A Rieti il vescovo Pompili dice: noi siamo impegnati a nascere

Il vescovo di Rieti Domenico Pompili
Foto: Diocesi di Rieti
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Ha preso le mosse da un richiamo alla multidimensionalità dell’umano il ‘Discorso alla Città’ che il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, ha pronunciato durante la celebrazione dei primi vespri della II domenica di Avvento per la festa di santa Barbara, alla presenza dei rappresentanti delle principali realtà civili, economiche e sociali del territorio diocesano.

Rifacendosi al monito di Marcuse a guardarsi dall’uomo ‘a una dimensione’, mons. Pompili ha insistito sull’esigenza di recuperare la ‘ricchezza dell’umano’: “Quel che avviene nel microcosmo che è l’uomo, si riproduce nel macrocosmo della società. Il che rappresenta un ostacolo che pare insormontabile a chi come noi deve affrontare gli effetti di un terremoto persistente. La crisi che si è prodotta sul nostro territorio dopo il 24 agosto con il suo incalcolabile lascito di lutti e dopo il 30 ottobre con l’infiacchimento psicologico anche dei più resilienti, non può essere affrontata ‘a una dimensione’”.

Per far fronte a tutto questo non può bastare “un approccio solo economico e materiale, come non è sufficiente un approccio solo culturale e psicologico e neanche un approccio semplicemente spirituale e religioso. Occorre tenere insieme queste tre dimensioni. L’una sostiene l’altra, l’una dà consistenza all’altra. Dipenderà dalla capacità di mantenere questo dinamico e fecondo intreccio se la ricostruzione resterà una promessa inadempiuta o metterà invece in movimento un processo capace di dare frutti nel lungo periodo”.

Parlando delle ‘ferite’ causate dal sisma il vescovo di Rieti ha invitato il popolo a non cedere allo sconforto: “Peraltro il retro-pensiero di tanti è che il Friuli, l’Irpinia, l’Umbria, l’Aquila e l’Emilia sono ancora cantieri aperti, pur con mille distinguo. Ciò significa che c’è gente che a distanza di decenni ancora subisce sulla propria pelle gli  effetti  del terremoto. Solo se si ritrova uno spirito che sa immaginare altro rispetto alle macerie, che sa collocare questo momento in un tempo e in un senso diverso da quello dell’emergenza si possono affrontare le difficoltà e i ritardi.

Paradossalmente, essere in ginocchio apre una visuale diversa e più libera per fare quel salto di qualità necessario a immaginare un altro modello di sviluppo”. Solo riscoprendo il ‘genius loci’ è possibile la rinascita: “Ma senza lo spirito che va oltre i dati materiali non si fa nessun passo avanti. Se gli abitanti di Accumoli e di Amatrice, ma anche dei paesi e delle città del cratere non saranno capaci di andare al di là di quello che vedono oggi, sarà impossibile ricominciare a vivere. Quando nella storia dei popoli tutto è distrutto, solo chi ha uno sguardo spirituale sa incoraggiare a non arrendersi. Perché quello che oggi sembra impossibile torni alla nostra portata. Un realismo diverso ci è richiesto oggi. Il realismo della speranza che nel ‘non più’ riesce a vedere un ‘non ancora’, e a renderlo possibile”.

Lo spirito, l’anima e il corpo delle zone terremotate si configurano dunque come l’  ‘intero che non può e non deve essere ridotto, mortificato, mutilato’: “La dimensione dell’anima, il soffio che rende vivi e mette in relazione, è altrettanto fondamentale  per  riprendere  a  costruire  insieme. Le ferite restano e per cicatrizzarsi ci vuole tempo. Ma guariranno più in fretta, senza  riaprirsi alla prima difficoltà, se riusciremo a condividere anziché isolarci. Se non si riesce a garantire una  prossimità che lenisca il dolore e che sostenga nel tragico momento del risveglio dall’incubo, non si potrà far ripartire la vita.

La nostra gente è avvezza alla fatica e alle salite, non teme il freddo pungente e non si arrende di fronte al terreno incolto, ma ha bisogno di non dividersi e di non combattere su fronti contrapposti. Per questo la ricostruzione richiede un processo comunitario che sappia essere inclusivo e che si prenda cura prima di tutto delle relazioni, allestendo luoghi e dedicando tempi per far ricrescere la coesione e l’entusiasmo della comunità”. Però la dimensione spirituale ha bisogno delle dimensioni materiale ed economica e mons. Pompili ha citato come esempio la ricostruzione della cupola della cattedrale di Noto, che ha consentito di creare nuove opportunità di lavoro: “Vuol dire che l’economia riparte più forte se si dà seguito alla vocazione, magari ancora inespressa, di un territorio.

Nel nostro caso il turismo e l’agroalimentare sono le frecce nell’arco da potenziare insieme. Questa crosta di terra spaccata può liberare energie che nella routine di una normalità tranquilla e un po’ sonnacchiosa erano rimaste intrappolate. Spirito, anima e corpo. Non l’uno contro l’altro. Né l’uno senza l’altro. L’uomo è un essere insieme composito e semplice. È un intero che non può e non deve essere ridotto, mortificato, mutilato. Restiamo interi, anche se impoveriti. Con i piedi ben saldi su una terra che, benché ferita, ha tanto da dire al mondo. E con gli occhi capaci di vedere che anche le macerie sono impastate di cielo. E’ questa la nostra ricchezza… Noi siamo impegnati a nascere”.

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