Confermata in appello la condanna di mala gestio per due dirigenti dello IOR

Paolo Cipriani e Massimo Tulli condannati anche in appello per mala gestio, anche se la cifra del risarcimento è inferiore rispetto alla sentenza di primo grado

Una veduta del Torrione Niccolò V, sede dell'Istituto per le Opere di Religione
Foto: AG / ACI Group
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Paolo Cipriani e Massimo Tulli, ex direttore e vicedirettore generale dell’Istituto delle Opere di Religione, sono stati condannati in appello per mala gestio e al risarcimento di 40,5 milioni di euro più il pagamento delle spese processuali. La sentenza conferma quella del Tribunale di primo grado vaticano, sebbene la cifra di risarcimento sia lievemente inferiore (in primo grado si erano stabiliti 47 milioni di euro), ma non chiude la partita. Cipriani e Tulli hanno ancora un grado di appello, e poi potranno appellarsi direttamente ai Tribunali internazionali.

Gli ex direttore e vicedirettore generale dello IOR sono stati ritenuti colpevoli di aver violato gli obblighi statutari, decidendo autonomamente degli investimenti che avrebbero provocato danni finanziari all’Istituto, da cui la condanna ad un risarcimento, che ammonta a “Euro 35.740.587 a titolo di danno emergente, nonché in Euro 4.799.445 a titolo di lucro cessante (pertanto per un totale di euro 40.540.032, oltre svalutazione monetaria e interessi legali)”, si legge in un comunicato dello IOR.

Lo stesso comunicato sottolinea che “il giudizio segue ad una profonda opera di rinnovamento e trasformazione dell’Istituto in attuazione delle importanti riforme del settore finanziario vaticano e della Santa Sede, grazie alle quali l’Istituto ha potuto identificare gli abusi commessi ai suoi danni e difendere il proprio patrimonio, che poi è patrimonio della Chiesa. È stato il primo nel suo genere all’interno dello Stato della Città del Vaticano, che è servito da apripista ad altri casi analoghi, tutt’ora in corso”.

L’impianto accusatorio si basa sulle perdite che sarebbero state causate allo IOR da due contratti di consulenza e dall’accensione del fondo Ad majora, un fondo di fondi che includeva il fondo K. Questo fondo è stato utilizzato per una operazione immobiliare (l’acquisizione dell’ex Palazzo della Borsa di Budapest) fatta con una società maltese, anche questa oggetto adesso di una denuncia da parte dello IOR. Lo IOR accusa la controparte maltese di aver ceduto ad un prezzo superiore a quello di mercato, favorendo altri intermediari. Da Malta, si accusa invece lo IOR di non aver mantenuto gli impegni pattuiti, nonché di aver sempre rifiutato le offerte di acquisto che avrebbero sanato il debito, arrivando a lanciare l’insinuazione che lo IOR stia mettendo a rischio l’investimento per rafforzare le accuse sulla vecchia dirigenza.

Lo stesso investimento immobiliare è considerato dalla sentenza una violazione da parte dei dirigenti, dato che c’era una moratoria sugli investimenti immobiliari in atto dal 2003. Moratoria che non sarebbe più in vigore, come dimostrano alcune decisioni e investimenti successivi. Nel dicembre 2012, il Consiglio di Sovrintendenza aveva infatti deciso di avviare una nuova classe di investimenti, di natura più speculativa, aggirando di fatto la moratoria.

C’è da notare che nella documentazione dell’appello sono mancate sia la moratoria sia un regolamento dell’Istituto. Quest’ultimo avrebbe permesso di meglio comprendere responsabilità. Gli stessi giudici della Corte di Appello vaticana arrivano a considerare che non c’è un “sistema duale” di decisioni nello IOR, perché tutto passa dal Consiglio di Sovrintendenza.

Alle difese, che facevano notare come nessuna delle decisioni sugli investimenti potesse essere presa senza l’approvazione del Consiglio di Sovrintendenza dello IOR, l’accusa ha risposto che le riunioni del Consiglio erano “rarefatte, diversamente da quanto viene praticato in consimili istituzioni”, anche se ammette che i membri del Consiglio potevano aver studiato le carte prima delle riunioni. 

Cipriani e Tulli si erano dimessi a luglio 2013, per meglio difendere l'Istituto dalle accuse, quando era scoppiato il caso di Nunzio Scarano, l’officiale dell’APSA coinvolto in due differenti procedimenti giudiziari, uno per usura ed esercizio abusivo del credito presso il tribunale di Salerno e uno per corruzione e calunnia presso il tribunale di Roma. Al momento delle loro dimissioni, il rapporto IOR segnalava un profitto di 86,6 milioni di euro, dati mai più raggiunti negli ultimi anni.

Nel 2014, lo IOR aveva intentato causa civile contro la vecchia dirigenza, lamentando che gli investimenti fatti dalla direzione non avevano ben gestito i beni dell’Istituto. Nel 2018, Cipriani e Tulli erano stati giudicati colpevoli di mala gestio.

La sentenza di appello vaticana difende, dunque, l’operato dell’Istituto, ma lascia qualche domande aperta. Ad alcune si potrebbe trovare risposta già dalle risultanze della causa intentata dallo IOR a Malta.

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