Perché gli ospedali belgi dei Fratelli della Carità avevano detto sì all’eutanasia?

Fratel René Stockman apre un centro dei Fratelli della Carità in Rwanda
Foto: Sito Ufficiale Fratelli della Carità
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Il no del Papa era atteso, ed è arrivato dopo un iter di quattro mesi: gli ospedali dei Fratelli della Carità in Belgio devono fermare la possibilità di accedere all’eutanasia negli ospedali psichiatrici gestiti dalla Congregazione.

Si trattava di una notizia sconvolgente. La decisione di permettere l’accesso all’eutanasia era arrivata dal board dell’ospedale, composto da laici e non in maggioranza da fratelli della carità. Il superiore generale della Congregazione, Fratel René Stockman, aveva subito condannato la decisione come “inaccettabile”, mentre Raf de Ryacke, descritto come il superiore del Paese dai report giornalistici, ma in realtà solo a capo dell'organizzazione che gestiva l'ospedale, aveva inviato un comunicato specificando che l’eutanasia sarebbe stata eseguita solo “in mancanza di un trattamento alternativo ragionevole”, e che ogni richiesta “sarebbe stata esaminata con la massima cautela”, rispettando “la libertà dei medici di effettuare l’eutanasia o no, in quanto questa libertà è garantita dalla legge.

Ne era seguito un braccio di ferro durissimo. Fratel Stockman, dopo essersi scontrato con il no del board del’ospedale, aveva inviato alla Congregazione della Dottrina della Fede una lunga documentazione, con libri e lettere, per ribadire il “no” alla pratica dell’eutanasia anche dal punto di vista teorico, e chiedere che la decisione venisse modificata.

La Congregazione per la Dottrina della Fede aveva risposto (con una lettera protocollata con 197/2017 e firmata dal Cardinale Gehrard Ludwig Mueller, allora prefetto) reiterando l’insegnamento della Chiesa Cattolica, congratulandosi “per i molti interventi, chiari e lucidi, in favore della vita umana e dello sviluppo umano integrale”, e ricordando che anche il commento della Professio Fidei pubblicato dalla Congregazione il 29 giugno 1988 menzionava la dottirna dell’illiceità dell’eutanasia come un esempio d insegnamento dottrinale presentato dalla Chiesa in modo definitivo.

Dopo questa lettera, è arrivato anche il no del Papa, che era atteso dalla Congregazione. Restano, però, delle domande aperte. I Fratelli della Carità hanno 15 ospedali psichiatrici in Belgio e curano 5 mila pazienti. La loro storia, dalla nascita fino agli sviluppi attuali, è sempre stata dedicata alla cura degli ultimi e degli scartati, in maniera professionale. E allora colpisce come questo ideale possa essere stato tradito da un Consiglio di Amministrazione, e resta la domanda di come riportare l’ospedale allo spirito originario.

È tra le domande che si pone anche padre René Stockman, superiore generale della Congregazione. Che, chiacchierando con ACI Stampa, racconta la storia dei fratelli della Carità, e il modo in cui il loro lavoro impatta nella società.

Cosa è successo allora con la questione dell’eutanasia?

È una grande questione, molto forte in Belgio. In pratica, un nostro ospedale ha detto che in alcune condizioni dovremmo accettare l’eutanasia. Abbiamo lottato per correggere quel problema, che nasce dal fatto che ci sono pochi Fratelli della Carità nel Board dell’ospedale.

Come avete reagito?

Abbiamo fatto uno statement molto chiaro. Abbiamo detto di essere aperti ai bisogni dei pazienti. Se legalmente fossimo obbligati ad accettare l’eutanasia, dovremmo trasferire i pazienti. Deve essere chiaro che l’eutanasia non ha posto nel nostro piano sanitario.

Che cosa ha chiesto la Santa Sede agli ospedali dei Fratelli della Carità?

La Santa Sede ha chiesto agli ospedali di conformarsi alla dottrina della Chiesa sul totale rispetto della vita, e per questo di non praticare l’eutanasia ai nostri pazienti. Nonostante la richiesta che è stata mossa dal nostro Consiglio e da me personalmente come superiore generale, e dopo che anche i vescovi della Conferenza Episcopale belga, l’organizzazione “Fratelli della Carità” in Belgio aveva rifiutato di adattare la loro visione.

E perché c’è stato bisogno di ricorrere alla Santa Sede?

Perché l’organizzazione ha rifiutato, appunto, di modificare i protocolli sotto nostra precisa richiesta. Ed è stata la Santa Sede a chiedere tutta la documentazione su quello che stava accadendo nell’organizzazione belga dei Fratelli della Carità.

Ma come può succedere che un ospedale accetti di praticare l’eutanasia? E perché Fratel Raf de Rycke si è opposto, con quel comunicato, alla visione della Congregazione?

Va precisato che Raf De Rycke non è un “fratello” della Carità. È amministratore delegato e presidente dell’associazione Provinciale Fratelli della Carità, che gestisce gli ospedali di proprietà della Congregazione. La maggioranza del “consiglio di amministrazione” dell’associazione è composto da laici: ci sono solo 3 fratelli su 15 membri. E questi laici sono stati spinti in quella direzione dalla legalizzazione dell’eutanasia (il suicidio assistito è concesso in Europa solo in Belgio e Paesi Bassi, ndr) li sta spingendo verso quella direzione.

Si può dire che c’è una spaccatura all’interno della Congregazione, dato che alcuni dei Fratelli hanno accettato di praticare l’eutanasia?

Sono sicuro che la stragrande maggioranza dei Fratelli, anche nello stesso Belgio, sono contro l’eutanasia. La pressione su di loro, ad ogni modo, è molto forte.

Stabilirete delle linee guida?

Abbiamo chiare linee guida, che sono state già sviluppate in passato, e che dicono chiaramente no ad ogni pratica eutanasica.

Come mai l’eutanasia è diventata un tema così importante in Belgio?

Nel dibattito, quando la Chiesa cattolica prende posizione, ci si focalizza soprattutto sul tema della fede, vale a dire che si dice che la Chiesa è contraria o a favore per ragioni di fede. Ma non è una questione di fede. Possiamo vedere molto chiaramente che l’eutanasia non è possibile. Il rispetto per la vita deve essere assoluto. Invece l’autodeterminazione è diventata assoluta, come l’autonomia e la libertà, Questo è il cambiamento che è successo. Si pensa che “se voglio fermare la mia vita, lo posso fare”. Questo sta sostituendo il totale rispetto per la vita. Questo vecchio movimento sta diventando legge.

La situazione è così grave?

Il lavoro di lobby per l’eutanasia è molto forte in Belgio. Non si può più parlare della visione cristiana della sofferenza: nella cultura secolarizzata del Belgio soffrire è male e si deve mettere da parte. Questa è la mentalità e molte persone la stanno seguendo. Ci sono persino cattolici che lo dicono. E lo vedo anche nella reazioni che riceviamo dalle persone. 

Cosa fare allora?

Dobbiamo essere realistici: l’educazione si può fare solo se si hanno buoni educatori. Molti educatori sono figli dei loro tempi. Sappiamo quale è la posizione del gruppo sull'eutanasia. Ma sappiamo che la maggioranza dei belgi direbbe che l'eutanasia non è possibile, ma che si può permettere perché è un lavoro di misericordia.

Ma chi sono i Fratelli della Carità?

Si tratta di una Congregazione fondata nel 1807, a Gand, in Belgio, in un periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese. Il fondatore Pierre-Joseph Triest, un sacerdote che era molto coinvolto nell’opera di ricostruzione delle strutture. Cominciò con l’affidare un ospizio per anziani ad una casa religiosa, che fondò, per salvarlo dalla chiusura. La missione originale della congregazione era la cura dei poveri, ed era basata sulla visione di San Vincenzo de’ Paoli.

Quali erano gli scopi iniziali della Congregazione?

C’erano tre campi di attività principali: la cura dei poveri, degli anziani, e dei pazienti psichiatrici. Siamo pionieri nel campo della psichiatria. C’è una chiara visione della carità, ma anche un forte senso di professionalità. C’è da chiarire che non siamo operatori sociali. Piuttosto, attraverso l’attività sociale aiutiamo le persone a vedere il modo in cui Dio brilla nella loro vita, anche quando vivono degli handicap.

E però non siete sacerdoti…

No, perché padre Triest pensava ad un nuovo gruppo, ad un nuovo tipo di vita religiosa. L’idea è di combinare la forma originale di vita religiosa, ovvero la vita contemplativa dei monaci, con il lavoro della carità. E fu chiaro che non erano sacerdoti, ma fratelli, a potersi meglio occupare professionalmente dei poveri.

Come si è sviluppata la Congregazione?

La prima missione fuori dal Belgio è stata in Canada, nel 1865. Siamo stati chiamati a prenderci cura dei bambini di una prigione. Quindi siamo stati negli Stati Uniti e in Olanda. Poi, abbiamo cominciato il lavoro in Africa, a partire dal Congo, antica colonia belga, e quindi si è chiesta la nostra opera anche in Asia, a partire dall’Indonesia. Per essere concreti, oggi siamo in 30 nazioni. La Congregazione sta crescendo più in Africa e in Asia, e non in Europa e in America.

Questa mancanza di crescita nel Nord del mondo viene anche forse dal fatto che lo Stato si è cominciato ad occupare dei malati psichiatrici?

È bello che la società si stia prendendo cura e responsabilità dei malati mentali e dell’educazione. Noi abbiamo cominciato a lavorarci quando nessuno lo faceva. E non credo che questa rinnovata attenzione tocchi la nostra mancanza di vocazioni.

Quale è il problema allora?

La secolarizzazione è molto dura, specialmente in Belgio. Sono in molti a svolgere questa attività “sociale”, e il nostro primo scopo, che è sempre stato vivere la vita religiosa e vivere nella luce del Vangelo, è stato messo un po’ da parte.

E quando ci sono state più vocazioni?

Ci sono stati enormi gruppi di novizi dal Belgio tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli Anni Sessanta. Oggi, in Belgio, non ci sono più vocazioni.

Ma perché?

Come ho detto, c’è una secolarizzazione molto aggressiva. Abbiamo piccoli gruppi.

Quali le differenze del lavoro nel Nord e nel Sud del mondo?

Nel Sud, c’è la questione di guidare i giovani a vivere in modo da poter seguire il loro carisma nel modo giusto, e significa formazione. Nel Sud ci mettono più energia, ma c’è anche bisogno di strutture. Ad esempio, abbiamo un ospedale psichiatrico a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, e lo abbiamo stabilito su richiesta della Chiesa locale. Un altro ospedale psichiatrico è stato aperto a Yamossoukro. Noi cerchiamo di restaurare la dignità umana, e di dare a tutti la convinzione che sono figli di Dio.

E al Nord?

La storia è completamente differente. Ci siamo diffusi 200 anni fa, dobbiamo mantenere queste strutture. Non ci focalizziamo solo nella cura fisica, ma in quella alistica. Le nostre “policies” devono essere in linea con la Chiesa.

In tutto ciò, la Chiesa sta fallendo?

Potremmo dire di sì perché non sa dare una risposta precisa all’evoluzione della società. Ma la Chiesa è dei fedeli, e i fedeli sono quelli che stanno formando la Chiesa. Vedo tutto quello che sta succedendo in linea con la Genesi, con la prima domanda del primo racconto sulla creazione.

Ma è più facile evangelizzare a Nord o a Sud?

Nel Sud è molto facile, perché lì le persone hanno ancora quella fede naturale per Dio. Dio è perso qui nel Nord. Il processo di erosione cominciato con l’Illuminismo, e in Africa non c’è Illuminismo, c’è ancora la chiara credenza che Dio è presente nella società. L’Illuminismo è un processo molto lungo, sono sicuro che stia ancora andando avanti. Con l’Illuminismo Dio si è ritirato. È questo il punto cui ci vuole portare la secolarizzazione.

Il vostro motto è “Deus Caritas Est”, Dio è carità. È diventato poi il titolo di una enciclica di Benedetto XVI. Quanto vi ha colpito?

È stato il riconoscimento del nostro lavoro. Quando ho incontrato Benedetto XVI, che conosce molto bene il nostro lavoro. Lo stesso Benedetto XVI mi ha detto: io l’ho scritto, ma voi lo mettete in pratica.

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