Clemente Rebora, lirica umana e religiosa

La poesia Il Pioppo, contenuta nei Canti dell'infermità rappresenta l'anelito del poeta verso Dio

Clemente Rebora
Foto: pubblico dominio
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Nella storia della letteratura italiana, tra i tanti poeti che vi sono menzionati, spicca il nome di Clemente Rebora.

Sottotenente, durante la Prima guerra mondiale, sentì il peso del doloroso conflitto, definito da Papa Benedetto XV, come  “l'inutile strage”.

Professore di lettere, in diversi istituti, ha conosciuto le difficoltà della vita, spendendo i suoi giorni, per l'edificazione, umana e sociale, della collettività.

Convertitosi da una morale laica all'incontro con il Cristo, adulto, lasciò tutto per entrare come novizio nell'Istituto della Carità, fondato dal beato Antonio Rosmini.

Sacerdote e religioso, la sua poetica è fondata sulla ricerca dell'Assoluto e sulla fragilità della condizione umana.

Dai Frammenti lirici, apparsi presso le edizioni de la Voce di Prezzolini, nel 1913, fino alle ultime liriche, la poesia di Rebora è un canto proteso verso qualcosa di più alto e che necessità di umiltà e spessore per coglierlo.

Durante un ricovero, nel periodo bellico, a causa di una ferita da obice, che provocò diversi mesi di infermità al poeta, un medico di Reggio Emilia, nel visitarlo definì, quale componente del suo pensiero, “la mania dell'Eterno”.

Tempo dopo, il poeta si convertirà, ma ciò è indicativo del suo stato d'animo, proteso in quella ricerca che sfociò nell'amore in Dio ed ai fratelli in difficoltà.

Uomo generosissimo, viveva le ansie degli altri, come le sue e per loro non esitò a spendere, senza tregua, tutto se stesso.

Tra le molte poesie, una è intitolata Il pioppo.

Conosciuta come una delle ultime, composte dal religioso, la lirica è un canto alla natura ed al pensiero dell'anima che va incontro a Dio.

Il motivo apparente, che sollecitò i versi, fu l'indicazione di un confratello, padre Ezio Viola, rosminiano, che contemplando l'albero, fuori la finestra nella stanza del poeta, lo invitò alla vista.

Padre Rebora, osservando l'arbusto, scrisse una delicata lirica, segno del suo amore per il creato, ma di più per Dio, creatore di tutte le cose.

Comparazione fra la natura e l'anima, i versi portano lo sguardo verso l'Assoluto, colto in un fuggente attimo.

Eccola:
Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo;
spasima l’aria in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con raccolte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero.

Papa Francesco, il 25 novembre 2014, in un discorso tenuto a Strasburgo, al Consiglio d'Europa, citò la poesia, con l'osservare che: “In questa sede sento perciò il dovere di richiamare l’importanza dell’apporto e della responsabilità europei allo sviluppo culturale dell’umanità. Lo vorrei fare partendo da un’immagine che traggo da un poeta italiano del Novecento, Clemente Rebora, che in una delle sue poesie descrive un pioppo, con i suoi rami protesi al cielo e mossi dal vento, il suo tronco solido e fermo e le profonde radici che si inabissano nella terra. In un certo senso possiamo pensare all’Europa alla luce di questa immagine.

Nel corso della sua storia, essa si è sempre protesa verso l’alto, verso mete nuove e ambiziose, animata da un insaziabile desiderio di conoscenza, di sviluppo, di progresso, di pace e di unità. Ma l’innalzarsi del pensiero, della cultura, delle scoperte scientifiche è possibile solo per la solidità del tronco e la profondità delle radici che lo alimentano. Se si perdono le radici, il tronco lentamente si svuota e muore e i rami - un tempo rigogliosi e dritti - si piegano verso terra e cadono. Qui sta forse uno dei paradossi più incomprensibili a una mentalità scientifica isolata: per camminare verso il futuro serve il passato, necessitano radici profonde, e serve anche il coraggio di non nascondersi davanti al presente e alle sue sfide. Servono memoria, coraggio, sana e umana utopia.

D’altra parte - osserva Rebora - «il tronco s’inabissa ov’è più vero». Le radici si alimentano della verità, che costituisce il nutrimento, la linfa vitale di qualunque società che voglia essere davvero libera, umana e solidale. D’altra parte, la verità fa appello alla coscienza, che è irriducibile ai condizionamenti, ed è perciò capace di conoscere la propria dignità e di aprirsi all’assoluto, divenendo fonte delle scelte fondamentali guidate dalla ricerca del bene per gli altri e per sé e luogo di una libertà responsabile”.

Il componimento, contenuto nei Canti dell'infermità, del 1956, richiama l'attenzione sul mondo interiore e sulla tensione verso l'alto, nell'incontro con il Padre.

Il poeta , dopo una lunga infermità, spirò anelando al cielo con l'anima carica dell'amore a Dio, ed ai fratelli, unica vetta di quel cammino, interiore ed umano, compiuto in terra.

Padre Clemente Rebora riposa nel Santuario del Santissimo Crocifisso, presso il Collegio dei Padri Rosminiani, a Stresa.

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