Coronavirus in Terrasanta, Pizzaballa: “Rimanere senza Eucarestia è un duro colpo”

Un comunicato dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme chiedono di intensificare la preghiera

I patriarchi e capi delle Chiese di Terrasanta
Foto: LPJ.org
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Quella che si vive in Terrasanta per il Coronavirus segna “un prima e un dopo” nella piccola comunità cattolica della zona. Ne è convinto l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico sede vacante del Patriarcato Latino di Gerusalemme.

Parlando con ACI Stampa, l’arcivescovo Pizzaballa sottolinea che no, l’impossibilità di frequentare i luoghi di culto in Terrasanta non porterà a una diminuzione della fede. Ma, allo stesso tempo, dice di credere che “questo momento così unico sia una sorta di spartiacque, che segni cioè un prima e un poi. Fino ad oggi le attività erano in gran parte nel solco della tradizione. Non so come sarà nei prossimi anni, ma certamente avremo bisogno di ripensare ai nostri modelli pastorali, e alla nostra concezione di comunità”.

La reazione della comunità del Patriarcato Latino alla diffusione del coronavirus non è stata delle più semplici. “Il territorio della nostra diocesi – spiega l’arcivescovo Pizzaballa - si estende su quattro Paesi differenti (Israele, Palestina, Giordania e Cipro), che hanno legiferato in materia di COVID-19 in maniera assai differente, creando non poca confusione nei nostri fedeli”.

L’arcivescovo Pizzaballa nota poi che “inizialmente, come penso in Italia, la gente non ha preso sul serio le indicazioni del governo e poi quelle della Chiesa che, tra l’altro, erano assai blande. Avevamo dato indicazioni, ad esempio, di ricevere la comunione solo sulla mano. Questo aveva creato scandalo in una buona parte dei fedeli e anche in alcuni sacerdoti. Siamo una Chiesa abbastanza tradizionale e molta gente non vedeva la ragione di tali provvedimenti”.

Ma le cose sono cambiate ora, e “all’incredulità iniziale è subentrata il disorientamento. Poco alla volta tutti e quattro i Paesi su menzionati si sono uniformati nelle direttive, proibendo di fatto ogni assembramento di qualsiasi carattere, inclusi quelli religiosi. Le notizie che arrivano dall’Europa e soprattutto dall’Italia hanno poi aumentato l’angoscia per questa sorta di ‘nemico ignoto’.”

La comunità è stata particolarmente colpita dalla decisione di chiudere i luoghi di culto, spiega l’arcivescovo Pizzaballa. “Soprattutto la mancanza della celebrazione eucaristica – afferma - ha colpito in maniera assai significativa le nostre comunità. L’eucarestia è il cuore della vita comunitaria e allo stesso tempo le da forma, è costitutiva della nostra vita di fede. Rimanere senza Eucarestia è un duro colpo. Ci sono stati inizialmente episodi anche imbarazzanti e curiosi. In un villaggio della Palestina, la gente ha rifiutato di rimanere senza eucarestia e con ‘maniere forti e convincenti’ ha obbligato il parroco a ‘fare il suo dovere’ e celebrare per loro… questo per dire come questo momento sia stato un grande shock per tutti, che nemmeno in tempo di guerra si e mai vissuto”.

Ora nemmeno quello è possibile, a causa “dell’imposizione e il controllo rigido delle autorità civili, tutto è bloccato. I parroci rimediano a questa chiusura con messe in streaming, catechesi creativa online, visita alle famiglie… con l’idea che, se la gente non può venire in Chiesa per celebrare, l’eucarestia la porteremo noi alla gente, sempre con le precauzioni necessarie”.

Ancora non si sa se ci saranno celebrazioni di Pasqua, spiega l’amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, perché “le indicazioni delle autorità civili sono ancora abbastanza vaghe e oltretutto cambiano frequentemente. Ancora non sappiamo come fare. Certamente avranno un carattere ridotto, ma non potremo cancellarle del tutto. Attendiamo ancora qualche giorno per capire l’evolversi della situazione e poi decideremo il da farsi, sia al Sepolcro che nelle parrocchie”.

In questa situazione, i Patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno deciso di scrivere ai fedeli un messaggio, per invitare ad intensificare la preghiera.

Il messaggio è stato diffuso il 14 marzo, mentre il 15 marzo si è tenuta a Gerusalemme una preghiera di riparazione per scongiurare la fine della pandemia.

“In questo momento difficile e impegnativo – scrivono i religiosi – il nostro pianeta Terra soffre a causa della pandemia COVID-19 che ha colpito tantissime persone e mietuto migliaia di vite”.

I capi delle Chiese della Terrasanta di attenersi “alle disposizioni e alle istruzioni delle autorità civili nei Paesi in cui viviamo”.

A questo, aggiungono una forte preghiera comune- “Noi – scrivono - Patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme, chiediamo a Dio Onnipotente di guardare alla nostra situazione e di mostrarsi benevolo verso il nostro mondo sofferente”.

Aggiungono che “siamo tutti chiamati a vivere questo tempo continuando a confidare nel nostro Padre celeste che si prende cura di tutte le sue creature”.

E raccomandano infine che “è dunque bene che si intensifichi la preghiera personale, il digiuno e l'elemosina e che si cammini alla luce dell'amore di Dio”.

Negli scorsi giorni, il ministero della Salute palestinese ha stabilito la chiusura di scuole, moschee e chiese per 14 giorni, al fine di ridurre il più possibile il contagio da coronavirus. Il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha dunque diffuso un elenco di indicazioni pratiche, che valgono per Gerusalemme, Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour e Gerico.

Nella nota, veniva richiesto a tutti “senso di responsabilità e collaborazione con le autorità e con coloro che sono preposti alla salute pubblica per il bene di tutti”.

Le indicazioni sono le solite: chiese aperte solo per preghiere individuali, messe celebrate per gruppi non superiori a 15 persone, a condizione che vi sia sufficiente distanza nella chiesa, o altrimenti niente celebrazioni. Questo vale anche la domenica, e i fedeli sono “esenti dalle partecipazioni domenicali”.

Raccomandazioni che ora fanno anche paventare la possibilità di celebrazioni pasquali senza fedeli, o limitate ai soli frati della Custodia di Terrasanta.

L’arcivescovo Pizzaballa era stato a Bari, all’incontro “Mediterraneo frontiera di pace”, insieme al vescovo Marcuzzo, ed entrambi tornando erano stati messi in quarantena. Il governo di Israele da tempo ha sospeso gli accessi agli italiani.

Le restrizioni riguardano i funerali, che si devono tenere nei cimiteri, per la Via Crucis da tenere nelle piazze o in famiglia, mentre sono cancellate le attività ecclesiali e pastorali.

Anche lì, si invita ad organizzare messe in streaming, e si chiede di pregare a casa, di continuare nell’orazione.

Una situazione difficile, dunque. E una Pasqua che si preannuncia complicata, per i cristiani di Terrasanta.

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