L'anno di Giovanni Paolo II, a nessuno è lecito, davanti alla Shoà, passare oltre

Dalla visita del Papa ad Auschwitz alla purificazione della memoria

Giovanni Paolo II ad Auschwitz nel 1979
Foto: auschwitz.org
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“Si sa che molte volte mi sono trovato qui... Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa”.

La voce di Giovanni Paolo II quel 7 giugno del 1979 è forte, ancora giovanile e netta.

A pochi passi dal campo di concentramento celebra la Santa Messa e l’omelia è un grido, una condanna, un filo rosso di ricordi.

Lui da polacco la ferita della shoa, dell’olocausto c’è l’ha ancora nella carne. I suoi amici sono stati deportati, e la storia della Polonia è stata stravolta dal nazismo.  "Auschwitz è un tale conto con la coscienza dell’umanità attraverso le lapidi che testimoniano le vittime di questi popoli che non lo si può soltanto visitare, ma bisogna anche pensare con paura a questa che fu una delle frontiere dell’odio”.

Un odio a cui si oppone la storia, il diritto : “E non soltanto il diritto vi si oppone, ma anche e, soprattutto, l’amore. Quell’amore del prossimo nel quale si manifesta e si traduce l’amore di Dio che il Cristo ha proclamato come il suo comandamento. Ma è anche il comandamento che ogni uomo porta scritto nel suo cuore, scolpito dal suo stesso Creatore”.

La voce forte di un pontefice non ancora sessantenne si leva a nome di tutti: “ Parlo infatti non solo in considerazione di coloro che in numero di quattro milioni di vittime morirono su questo enorme campo; parlo a nome di tutte le Nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati. Lo dico perché a ciò mi spingono la sollecitudine per  la verità e per l’uomo, presenti in tutti noi.

Pertanto chiedo a tutti coloro che mi ascoltano di concentrarsi e di concentrare tutte le forze impegnandosi a favore  dell’uomo. Chiedo a tutti coloro che mi ascoltano con la fede in Gesù Cristo di raccogliersi in preghiera per la pace e la riconciliazione”.

L’impegno del Papa polacco per il dialogo tra ebrei e cristiani è una linea che attraversa tutto il pontificato, ma non solo, il testo voluto dal Papa sulla shoa, “ Noi ricordiamo” dimostra che non è solo un impegno personale, c’è di più.

Nel 1997 il Papa promuove un incontro di studio sulle Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano. Perché sia chiaro che la purificazione deve avvenire anche da parte dei cristiani:

“In effetti, nel mondo cristiano - non dico da parte della Chiesa in quanto tale - interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo. Esse hanno contribuito a sopire molte coscienze, di modo che, quando è dilagata in Europa l'ondata delle persecuzioni ispirate da un antisemitismo pagano che, nella sua essenza, era anche anticristiano, accanto a quei cristiani che hanno fatto tutto il possibile per salvare i perseguitati anche a rischio della propria vita, la resistenza spirituale di molti non è stata quella che l'umanità aveva il diritto di attendersi da parte di discepoli di Cristo. Il vostro sguardo lucido sul passato, in vista di una purificazione della memoria, è particolarmente opportuno per mostrare in modo chiaro che l'antisemitismo non ha alcuna giustificazione ed è assolutamente deprecabile.(…)

Il razzismo è dunque una negazione dell'identità più profonda dell'essere umano, che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Al male morale di qualsiasi genocidio si aggiunge, con la shoah, il male di un odio che mette in discussione il piano salvifico di Dio sulla Storia. Attraverso questo odio, la stessa Chiesa viene direttamente presa di mira”.

La sua voce non è più forte nel 2005, anzi praticamente il Papa non parla più, ma il messaggio che firma il 27 gennaio per i 60 anni della liberazione dei campi di Auschwitz dimostra il cammino che il Papa ha fatto fare alla Chiesa e  al mondo. Un cammino che arriva alla condanna dei nuovi genocidi.

A nessuno è lecito, davanti alla tragedia della Shoà, passare oltre. Quel tentativo di distruggere in modo programmato tutto un popolo si stende come un'ombra sull'Europa e sul mondo intero; è un crimine che macchia per sempre la storia dell'umanità. Valga questo, almeno oggi e per il futuro, come un monito: non si deve cedere di fronte alle ideologie che giustificano la possibilità di calpestare la dignità umana sulla base della diversità di razza, di colore della pelle, di lingua o di religione. Rivolgo il presente appello a tutti, e particolarmente a coloro che nel nome della religione ricorrono alla sopraffazione e al terrorismo”.

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