Coscienza e personalismo: i cardini della testimoniaza di Newman e Stein

La locandina del convegno
Foto: IUSVE
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Non c’è contrasto tra l’essere maestri e l’essere testimoni. Un principio che non è scontato per tutti, ma un interessante convegno dedicato al cardinale Newman e a Edit Stein lo ha messo in evidenza. Maestri perché testimoni, questo il senso delle relazioni che per due giorni sono state proposte nella sede dell’ Istituto Universitario Salesiano di Venezia il 19 e 20 gennaio scorsi.

“Oggi la parola coscienza è un termine equivoco e spesso frainteso” ha spiegato padre Hermann Geissler del Centro Internazionale Amici di Newman di Roma. “Con il suo cammino di vita e con la sua solida dottrina il beato John Henry Newman può aiutarci a riscoprire il vero significato della coscienza come eco della voce di Dio, rigettando nel contempo interpretazioni insufficienti, unilaterali e dannose. Newman ha sempre affermato pienamente la dignità e il primato della coscienza, senza deviare mai dal cammino della verità. Per lui, la coscienza è l’avvocata della verità nel nostro cuore, è “l’originario vicario di Cristo”.

Coscienza dunque come via per la testimonianza. Così anche in Santa Teresa della Croce, come ha ricordato la professoressa Angela Ales Bello che ha ricordato come Edith Stein, discepola di Edmund Husserl, arrivi a definire il rapporto con le altre persone. E la “persona è definita “umana” dalla Stein perché confrontata con le Persone Divine, di cui è immagine nell’unità e molteplicità della sua costituzione: analisi fenomenologica, riflessione metafisica e teologia trinitaria trovano, alla fine del cammino di ricerca della filosofa, una straordinaria sintesi”.

Particolarmente interessante il confronto tra il personalismo di Newman e quello di Karol Wojtyła proposto dal professore statunitense John F. Crosby.

Una lettura della teologia del corpo in Wojtyła porta alla comprensione del fatto che la svolta di Wojtyła verso il soggetto è un aspetto fondamentale del pensiero di Newman. Spiega Crosby che per che per  Wojtyła “l’uomo si rivela come persona in modo particolare quando si rivela come irripetibile, unico, insostituibile” e quindi “in base a questo criterio Newman è un pensatore profondamente personalista, dato che egli comprende profondamente questo mistero della persona”.

Della recezione di Newman nelal Germania del anni ’20 ha parlato Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz: “C’è ancora poca coscienza del fatto che Edith Stein – questa figura non ancora scoperta in tutte le sue potenzialità, offerta alla Chiesa e all’Europa1 – si sia dedicata allo studio del pensiero di John Henry Newman per alcuni anni. Tuttavia, nonostante le centinaia di pagine tradotte, bisogna subito rilevare che si può dire poco al riguardo. In tal senso, è possibile valutare i “discorsi” che Edith Stein intrattiene con Newman solo in modo mediato – guardando agli anni ’20 della Germania del dopoguerra, anni di profonda crisi”. Ian Ker della università di Oxford ha messo in relazione Newman e il Concilio Vaticano III ricordando come egli sia “un conservatore radicale o un riformatore, sia nel suo periodo anglicano sia in quello cattolico. Molto prima di Benedetto XVI, egli propose un’ermeneutica del cambiamento nella continuità: come spiega nel suo Essay on the Development of Christian Doctrine, la Chiesa cambia per essere la stessa, non per essere differente.”.

Patrizia Manganaro, ha parlato della formazione di Edith Stein, del suo lavoro filosofico, con una nota interessante all’idea di popolo: “La peculiarità di un popolo, l’unità della cultura che esso crea e il cammino del suo divenire costituiscono un insieme pieno di senso, che sin dall’inizio del suo essere è rivolto a un telos”. Manganaro ha anche riproposto la idea di “intellettuale” secondo la Stein: “Chi sono, per Stein, gli intellettuali? Non esclusivamente i filosofi di professione, gli “eletti”, come voleva Platone, ma quei «saggi» , quei sapienti che volgono l’intelletto naturale all’illuminazione soprannaturale e che, ben formati dal punto di vista etico e religioso, possono a loro volta educare la “massa” alla vita comunitaria e spirituale”.

E conclude: Il nesso di educazione e trascendenza può essere approfondito rilevando il contributo di un’antropologia che dal fenomeno va al fondamento, secondo l’indicazione di Fides et ratio”.

Il Professor Marchetto dello Iusve ha infine parlato della formazione morale e della formazione della mente in Newman con una lettura della sua autobiografia: l’Apologia pro vita sua.

 

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