Cardinale Ranjith: “In Sri Lanka è difficile ricostruire la fiducia”

Il Cardinale Ranjith, arcivescovo di Colombo, si commuove parlando degli attentati di Pasqua in Sri Lanka durante la presentazione del rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, San Calisto, 20 giugno 2019
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Si vedono alcuni degli attentatori della strage di Pasqua in Sri Lanka, ripresi dalle telecamere di sicurezza, uno di loro fino al momento in cui entra in chiesa, l’attimo prima che si fa esplodere. Si vedono le macerie, i corpi straziati dall’esplosione. Si vede il giuramento dei radicalisti, immortalato come da copione prima andare a fare strage. Ma si vede anche un lavoro di ricucitura del dialogo tra le fede, una reazione profonda perché nessuno reagisse con la violenza alla violenza. C’è tutto questo nel video che il Cardinale Malcolm Ranjith ha portato a Papa Francesco, in una udienza privata il 20 giugno a Santa Marta.

Dopo gli attentati di Pasqua che hanno causato 359 vittime e centinaia di feriti, il Cardinale Ranjith, arcivescovo di Colombo, ha chiesto di “non levare la mano contro i fratelli musulmani”, perché non erano loro i responsabili dell’attacco. E ancora oggi si batte per una commissione indipendente, che vada a mostrare le ragioni dell’attacco, mentre prosegue il suo impegno di creare una armonia tra le religioni. Si commuove mentre racconta le storie che ha vissuto.

“Gli attacchi – racconta durante la presentazione del rapporto annuale di Aiuto alla Chiesa che Soffre – ci hanno colto di sorpresa e ci hanno messo sotto shock. In Sri Lanka, avevamo cercato di creare una fratellanza tra le varie religioni, un senso di comunità. Non abbiamo mai litigato per questioni d religione anche se per 30 anni c’è stata una guerra tra gruppi etnici singalesi e tamil”.

Per questo, “turbato e scioccato da quello che ho visto il 21 aprile, sono convinto che non sono stati i nostri fratelli musulmani a compiere l’attacco, ma che ci fosse qualcuno con interessi globali e politici e per questo ho chiesto a tutti di non alzare la mano contro i musulmani”.

Il Cardinale Ranjith analizza: “Negli ultimi trenta anni, con la presenza dei Wahabiti, anche nel nostro Paese si è sperimentata la radicalizzazione in certi settori. Noi abbiamo studiato con dei musulmani a scuola, ma non c’è mai stata una differenza tra noi e loro. Gradualmente, sono cominciati a palesarsi dei segni di separazione”.

Molti i progetti messi in campo dalla Chiesa; dall’accompagnamento psicologico per quanti hanno subito un trauma, all’aiuto ai bambini in difficoltà a causa della perdita di entrambi i genitori (sono 176), dalla cura dei feriti, da fare solo in ospedali privati, all’assistenza a quanti hanno perso lavoro.

Quello che però chiede il Cardinale Ranjith è giustizia. “Il governo dello Sri Lanka – nota – è stato informato dai servizi segreti indiani il 4 aprile che c’era possibilità di attentati. Questo gruppo di attentatori era stato addestrato in Siria alcuni mesi prima, e anche in quel caso il governo aveva avuto le informazioni. Così come c’era stata l’informazione alle 6.45 del mattino di quella domenica di Pasqua. Se avessero accolto l’informazione, avrei chiuso le chiese, avrei impedito alle persone di andare. Questa è una seria mancanza di responsabilità da parte del governo dello Sri Lanka”.

Il Cardinale Ranjith parla allo stesso tempo di paura e di segni di speranza. La speranza nasce dal fatto che “la nostra gente è ancora molto religiosa” e noi ci dobbiamo assicurare che non abbandonino quello slancio religioso. La paura viene dai timori semplici, come quello di mandare i bambini alle scuole cattoliche. Si sta lentamente tornando alla normalità, la presenza di soldati intorno alla scuola ha dato una idea di sicurezza.

Di certo, il rischio attentati c’è ancora. “Ci sono – denuncia il Cardinale Ranjith – cinque campi di addestramento in diverse parti del Paese e c’è il sospetto che ci saranno altri attentati suicidi”.

Una situazione che ha portato il Cardinale a chiudere le chiese. Ma poi “le persone volevano andare in chiesa e allora abbiamo dovuto aprire, con delle precauzioni: abbiamo stabilito piccoli gruppi di vigilanza in ogni chiesa, abbiamo vietato che portassero sacchetti nella chiesa. I comitati di vigilanza hanno fatto un gran lavoro”.

La cosa più difficile resta ricostruire il tessuto di fiducia. “Insistiamo a spiegare che la comunità islamica – afferma l’arcivescovo di Colombo – non si deve sentire la destinataria dei controlli. Sono solo controlli necessari”.

La fiducia, d’altronde, “si guadagna sapendo la verità e noi dobbiamo sapere questo. Non è che il governo debba darci dei soldi. Noi vogliamo la verità. Questo tentativo tra i partiti di giocare passandosi la responsabilità uno verso l’altro non va bene.”

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