Coronavirus, i vescovi in italia reagiscono al no del governo alle messe pubbliche per ora

Interviste, dichiarazioni, video, e testimonianze

la Basilica di san Marco a Venezia senza fedeli, solo operatori tv
Foto: Patriarcato di Venezia
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Sono state tante le reazioni suscitate dalle diocesi italiane e dai suoi pastori dopo il rinvio delle celebrazioni eucaristiche salvo i funerali con i parenti più stretti, massimo 15 persone.  Nella serata di domenica, appena dopo la conferenza stampa del presidente del Consiglio, un comunicato della Cei, e una risposta abbastanza generica da parte del Presidente Conte.

Ieri tante prese di posizione e oggi interviste di alcuni vescovi sulla stampa italiana con posizioni a volte discordanti.

“Capisco e condivido l’impegno a far ripartire la macchina del lavoro. Ma con tutto l’apprezzamento per l’arte e gli splendidi musei del nostro Paese, mi pare che l’attenzione al bisogno-diritto di poter nutrire la fede debba essere non solo riconosciuta, ma non ostacolata oltremisura”, dice al quotidiano “La Stampa” Angelo Bagnasco, presidente della Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), spiegando che “il sacrificio, che i cristiani hanno accettato con grande responsabilità e sofferenza, di non poter accompagnare in chiesa i propri defunti, ha mostrato una consapevolezza disciplinata, che merita maggiore attenzione nei fatti. Non si tratta di un premio o di una benevolenza, ma di considerazione”. Per il cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova, la persona “ha desideri non solo materiali, ma anche spirituali. Assicurare il pane della tavola è doveroso, ma non riconoscere anche il pane dello spirito significa non rispettare l’uomo e impoverire la convivenza”. L’esperienza della fede “genera energia morale, e questa è la vera forza di una società”.

“L’eucaristia per i credenti è anzitutto un bisogno, il bisogno del pane della vita”, sottolinea il cardinale Camillo Ruini, per anni presidente della Conferenza Episcopale Italiana in una intervista a “Il Giornale” sottolineando che “bene ha fatto la Conferenza episcopale a protestare con forza. Ora il governo ha il dovere di rivedere le sue posizioni”. Il porporato si augura che “da questa pesante esperienza l’Italia - cioè tutti noi italiani – impari a essere più solidale, anche quando il coronavirus sarà passato. Vorrei che riprendesse vigore la nostra fiducia in Dio, la capacità di mettere Dio al centro del nostro progetto di vita. Vorrei che finalmente ci preoccupassimo del futuro dell’Italia, quindi dei figli e delle nascite, senza i quali non c’è futuro. Vorrei anche puntare sulla libertà e sulla responsabilità, che sole possono mettere fine al nostro declino”.

Di “delusione” perché “non si è tenuto conto delle attese  e dei sentimenti del popolo cristiano” parla al “Quotidiano Nazionale” il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Massimo Camisasca.

“Ai vescovi suggerisco prudenza. Non sapete fino in fondo cosa sia questa malattia. Non è finita ancora, non forzate la mano”, dice sempre a “La Repubblica”, Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, risultato positivo al test per coronavirus e intubato e tracheostomizzato: “credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare”. Il presule parla anche della sua malattia “durissima: “devo ringraziare i medici dell’ospedale di Pinerolo, un’eccellenza in Italia. A un certo punto ero certo che sarei morto. Anche i medici me l’hanno confermato. Prima della malattia se mi avessero chiesto cosa pensassi della morte avrei risposto che avevo molta paura. E, invece, in quei momenti in cui davvero ero vicino alla morte ero in pace, tranquillo”.

Sul tema ieri anche alcune conferenze episcopali regionali come quella Toscana. Per i vescovi toscani occorre “poter riprendere l’azione pastorale e l’attività di culto nel rispetto delle misure necessarie per il controllo del contagio, ma nella pienezza della propria autonomia”. Le diocesi toscane si dicono “pronte” a recepire tutte le indicazioni che potranno essere fornite da specifici protocolli di sicurezza, analogamente a quanto stabilito per altri luoghi e attività, “nella certezza che le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all’esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione”.

“Confrontiamoci, ragioniamo nei termini più civili possibili per cercare soluzioni legittime”, dice l’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Paolo Lojudice.

“Interpreti del sentimento del clero e dei fedeli che desiderano la ripresa graduale della vita liturgica e delle attività pastorali” i vescovi della Sicilia manifestano “piena adesione alla Nota della Conferenza Episcopale Italiana e condividono il disaccordo sul Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

I presuli dell’Isola ribadiscono che è “fondamentale distinguere tra le responsabilità politiche del Governo, le responsabilità professionali del Comitato tecnico-scientifico e le responsabilità etico-spirituali della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana nel doveroso rispetto della propria autonomia e con l’adozione delle misure idonee a salvaguardare la salute dei cittadini”, spiegando che la persona “non si nutre solo di pane e il suo equilibrio è frutto di una serie di relazioni, con Dio e con gli altri. Gli squilibri, per di più, penalizzerebbero anche l’ambito economico e persino la salute fisica. Peraltro, sembra non comprendersi che l’attività solidale delle organizzazioni cattoliche, che si adoperano alacremente per alleviare l’indigenza di tante famiglie e sostenere le strutture sanitarie, nasce da una fede che deve attingere a una sorgente così fondamentale come la vita sacramentale”.

In una lettera ai sindaci Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola, evidenzia che la Chiesa “non è una ong» e che c’è “la necessita di immaginare ed elaborare liberamente l’attività pastorale” che comporta “poter gradualmente tornare a celebrare con il popolo”.

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