Armida Barelli, la beata che segnò un nuovo cammino per le donne cattoliche

Emanuela Gitto vicepresidente nazionale per il settore Giovani dell’Azione Cattolica Italiana ci racconta la nuova beata

Armida Barelli con Pio XII e la Giunta direttiva dell' UC, aprile 1947
Foto: Azione Cattolica
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“La sua vicenda esistenziale, ecclesiale e associativa, particolarmente intensa, presenta aspetti per certi versi unici: una radicale scelta di fede vissuta dentro la modernità del Novecento, insieme a un profondo rapporto con la Chiesa fatto di corresponsabilità e di obbedienza. Va ricordato in particolare il rapporto con i tre Pontefici che si sono succeduti durante la sua stagione di responsabilità: Papa Benedetto XV, che le affida il primo mandato, Pio XI, che per lunghi anni ne sostiene personalmente lo sforzo organizzativo, e papa Pio XII, che le conferma fiducia nei drammatici anni della guerra e della ricostruzione...

Con la sua opera ha contribuito in maniera decisiva alla promozione delle giovani donne cristiane nella prima metà del Novecento, al processo di integrazione tra Nord e Sud, estendendo la sua azione anche in campo internazionale. Un lavoro che ha saputo coniugare fiducia in Dio e concreta efficienza organizzativa, fedeltà non prona ma ‘in piedi’ alla Chiesa e ai suoi pastori, frutto della consapevolezza del contributo delle donne laiche nella Chiesa e della determinata convinzione circa la funzione decisiva dell’associazionismo organizzato, strutturato sul piano nazionale e articolato a livello locale”.

Partiamo dalla prefazione di papa Francesco al libro del prof. Ernesto Preziosi, ‘La zingara del buon Dio, biografia di Armida Barelli’, per un colloquio con Emanuela Gitto vicepresidente nazionale per il settore Giovani dell’Azione Cattolica Italiana e componente dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’: “Ancora oggi la croce e la spilla di Armida non sono solo gioielli, ma rappresentano quello stile associativo di fraternità e amicizia che caratterizza la nostra associazione”.

Cosa significava per Armida Barelli prendersi cura?

“Per Armida Barelli il prendersi cura voleva dire essere impegnati nel servizio. Tutta la sua vita fu pervasa da questo impegno rivolto ai più deboli ed a formare le coscienze laicali. Poi per lei cura voleva dire innanzitutto cura spirituale. Quando iniziò il suo servizio nella gioventù cattolica femminile milanese molte attività iniziali furono dedicate alla formazione spirituale. E’ importante sottolinearlo, perché il suo percorso iniziava con un affidamento al Sacro Cuore, a cui lei era molto devota. Iniziando dalla cura spirituale lei trovava la forza per alimentare il servizio verso gli altri. Oggi la sua traduzione di cura ci sprona nelle nostre attività: nell’Azione Cattolica tutta parte dalla vita spirituale dei soci, affinchè possano essere lievito nel mondo: la cura spirituale va di pari passo con il servizio; come direbbe papa Francesco occorre essere ‘discepoli missionari’. Questa cura in Armida Barelli è molto evidente ed attuale ancora oggi”.

 

Quale contributo ha offerto al laicato cattolico?

“Armida Barelli ha dato un contributo molto importante al laicato cattolico, soprattutto attraverso la diffusione della Gioventù Femminile nel territorio italiano: la sua azione fu poliedrica con un impegno su più ambiti come nel campo culturale attraverso la promozione delle riviste cattoliche (‘Vita e Pensiero’); ha coofondato l’Università Cattolica. Il suo contributo fu quello di formare un’organizzazione che capillarmente poteva arrivare in tutte le parrocchie italiane con i soci laici direttamente responsabili. La Barelli traccia una consapevolezza attiva del laico e della laica nella vita della Chiesa e della società. Questa presa di coscienza partiva dalla cura della vita spirituale, però aveva un risvolto concreto nell’impegno sociale. Il contributo fu questo: una formazione del laicato, che vivesse la propria fede nel mondo. Basti pensare al tempo storico, in cui visse, che fu pieno di trasformazioni socio-politiche. In queste trasformazioni sociali lei lanciò il messaggio di un laicato capace di contribuire al rinnovamento della società”.

 

E quale è stato il suo contributo per l’emancipazione della donna?

“Nel momento storico in cui lei visse, le donne iniziavano a fare ‘capolino’ nella vita sociale italiana mentre gli uomini erano a combattere al ‘fronte’. Il ‘lavoro’, di cui ella si fece promotrice, va nella direzione di donne che sono chiamate ad avere un ruolo attivo: attraverso la Gioventù femminile creò una generazione di donne responsabili con una creazione di relazioni di ‘rete’ di donne, che vivevano il proprio servizio di donne impegnate nel mondo. E’ importante ricordare un episodio che diede ad Armida la risposta per impegnarsi, raccontatole da un sacerdote nel 1917. In una scuola media una professoressa aveva denigrato chi frequentava la messa ed i  ragazzi dell’Azione Cattolica difesero coloro che andavano a messa, mentre le ragazze rimasero in silenzio. Fu questo l’episodio che la fece pensare molto sul motivo per cui le ragazze hanno taciuto. Da questo episodio nasce il percorso di formazione spirituale per un impegno nella società”.

 

Quale eredità Armida Barelli ha tramandato?

“L’eredità lasciataci da Armida è molto importante. Prima di tutto è un’eredità che ci dice l’importanza della devozione: la testimonianza più grande furono la sua fede e la sua capacità di affidarsi, in un tempo ricco di trasformazioni epocali, a Dio. Dalle sue lettere traspare la freschezza del suo rapporto con Dio e del suo affidamento al Sacro Cuore. Questa è la più importante eredità che ci lascia. L’altra eredità è l’aspetto organizzativo, attraverso il suo carattere pragmatico: la sua energia stupisce ancora oggi, perché organizzava in modo capillare tutte le attività, di cui si fece promotrice. Avviò molti processi, che ancora oggi continuano. L’Azione Cattolica Italiana continua sulle sue orme, certi che l’eredità è impegnativa, però ci lasciamo guidare dal suo modo di affidarsi a Dio”.

 

Allora quale è il compito principale per le donne di Azione Cattolica?

“Camminare insieme a tutti i giovani e le giovani d’Italia, condividendo le stesse domande e la ricerca costante che accompagna il percorso inquieto della fede: uno stile di responsabilità valido ieri e oggi, che ci fa comprendere meglio la scelta di Armida nel farsi chiamare ‘Sorella maggiore’ dalle giovani socie della Gioventù femminile. Armida voleva che le giovani donne della Gioventù femminile di Azione cattolica vivessero l’impegno nella società, a noi il compito di portare avanti il suo impegno e di condividere la sua testimonianza, perché se una cosa è impossibile, ‘allora si farà!’ Le sfide del tempo presente consegnano a noi giovani alte aspettative sul nostro ruolo nella società, nello studio e nel lavoro. Se Armida incontrasse oggi tutte le giovani e tutti i giovani d’Italia, continuerebbe a dirci che se ci affidiamo al Signore nulla è impossibile: l’affidamento di cui la sua storia continua a parlarci non è un affidamento che delega, ma un affidamento che dà vigore e rinnovato slancio alla speranza ed all’azione”. 

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