Al Meeting, il collirio della misericordia secondo Zuppi

L'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi al Meeting
Foto: Meetingrimini.org
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Anche il Meeting dell’Amicizia tra i popoli ha accolto con dolore la tragedia del terremoto che ha colpito il Centro Italia, distruggendo interi paesi e causando molti morti; in apertura dei suoi incontri ha pregato per le vittime e le loro famiglie con un momento di silenzio e raccoglimento in tutte le sale per le vittime del terremoto che durante la notte ha sconvolto il Centro Italia, invitando i partecipanti ad aderire alla proposta della CEI alla colletta nazionale che si svolgerà nelle chiese italiane domenica 18 settembre in favore delle popolazioni colpite dal sisma.

La giornata è stata caratterizzata dall’intervento del vescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi, già assistente spirituale di Sant’Egidio, che ha tratteggiato il cammino della Chiesa italiana dopo il convegno di Firenze alla luce delle parole di papa Francesco ai vescovi sul bene comune: “Non esiste un bene cattolico, perché il bene comune è di tutti, e dobbiamo cercarlo insieme agli altri, anche ai musulmani.

La misericordia è la vera rivoluzione. A patto che non sia declinata al ribasso… Sembra quasi una parola ingenua, e lo sarebbe, se non comprendessimo che la troviamo solo guardando il mondo e gli uomini con gli occhi della misericordia”. Mons. Zuppi ha incentrato il suo discorso sul titolo del Meeting: “Senza il tu restiamo prigionieri dell’io, diventiamo preda del relativismo pratico che diventa idolatria. Crediamo di essere padroni di noi stessi riducendoci a un’isola e cancellando il trascendente”. 

Poi l’arcivescovo, inframezzando la cucina romana con battute acute, ha offerto un’immagine della misericordia come un collirio che permette di vedere bene la realtà, perché libera dalla diffidenza, dalla tentazione di fermarci alla pagliuzza e permette il rapporto con un tu reale per scoprire che porta con sé un bene.  Subito dopo il vescovo ha affrontato la questione della ricostruzione morale e sociale in un’epoca in cui i responsabili della distruzione non sono ben chiari: “Ci hanno rubato la speranza di credere nel bene…

La Chiesa deve esercitare il proprio ruolo per esercitare la ricostruzione: è necessario che i cristiani non si accontentino di una misericordia al ribasso, devono ritrovare il volto di Cristo in tutta la sua intensità. La Chiesa è una madre che aspetta davanti alla porta i suoi figli… Dobbiamo accettare la sfida della ricostruzione, come 70 anni fa, perché tanto bene comune è stato distrutto, a iniziare dalla speranza, e la responsabilità di queste macerie sono tante: dissennatezza, ignavia, indifferenza, presunzione e furto, non solo di soldi ma anche di speranza”. Quindi la strada da seguire per i cristiani è ben tracciata: “La vera questione non è una disciplina interna o un metodo da acquisire, ma la commozione di Gesù di fronte alle folle. Quando avvertiamo questo sentimento di fronte alle tante domande, alle difficoltà, alla confusione in cui vivono i nostri fratelli, troviamo la motivazione che ci serve per scegliere la via della misericordia. Non è qualcosa che sperimentiamo in laboratorio, si tratta di guardare con gli occhi della misericordia”.

La misericordia, secondo il vescovo di Bologna, non significa affatto discorsi raffinati, bensì necessita di una seria preparazione: “Siamo tentati di affidare l’efficacia della testimonianza a discorsi teologici perfetti invece di metterci con simpatia in cammino con l’altro; ma chi di noi ha fatto l’incontro con un discorso teologico? Noi in quel momento abbiamo solo capito che avevamo di fronte qualcuno che ci voleva bene”. Riprendendo i temi del convegno di Firenze, l’arcivescovo ha declinato il tema della misericordia secondo l’accezione data dalla poetessa e mistica francese Madeleine Delbrêl, che scrisse che occorreva una ‘misericordia rivoluzionaria’: i cristiani non devono ridursi ad essere medici, infermieri o operatori sociali; devono rifiutare la misericordia del giusto mezzo, da burocrati: “La chiesa è come una madre ansiosa alla porta di un ospedale dove degli estranei curano i suoi figli”.

Sul finire del suo intervento l’arcivescovo di Bologna ha offerto una rilettura delle tre virtù indicate da papa Francesco nell’intervento a Firenze: “L’umiltà è saper non ridurre il Vangelo a una lezione; esso è il primo sole dell’amore; il disinteresse permette di far capire senza dire nulla mentre la beatitudine è quella gioia generata dalla coscienza di aver trovato un tu… Io vedo nel Meeting un attuazione delle indicazioni del convegno di Firenze. Per questo sono grato di essere stato con voi”. Eppoi ha rievocato l’intervento del 1998 di don Giussani di fronte a san Giovanni Paolo II nell’incontro con i movimenti: “Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”.

La conclusione del suo intervento ha riguardato la necessità che i cristiani diano una scossa al loro agire, senza perdersi in contrapposizioni tra conservatori e progressisti: “La vicenda della Siria e di Aleppo e dei suoi cristiani ci ammoniscono, ci sfidano a essere più svegli, più forti e uniti per avere una misericordia rivoluzionaria che cambia le cose, lascia un’impronta. La misericordia fa entrare nella storia. Siamo di fronte a una svolta epocale e non possiamo essere mediocri, anche nella Chiesa. La contrapposizione non è tra conservatori e progressisti ma tra la Chiesa prima di pentecoste, chiusa, che non si misura con il mondo, e una Chiesa piena del fuoco dell’amore che la spinge a uscire a parlare tutte le lingue dei cuori degli uomini”. Il tema di una Chiesa in uscita è stato trattato, dal punto di vista storico, anche dal prof. Agostino Giovagnoli, docente di Storia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nell’ultimo incontro dedicato alla Costituzione Italiana, in cui ha delineato il contributo offerto dai cattolici alla sua stesura, che hanno avuto la capacità “di impostare la collaborazione di tutte le forze politiche presenti, come appunto quella liberale minoritaria. E questo è certamente dovuto all’azione della Dc e di una profonda cultura cattolica: l’esigenza di ricostruire il Paese senza spaccarlo, malgrado il fortissimo anticomunismo della Dc. Una collaborazione che continua anche nel ’47 con il monocolore Dc di De Gasperi. L’anteriorità della persona rispetto allo Stato è una proposta cattolica accettata dai comunisti.

Nella prima parte della Costituzione, quella dei principi irriformabili,  c’è una fortissima impronta cristiana. Giorgio La Pira è stato il grande ispiratore dei cattolici della Costituente. La prima parte degli articoli irriformabili si deve a La Pira. Poi ci sono anche Togliatti, Lelio Basso, Dossetti, Moro, De Gasperi (che mise a punto l’articolo sette sul Concordato), ma il sindaco di Firenze fu fondamentale… La società italiana, ferita e orfana di quei diritti,si raccolse intorno al messaggio personalista della Chiesa. Dietro La Pira c’erano tutti i messaggi di Pio XII fatti durante la guerra, come quello del 1944 tutto dedicato alla democrazia. Discorsi che La Pira rielaborò trasformandoli in una proposta costituente”.

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