Aleppo, padre Ibrahim: “Voi ci mandate le bombe, noi vi restituiamo i fiori”

Parrocchia di San Francesco a Ripa
Foto: VG / ACI Stampa
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“Non so se riuscite ad immaginare cosa voglia dire per noi restare qui a sessanti metri dalla linea del fuoco”. Sono le parole di padre Ibrahim Alsabagh, frate francescano e parroco di Aleppo in Siria, che in un libro “Un istante prima dell’alba” racconta come in un diario, giorno dopo giorno, le cronache di guerra, ma anche di speranza di quella “amata e martoriata” Siria, come definita spesso da Papa Francesco nei suoi numerosi appelli di pace.

Cosa possiamo fare concretamente da qui per arginare questa terribile emergenza umanitaria? Il parroco di Aleppo risponde ad ACI Stampa senza pensarci un attimo: “Pregare! Perché Aleppo ormai è come la città della morte e non della vita.  Abbiamo bisogno di tutto: di acqua, di elettricità, di medicinali, di personale medico, ma sempre della preghiera".

Il racconto di Fra Ibrahim è quasi impressionante. La seconda città della Siria, che fino a quasi quattro anni fa contava complessivamente circa 4 milioni di abitanti, oggi è occupata per metà dall’esercito regolare siriano e per l’altra metà da gruppi armati di miliziani jihadisti provenienti da decine di paesi del mondo che reclamano la costruzione dello Stato islamico, il Califfato.

La chiesa parrocchiale latina di San Francesco d’Assisi e il convento dei frati francescani della Custodia di Terra Santa si trovano a sessanta metri dai miliziani che lanciano razzi e bombole di gas ogni giorno, anche sulla chiesa.

Continua fra Ibrahim: “L’80% delle persone in Siria è senza lavoro, il 92% delle famiglie è sotto la soglia della povertà. E ogni giorno si pensa solo a scampare alla morte. Siamo nel dramma di un popolo che vive in agonia. Ad oggi più di 300mila morti e oltre 6 milioni i profughi e gli sfollati. Missili e bombe cadono dappertutto. I bambini ne risentono di più. Hanno gravi problemi psicologici, moltissimi, come sappiamo, muoiono sotto le bombe".

“Ma mentre ad Aleppo il cielo piange e tutto sembra assurdo – scrive Fra Ibrahim nel suo libro – la speranza e la creatività non muoiono. E tutti attendono una nuova alba”.

E un colore di questa nuova alba è proprio raccontato in questo libro, donato dall’attività intensa dei frati francescani che operano senza sosta contro questa grande emergenza umanitaria siriana. Padre Ibrahim li elenca durante la conferenza stampa al Teatro San Francesco a Ripa, a Roma.

Sono 23 i progetti da loro portati avanti, dai più banali ai più essenziali: la distribuzione di acqua potabile e pacchi alimentari con un camioncino, l’assistenza spirituale e psicologica, la ricostruzione con alcuni ingegneri e architetti delle abitazioni, il sostegno degli studi universitari e le rette scolastiche di tanti bambini. Per dare un segno di speranza. Per supportare con gesti concreti la martoriata popolazione.

“Talvolta, pensando a me stesso – confida fra Ibrahim – dentro di me rido, perché amante dei libri e di alti studi teologici, mi trovo ad Aleppo a fare il vigile del fuoco, l’infermiere, il badante e, da ultimo, il sacerdote”.

La comunità francescana, insieme al padre custode di Terra Santa, presenti ad Aleppo, si rivolgono alla coscienza di tutti ma soprattutto a quella della comunità internazionale: “Chiediamo a tutte le forze in campo – scrivono in un comunicato – e a tutti coloro che hanno responsabilità politiche di mettere al primo posto il bene della popolazione inerme della Siria e in particolare di Aleppo, di far immediatamente tacere le armi e di porre fine all’odio e a qualsiasi tipo di violenza, in modo tale che si possa davvero trovare e percorrere la via della pace, della riconciliazione e del perdono”.

Dal volto di fra Ibrahim si intravedono le stanchezze, ma anche le certezza della Provvidenza e dei “miracoli”: “Ora nella chiesa abbiamo un vento bellissimo, dopo la caduta della bomba inesplosa sulla cupola di San Francesco…Hanno ritrovato sul tetto la coda della bomba e l’hanno portata all’altare durante la messa con i fiori all’interno. Voi ci mandate le bombe, noi vi restituiamo i fiori”

 

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