Cina, muore il vescovo della città delle croci demolite

Una delle croci rimosse a Whenzou, in Cina
Foto: CA
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La morte all’età di 90 anni del vescovo Vincenzo Zhu Weinfang priva la Chiesa cinese di una delle voci più forti che hanno contrastato l’abbattimento delle croci nello Zhejiang.

Zhu era vescovo di Whenzhou, in Zheijang, e aveva avuto una vita dura e sotto persecuzione, come quella di molti vescovi cinesi: tra il 1955 e il 1971 era stato nei campi di lavoro forzato, tra il 1982 al 1988 era stato in prigione. Parte della cosiddetta “chiesa sotterranea” (ovvero, non riconosciuta dal governo cinese), nel 2010 è stato installato come vescovo “riconosciuto dal governo”: fu uno dei frutti della lettera di Benedetto XVI ai cattolici del 2007.

In quella lettera in cui si cercava un punto di incontro con il governo cinese, ma stigmatizzando “la pretesa di alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, di porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiastica”, che “non corrisponde alla dottrina cattolica”.

Quella lettera è ancora un punto di riferimento imprescindibile anche per i dialoghi tra Cina e Vaticano che sembrano essere ripresi con vigore sotto Papa Francesco. Tanto che si pensa insistentemente ad un accordo con il governo cinese per la nomina di vescovi che abbiano la doppia approvazione sia della Santa Sede che della Cina. Un tipo di accordo che seguirebbe il “modello Vietnam”, e che però non è esente da critiche, proprio per il fatto che farebbe entrare il governo cinese nel processo di selezione dei nuovi vescovi.

Di questo prossimo accordo, è stato uno strenuo difensore il Cardinale John Tong Hn, arcivescovo di Hong Kong, in un lungo articolo. E lo stesso Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, in un intervento alla manifestazione Pordenone Legge tutto dedicato alla figura di Celso Costantini e poi in una intervista ad Avvenire, ha fatto capire che l’accordo “sarà soddisfacente per tutti”.

Ma c’è una voce in Cina che resta quasi inascoltata, e che invece si è pronunciata con forza contro un eventuale accordo tra Cina e Santa Sede: è quella del Cardinal Joseph Zen Zekiun, emerito di Hong Kong, che non ha mancato di far sentire la sua voce per spiegare i motivi per cui è contrario all’accordo.

Un accordo che – non ha mancato di notare – ricorda proprio il principio della Ostpolitik vaticana. Ovvero quello di un accordo con i governi per garantire una certa libertas ecclesiae al prezzo, però, di tacere sulle persecuzioni che hanno luogo nei Paesi in cui si sigla l’accordo.

Ha scritto il Cardinale Zen: “Verso la fine di novembre 2008, ricevo una notizia, non pubblica, che la Chiesa ufficiale in Cina stava per festeggiare il 50° della prima ordinazione episcopale illegittima. Corro a Roma, vengo ricevuto dal Papa Benedetto, c’era anche il Cardinal Bertone. Io dicevo che quello era un atto di sfida, specialmente quando si sa che c’erano già i contatti informali fra le due parti. Aggiungo che il Governo osa continuare a sfidare il Vaticano perché ha visto che qui si stava giocando all’Ostpolitik. A quel punto Papa Benedetto, rivolto al Card. Bertone dice: “Ti ricordi, quando venne qui Giovanni Paolo II ha detto: “Basta (all’Ostpolitik)!” Non ho bisogno di aggiungere altro”.

Il Cardinale Zen ha anche sottolienato che “il regime ateo ha sempre voluto controllare totalmente le religioni”, e che se finora ci sono stati gruppi di cattolici “sia in clandestinità che in ufficialità” hanno mantenuto fedeltà alla Chiesa, “ora si presenta loro lo spettro una dichiarazione proveniente dall’autorità della Chiesa che dice loro di cambiare rotta”, e dunque “tutti dovranno obbedire a vescovi che fino ad oggi sono illegittimi e persino scomunicati”.

Al momento, ci sono otto vescovi cattolici in Cina che sono stati consacrati per ordine delle autorità comuniste, e non hanno mai avuto l’approvazione del Papa. Per favorire l’accordo, si parla anche di un perdono papale per questi vescovi, un gesto di distensione verso il governo cinese.

Un gesto che farebbe il paio con la volontà del governo di Xi Jinping di mostrarsi vicino alla Chiesa cattolica, in una apertura al mondo che permetterebbe al dragone di avere un posto al sole nella comunità internazionale.

I processi di avvicinamento vengono da entrambe le parti. Un segnale è stato dato anche dalla storia di Thaddeus Ma Daqin, vescovo di Shanghai, che nel 2012 fu ordinato con la doppia approvazione del Papa e del governo. Si era dimesso dall’Associazione Patriottica, e per questo fu messo agli arresti domiciliari. Ha ritrattato due mesi fa, e questa ritrattazione – ha detto il Cardinale Zen – porta con sé l’ “inevitabile” sospetto che la mossa sia stata voluta anche al vaticano. Fatto sta che Ma Daqin ancora non è a piede libero.

Altri segnali di un avvicinamento diplomatico sono venuti dal fatto che ancora il Papa non ha nominato l’ufficiale più alto in grado della nunziatura di Cina, basata a Taiwan. L’ultimo, Paul Fitzpatrick Russel, è stato promosso nunzio in Turchia e Turkmenistan, e ancora nessuno ne ha preso il posto. Taiwan ha mostrato ancora una volta la vicinanza alla Santa Sede inviando il vicepresidente Chien Chien-Jen alla canonizzazione di Madre Teresa. Ma i rapporti con Taiwan, per quanto cordiali e di lunga data, rischiano di essere messi in secondo piano. La nunziatura a Taiwan è uno dei più grandi ostacoli ai rapporti diplomatici tra Cina e Santa Sede. Si pensa che questa possa essere sacrificata, magari stabilendo a Pechino una sede diplomatica di livello inferiore, come una missione di cultura e cooperazione.

Questo, però, non risolve tutte le contraddizioni del mondo cinese, dove ancora le croci vengono abbattute e la libertà religiosa vive giorni difficili. La morte del vescovo Zhu avrà un forte impatto sulla Chiesa cinese. Il governo del Zhejiang aveva lanciato una pesante campagna per la demolizione di croci e chiese, e il prelato aveva levato la sua voce con un appello al governo per fermare le demolizioni, chiedendo al contempo alla Chiesa universale di appoggiare e pregare per la Chiesa in Cina. I suoi funerali sono fissati per il prossimo 13 settembre.

 

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