Cardinale Koch: “Per Benedetto XVI, l’ecumenismo era questione di fede”

Il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani affronta il tema dell’ecumenismo visto dal punto di vista dell’ecclesiologia in Joseph Ratzinger

Il cardinale Koch durante la lezione sull'ecumenismo nell'ecclesiologia di Benedetto XVI, Pontificia Università della Santa Croce, 31 marzo 2022
Foto: christianunity.va
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Per Benedetto XVI, l’ecumenismo era prima di tutto una questione di fede. Ed è proprio per via di questa particolare prospettiva che il dialogo tra le confessioni cristiane ha nel pensiero del Papa emerito una forte matrice ecclesiologica. Lo ha spiegato il Cardinale Kurt Koch, in una relazione sulla “Dimensione ecumenica nell’ecclesiologia di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI”.

Il Cardinale, che ora ha anche il compito di presiedere il nuovo Ratzinger Schuelerkreis, ha parlato il 31 marzo alla giornata di studio su “La Chiesa nell’ecclesiologia di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI” alla Pontificia Università Santa Croce, in occasione della pubblicazione del volume ottavo dell’opera omnia del Papa emerito in lingua italiana.

Il Cardinale Koch sottolinea che Joseph Ratzinger avvertiva “profonde ferite” nelle comunità ecclesiali che non sono in comunione perfetta con Roma, ferite che colpiscono anche la Chiesa cattolica e le impediscono “di realizzare pienamente la sua unità e la sua universalità nella storia”.

Per questo, anche la Chiesa cattolica è “lacerata, come se avesse permanentemente una spina nella carne”.

Per Benedetto XVI, è una questione di fede. Perché il mondo creda, i cristiani devono essere una cosa sola. E per questo, “la preoccupazione basilare dei suoi sforzi ecumenici è quindi rivolta a ciò che unifica”, con la volontà di “ripristinare l’unità della Chiesa come quella comunione che vive nella fedeltà al Vangelo e alla fede apostolica”.

Ed è particolarmente interessante come il Papa emerito risponda alla tendenza di diverse comunità ecclesiali nate dopo la riforma secondo la quale “le diverse Comunità ecclesiali separate dovrebbero intendersi e riconoscersi reciprocamente come Chiese e quindi come parti dell’unica Chiesa di Gesù Cristo”.

La ricerca del ristabilimento dell’unità tra i cristiani divisi – aveva ribadito Benedetto XVI - non può pertanto ridursi ad un riconoscimento delle reciproche differenze ed al conseguimento di una pacifica convivenza: ciò a cui aneliamo è quell’unità per cui Cristo stesso ha pregato e che per sua natura si manifesta nella comunione della fede, dei sacramenti, del ministero.”

Il Cardinale Koch sottolinea dunque che “la visione ecumenica va quindi compresa alla base delle sue convinzioni ecclesiologiche fondamentali”, a partire dal concetto di Chiesa e di Chiese.

Ratzinger concepisce l’obiettivo vero e proprio di tutti gli sforzi ecumenici come la capacità di “trasformare il plurale delle Chiese confessionali separate nel plurale delle chiese locali, che, nella loro diversità, sono realmente una Chiesa indivisa”.

Ma “che lo sforzo ecumenico di Joseph Ratzinger per ripristinare l’unità della Chiesa di Gesù Cristo sia prima di tutto una questione di fede è mostrato soprattutto dal fatto che questo sforzo è profondamente radicato nella fede in Cristo”, perché “l’ecumenismo cristiano significa infatti che i cristiani si lasciano trasportare dentro la preghiera per l’unità di Gesù, che ci è stata tramandata come preghiera sacerdotale di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni”.

In quella preghiera, Benedetto XVI trova fondamentale che Gesù “vada oltre la comunità dei discepoli del suo tempo”, mostrando che l’unità è proprio una preoccupazione fondamentale di Gesù.

Come Gesù non comanda l’unità, ma prega per l’unità, così devono fare i cristiani, convinti che “l’unità non può essere conseguita esclusivamente o primariamente attraverso i loro sforzi: essi non possono forgiarla da soli, né decidere il tempo o la forma in cui si realizzerà”.

Continua il Cardinale Koch: “La centralità della preghiera per l’unità dei cristiani mostra che il lavoro ecumenico è soprattutto un compito spirituale che sta o cade con l’intima partecipazione dei cristiani alla preghiera sacerdotale di Gesù”.

In quella stessa preghiera, Gesù chiede anche l’unità dei discepoli, e per Benedetto XVI questo significa che l’unità della Chiesa è riflesso della Trinità, tanto che “in occasione della pubblicazione della sua prima enciclica Deus caritas est, avvenuta significativamente nel giorno della conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Papa Benedetto XVI ha esortato a “considerare tutto il cammino ecumenico nella luce dell’amore di Dio, dell’Amore che è Dio”.

Solo guardando tutto alla luce dell’amore di Dio, anche le divisioni della Chiesa appaiono superabili.

Quindi, la preghiera sacerdotale di Gesù prevede una missione, che sta a significare che “mediante l’unità dei discepoli, la verità della missione di Gesù si renda visibile agli uomini”, cosa che dimostra come ci sia uno stretto legame tra “la sorte dell’evangelizzazione e la testimonianza dell’unità tra i cristiani”.

“Poiché – spiega il Cardinale Koch - una testimonianza della fede cristiana credibile e quindi ecumenica è possibile solo se le Chiese cristiane sono in grado di superare le loro divisioni e ritrovare l’unità, il legame tra missione e unità dei cristiani costituisce una dimensione essenziale dell’impegno ecumenico, sia per quanto riguarda la missio ad gentes, sia in vista della nuova evangelizzazione in quelle Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani ma fortemente bisognosi di un rinnovato slancio missionario”.

Per Benedetto XVI, anche la nuova evangelizzazione deve avere dimensione ecumenica, come scrisse stabilendo il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, anche perché “la missione della Chiesa è infatti radicata nell’amore traboccante di Dio e può quindi realizzarsi solo nell’amore”.

Infine, l’ecumenismo necessità di giungere alla “unità visibile del corpo di Cristo”, perché se l’unità non è un fenomeno mondano, vive nel mondo, e dunque “l’unità dei discepoli deve quindi essere tale che il mondo possa riconoscerla e, attraverso essa, giungere alla fede”.

Ratzinger è realista. Conosce le difficoltà. Non spera in una unità assoluta intra-storica. Ma chiede sempre di guardare all’obiettivo della piena unità.

E questo obiettivo passa per il superamento ecumenico delle grandi divisioni della Chiesa, siano esse quelle della Chiesa nel V secolo, lo scisma tra Oriente e Occidente nell’XI secolo quelle della riforma del XVI secolo.

Di certo, la prospettiva ecumenica è sempre stata presente in Benedetto XVI, sin dai tempi in cui era Joseph Ratzinger professore, e poi anche come membro della Commissione ecumenica mista, creata dopo la visita di Papa Giovanni Paolo II in Germania nel 1980 e da lui presieduta insieme al vescovo protestante Eduard Lohse, con cui fu lanciatta la proposta “di valutare, nei dialoghi ecumenici, se i rispettivi anatemi dottrinali del XVI secolo fossero ancora pertinenti per i partner attuali e se dovessero ancora avere un carattere divisivo per le Chiese”.

Non va dimenticato il contributo di Ratzinger alla firma della Dichiarazione Congiunta su questioni fondamentali della dottrina della giustificazione, avvenuta ad Augusta nel 1999 tra la Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.[

E così, dice il Cardinale Koch – “non sorprende che Joseph Ratzinger, anche come Papa, abbia attribuito una priorità speciale all’impegno ecumenico nel suo pontificato”, con una grande enfasi ecumenica che “ha indubbiamente la sua ragione più profonda nel fatto che egli vede l’unità della Chiesa come fondata sulla fede nel Dio vivente e nel Figlio che ha mandato”.

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