Cosa ha detto la Santa Sede al World Humanitarian Summit?

Il Cardinal Parolin e l'Arcivescovo Auza parlano durante una delle pause del World Humanitarian Summit
Foto: Holy See Mission
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Mettere l’essere umano al primo posto: è su questo principio, cuore della diplomazia della Santa Sede, che la delegazione vaticana al World Humanitarian Summit ha basato tutti gli interventi nelle tre tavole rotonde cui ha preso parte durante nella tre giorni di Istanbul. Tre tavole rotonde, con temi importanti: porre fine ai conflitti attraverso la prevenzione; osservare e rispettare le norme internazionali; e l’educazione alla cultura della pace.

A guidare la delegazione vaticana era il Cardinal Pietro Parolin, capo della diplomazia pontificia, che in questi giorni ha sviluppato i quattro impegni con cui la Santa Sede si è presentata al summit. Ma il peso diplomatico della Chiesa è anche dato dalle organizzazioni non governative di stampo umanitario che partecipano al vertice. Per esempio, Caritas Internationalis ha una sua delegazione, così come il Sovrano Militare Ordine di Malta.

Ma cosa ha detto la Santa Sede in queste tre tavole rotonde? Il Cardinal Parolin ha preso sempre la parola, con interventi brevi e incisivi. Il 23 maggio, alla tavola rotonda sulla prevenzione dei conflitti, ha sottolineato che “in risposta ad una cultura dello scarto e mancanza di considerazione per la vita umana” c’è il bisogno “di una cultura del dialogo e della cooperazione”. Ci sono – ha detto il Cardinale - genocidi, violenze, stupri contro donne e bambini, attacchi deliberati nei confronti dei civili, la distruzione del patrimonio culturale, politiche economiche egoistiche e una forte dipendenza dall’intervento militare. Per questo c’è bisogno di educazione e formazione al rispetto della persona umana.

In un’altra sessione della medesima tavola rotonda, il Cardinal Parolin ha sottolineato che “un’oncia di prevenzione vale una libbra di cure” quando si viene a parlare dei conflitti violenti in tutto il mondo. Il Cardinale ha fatto appello ai “principi morali condivisi in tutto il mondo” che costituiscono i fondamenti dell’interazione umana. Principi che riguardano in primo luogo la necessità di non affidarsi troppo alle soluzioni militari, ma piuttosto di affidarsi allo sviluppo umano integrale che colpisce le cause alla radice dei conflitti.

Quale l’impegno della Santa Sede? La promozione del disarmo, la prevenzione dei conflitti e gli sforzi per costruire una pace a lungo termine, nonché lo sviluppo di una cultura di educazione, solidarietà attiva e rispetto per la vita umana. L’impegno per la non proliferazione delle armi, con l’obiettivo finale del disarmo integrale, resta al cuore dell’impegno diplomatico vaticano.

Alla tavola rotonda “Non lasciare nessuno indietro”, il Segretario di Stato ha invece sottolineato che “la vera misura di ogni società è data dal modo in cui risponde ai bisogni che attengono alla vita e alla dignità della persona umana, non importa quanto questa persona sia piccola o legalmente tutelata”. Il lavoro della Santa Sede in questo campo – ha aggiunto il Cardinal Parolin – è quello di essere “un segno e uno strumento per promuovere la dignità umana dei migranti, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e degli sfollati, e di quelli che soffrono per esclusione, fame, sfruttamento e l’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta”.

L’impegno è quello di comprendere meglio “la corrente situazione e le cause di sfollamento forzato e del flusso di rifugiati” e di sostenere “la loro protezione, formando l’opinione pubblica a riconoscere gli sfollati in maniera fraterna, dimostrando solidarietà, cooperazione e interdipendenza internazionale.

Il 24 maggio, invece, il Cardinal Parolin ha parlato al seminario del tema “Rispettare le norme che salvaguardano l’umanità”, sottolineando che proprio il Summit dà l’opportunità di riaffermare, rinforzare, rispettare e implementare i principi della Carta delle Nazioni Unite e gli accordi fondamentali del sistema umanitario. Perché - ha aggiunto – “l’assistenza umanitaria non può essere mai usata a mo’ di ricatto politico, economico o ideologico”.

Ci vogliono – ha aggiunto – “efficaci mezzi giuridici per applicare la legge internazionale per proteggere i cristiani e altre minoranze religiose da atti di genocidio. Crimini contro l’umanità e crimini di guerra”. Il rischio è quello che lo sforzo umanitario venga utilizzato come mezzo di ricatto – ti do un aiuto in cambio della mia influenza sul Paese – ma il Cardinal Parolin ha assicurato l’impegno della Santa Sede nel prevenire questo problema.

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