallimento, perché la società tecnologica ha tolto le fatiche, schiacci il pulsante e ti si accende subito tutto. Questo però in qualche modo rende più fragili perché non allena a cercare, non allena ad esercitarsi. Faccio un piccolo esempio che mi coinvolge... sono qui in una nuova città io la giro tutta sempre, ma perché? Perché c'è il navigatore. Quand'ero giovane invece c'era la fatica del fermarsi, chiedere la strada. C'era anche un pochino l'ansia del farsi lo schemino delle strade per ricordarsi dove dovevo girare, con quali segni e così via. Tutti allenamenti che non abbiamo più, ma però nelle relazioni e nella vita l'ansia sta tornando in modo preponderante. L'abbiamo semplificata con la tecnologia, ma non ci stiamo più allenando a gestire l'ansia delle relazioni e l'ansia di un futuro che non è tutto sotto controllo. Perché un giovane che affronta la vita è ripiegato su questa ansia della performance che lo sta divorando.

Cosa possiamo fare?


Come cultura dobbiamo imparare ad aiutarli. Per esempio anche semplicemente che se uno finisce l'università sia pagato subito senza stage di sfruttamento enormi che rendono più fragili, disumani, rendono meno autonomi... Ecco, io penso che allora per i giovani dobbiamo creare le condizioni perché possano buttarsi dentro alla vita e partecipare anche ritrovando la gioia di un noi che va educata e anche con le sue fatiche, perché quando c'è un gruppo, quando c'è un noi, questo lo si è detto nella Settimana sociale...questa cura del gruppo, che ha bisogno di processi e non semplicemente di organizzazione perché ha bisogno di persone che sanno anche reggere le relazioni.


Lei "governa" la la Diocesi di Trieste. Che obiettivi avete? Avete in mente delle nuove iniziative che ci volete raccontare?


Sì, allora il desiderio è quello che con tutta la Chiesa di Trieste vogliamo procedere sul versante ecclesiale della cosiddetta sinodalità, che vuol dire una partecipazione più condivisa a tutti i livelli. Dobbiamo imparare, per cui su questo proveremo a esercitarci a trovare le modalità. Poi certamente lavoreremo sull'ambito della fragilità, della vulnerabilità di tante persone. Ho parlato dei giovani, ma siamo anche una città con tantissimi anziani e disabili per cui vogliamo essere più vicini alle persone, anche con esempi bellissimi, perché anche per la visita del Papa i primi che si sono mossi sono stati degli anziani nelle case di riposo, che spontaneamente sono messi a scrivere, a fare. Per cui voglio dire abbiamo davvero da imparare nel fermarci a rimetterli dentro la partecipazione. E un altro ambito, il carcere, le persone con disabilità Poi le famiglie ferite, chiamiamole così, le coppie separate, i divorziati... c'è un accompagnamento per loro che è già iniziato anche in tante altre chiese e che anche qui a Trieste con decisione vogliamo aiutare. Perchè ci sta chi vuole rimettersi in gioco nella fede e tutti devono sapere che in ogni caso hanno il loro posto nella Chiesa. E un altro ambito che mi sta a cuore è che siamo qui, su una terra di frontiera, una chiesa di lingua italiana, di lingua slovena, con una presenza di molte chiese ortodosse e di altre confessioni cristiane.

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Cosa significherebbe questo per Lei?

Mi piacerebbe riconoscere che anche nelle differenze può esserci una famiglia, perchè i figli sono uno diverso dall'altro, quasi ci si vuole omologare, ma nelle differenze riconosciamo anche che ci può essere una chiamata di Dio e questo anche con i paesi vicini, i Balcani. Ho un sogno: realizzare un pellegrinaggio andando a Sarajevo a Belgrado, incontrare altre chiese ortodosse, la comunità musulmana. Questi Paesi vicini vicinissimi ci hanno lasciato tanti pezzi di storia.