Convertirsi per produrre frutti di vita. XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina

Gesù con i discepoli
Foto: pubblico dominio
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            La parabola che Gesù oggi racconta richiama un testo del profeta Isaia che viene chiamato “Il canto della vigna” (Is. 5, 1-7). In esso il profeta descrive la storia del rapporto tra Dio ed il suo popolo. Una storia che sembra molto ricca di eventi, ma che in realtà, guardata in profondità, appare molto monotona. Infatti, da una parte troviamo l’amore infinito di Dio che non si stanca di inviare al suo popolo i suoi messaggeri (i profeti) per richiamarli alla fedeltà e dall’altra il continuo tradimento del popolo. Poiché il popolo si rifiuta di accogliere gli inviti del Signore la vigna cadrà in rovina, non sarà più coltivata e vi cresceranno spine e rovi.

                Nella parabola Gesù va oltre il testo del Profeta e precisa che Dio non solo invia i suoi messaggeri, ma nel tentativo estremo di attirare a sé il cuore ribelle del popolo manda il suo stesso Figlio. Ma il Figlio, anziché essere accolto come un dono immenso è scartato, gettato via come un oggetto privo di valore. Gesù preannuncia così la sua fine tragica, ma rivela anche la responsabilità dei giudei. A causa del rifiuto della salvezza al loro posto subentrerà la Chiesa la quale sarà chiamata a dare i frutti che Dio non ha ricevuto da Israele. L’ esempio dell’infedeltà del popolo ebraico è posto davanti alla comunità cristiana come un monito: essere il nuovo popolo di Dio impegna a una nuova vita feconda di frutti di fedeltà.

                Nessuno, infatti, è confermato nella grazia e, pertanto, tutti corriamo il rischio di rifiutare, più o meno consapevolmente l’amore di Dio, a causa della superficialità con cui viviamo la preghiera e la partecipazione ai sacramenti, a causa del nostro peccato, della mancanza di conoscenza dei contenuti della nostra fede. Il tema del rifiuto di Dio è, dunque, estremamente attuale.

                E proprio per questo nasce un interrogativo angosciante: “Perché l’uomo rifiuta Dio?”. Perché vede in Dio un pericolo per la propria felicità, in quanto credere significa accettare di dovere dipendere da Qualcuno e quindi riconoscersi come dono. Accogliere questa evidenza significa anche riconoscere che il vero bene, il senso della vita, la felicità piena e duratura non sono in noi, non dipendono da noi ma ci sono dati da Colui che è all’origine di tutto. Per queste ragioni la cosiddetta “morte di Dio” è la morte anche dell’uomo. Infatti, l’uomo fatto per l’infinito, senza Dio si rende conto che la morte diviene padrona di tutto e il non-senso è la l’ultima parola.

                Che cosa dobbiamo fare per produrre frutti di vita che Dio si aspetta da noi? Entrare in un cammino di conversione. Segno di conversione è l’accoglienza di Gesù, “la pietra testata d’angolo” che Dio ha posto come principio della salvezza piena e definitiva. Scrive S. Ambrogio: Chi possiede il Verbo di Dio possiede la resurrezione, la giustizia, la virtù e la sapienza: tutto possiede perché tutto sussiste in Lui. Questo ci porta a riconoscere che se Cristo dovesse mancare il mondo andrebbe in rovina e con lui la nostra vita.

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