Città del Vaticano , martedì, 13. gennaio, 2026 14:00 (ACI Stampa).
Con due ordinanze – una molto breve, l’altra articolata in otto pagine – la Corte di Cassazione vaticana ha chiuso le questioni ancora aperte relative al processo di appello sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Il processo continua, e può continuare solo bene per le difese, perché è inammissibile il ricorso del promotore di giustizia vaticano, e dunque gli unici ricorsi in appello su cui si sta ragionando sono quelli che prevedono al limite una mitigazione delle pene, se non una completa assoluzione. Nel frattempo, lo stesso Promotore di Giustizia Alessandro Diddi ha deciso di astenersi dal processo, uscendo di scena proprio quando probabilmente molto di ciò che era avvenuto in primo grado sarebbe stato considerato inaccettabile nel secondo.
Si chiude, così, una prima fase concitata del processo di appello. Un processo che nasceva con un diverso Papa regnante (Papa Francesco, che pure era intervenuto con quattro rescripta cambiando le regole in corso d’opera, è morto, e il nuovo Papa, Leone XIV, ha dimostrato di voler lasciare alla giustizia fare il suo corso), e dunque in un contesto già diverso.
Questo nuovo contesto era stato certificato sin dall’inizio del processo di appello, e in particolare dalle decisioni della corte presieduta da monsignor Alejandro Arellano Padilla. In un alternarsi di colpi di scena, la prima fase del processo di appello si era fermata di fronte a tre richieste: la richiesta di ricusazione del promotore di Giustizia Alessandro Diddi da parte delle difese, a seguito di una serie di intercettazioni (già tra l’altro manifestatesi durante il processo di primo grado) che mostravano come lo stesso promotore di Giustizia fosse stato a contatto con alcuni “attori interessati” del processo; la richiesta di inammissibilità del ricorso in appello dello stesso ufficio del Promotore di Giustizia, che non aveva seguito la procedura né rispettato i termini; e, per contraltare, la risposta dell’ufficio del Promotore di Giustizia, che era arrivato (Diddi già allontanatosi comunque dalle aule processuali) a chiedere di ricusare il tribunale di appello.
Prima di esplorare le scelte, vale la pena ricordare cosa riguarda il processo, e quali sono state le condanne in primo grado. Si parla di “processo Becciu”, in maniera improprio, perché tra gli imputati c’è il cardinale Angelo Becciu, il primo porporato ad essere giudicato da un tribunale civile, per una decisione di Papa Francesco. Quello del cardinale Becciu è il caso finito più sotto i riflettori, non fosse altro perché il Papa ha persino deciso di “sospendere” la sua dignità cardinalizia, invitandolo poi comunque a concistori e celebrazioni, ma facendo anche sapere di non volere che partecipasse al Conclave – e il cardinale, alla fine, ha fatto un passo indietro.
Le accuse per Becciu sono soprattutto quelle di peculato, ma il suo nome compare anche nella fase embrionale del troncone centrale del processo, ovvero l’investimento della Segreteria di Stato in un immobile di lusso a Sloane Avenue, a Londra. La Santa Sede, con un’operazione non nuova al suo ramo finanziaria (ce n’è, ad esempio, una analoga a Parigi operata dall’APSA e presente in uno dei bilanci dell’Amministrazione diffusi negli scorsi anni) aveva deciso di acquistare e ristrutturare per poi rivendere il palazzo. Si è affidata prima a Raffaele Mincione, che viene genericamente definito broker ma che preferisce essere definito un imprenditore, o al limite uomo di affari, e poi ha spostato la gestione delle quote al broker Gianluigi Torzi. La Santa Sede aveva poi ripreso il controllo dell’immobile, lamentando al processo che sia Mincione che Torzi fossero stati in combutta per estorcere denaro alla Santa Sede.




