Belgio, il Cardinale de Kesel: "La secolarizzazione è una sfida"

Il Cardinale de Kesel durante una pausa dei lavori della plenaria del CCEE a Minsk, 28 settembre 2017
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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La secolarizzazione come problema, ma anche come sfida da affrontare, e da superare con l’evangelizzazione. Il Cardinale Jozef de Kesel, arcivescovo di Bruxelles-Malines, non ha una visione pessimista sulla situazione che si sta vivendo in Europa. Lo ha raccontato ad ACI Stampa a margine della plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee che si è tenuto a Minsk dal 28 settembre all'1 ottobre

Quanto è difficile essere Chiesa in Belgio, uno dei Paesi più secolarizzati al mondo?

Non penso che il Belgio sia in una situazione così drammatica. Il Belgio vive una situazione analoga a quella di Francia, Germania e Nord Europa. Le stesse leggi approvata in Belgio che hanno dato adito alla definizione di “paese più secolarizzato” del mondo sono in realtà uguali a quelle in tutta l’Europa occidentale. Certo, non è una situazione confortevole da vivere. Ma secolarizzazione non vuol dire che tutto va male. Si tratta solo di affrontare un’altra situazione culturale.

Di quale situazione culturale si tratta?

L’Europa è nata dal cristianesimo, e questo è vero e buono. Ma ora l’Europa ha una pluralità di punti di vista, e, al di là di queste situazioni, la Chiesa deve fare la sua missione, come ha fatto in Asia, come ha fatto in Africa. Non sono così d’accordo con l’idea che il mondo secolarizzato è un ostacolo all’evangelizzazione. Si tratta di un’altra situazione culturale. Ma è una situazione che non ci impedisce di evangelizzare.

Quali sono allora le sfide per la Chiesa in Belgio?

Le sfide sono rappresentate dalla necessità di diffondere la fede in Dio in una cultura secolarizzata, e mettere in evidenza che questa sfida è nella cultura stessa. La funzione della Chiesa sta proprio nell’essere in questa cultura. Ripeto, abbiamo conosciuto situazioni più confortevoli, in cu ila fede cristiana era in evidenza nella cultura stessa. Oggi non è più così, ed è quella la sfida.

Ora su cosa state lavorando?

Siamo impegnati a preparare il Sinodo dei giovani. È molto importante far sentire ai giovani una grande sollecitudine, perché i giovani si sentono distanti, e invece devono avere una opportunità di avvicinarsi alla fede. È molto più facile per i giovani scegliere una società che dice loro: siete liberi, potete fare ciò che volete. Ma la vera domanda è: cosa dobbiamo fare? Che cosa dà senso alla mia vita? Io penso che la tradizione religiosa, e in particolare il Vangelo e il Cristianesimo, diano una risposta.

Quali sono le risposte che dobbiamo dare?

Molti giovani si fanno la domanda: “Cosa fare della mia vita?” Lì dobbiamo aiutarli a creare una società più fraterna, più giusta, andando oltre la società di oggi che propone una cultura individualista.

A partire da questa domanda, come vede il futuro dell’Europa?

Il futuro dell’Europa si basa sui valori della civilizzazione che sono basati sulla cultura antica greco-romana, sul Vangelo, sulla tradizione giudeo cristiana che resta il fondamento della cultura. L’avvenire dell’Europa si trova proprio in quei valori, in una libertà che rispetta l’altro. Nell’insieme della comunità mondiale e globalizzata, il mondo ha una vocazione, una grande sfida da affrontare. Dobbiamo continuare il progetto europeo.

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