Anti-corruzione in Vaticano, da dove nasce l'idea di una conferenza

L'arcivescovo Michele Pennisi con Papa Francesco
Foto: Arcidiocesi di Monreale
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Il dibattito internazionale sulla corruzione che si è tenuta in Vaticano lo scorso 15 giugno rappresenta il punto di arrivo di un percorso cominciato tempo fa. Perché già, nell’ambito dell’allora Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace – ora Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale – si erano fatti degli incontri informali sulla corruzione. Tra i partecipanti, l’arcivescovo Michele Pennisi di Monreale, che era membro del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Eccellenza, come erano strutturati gli incontri?

Ho partecipato ad alcuni degli incontri. Si trattava di incontri a porte chiuse, di pochi esperti, che si sono riuniti per diversi mesi per cercare di vedere quale poteva essere il contributo della Chiesa in collaborazione con altri per cercare di dare una risposta alla corruzione. Di questo gruppo facevano parte vescovi, sacerdoti, anche giornalisti – personalità che ora ritroviamo in questo incontro alla Casina Pio IV.

Quali erano le caratteristiche del gruppo?

Si trattava di un gruppo di una decina di persone, non troppo ampio, ma non è il caso di fare i nomi di alcuni dei partecipanti, che sono comunque stati inclusi in questo dibattito internazionale. Era emersa da questi incontri proprio l’idea di un incontro plurale e internazionale sul tema della corruzione. Un incontro internazionale, perché quel gruppo era composto prevalentemente da italiani.

Un incontro plurale perché?

Perché la corruzione è un problema che interessa tutti, non interessa solo i cattolici. Si tratta di coinvolgere tutti in questa lotta comune contro la corruzione.

Lei viene dalla Sicilia, dove ci sono molte esperienze di lotta dal basso alla corruzione – penso, ad esempio, all’iniziativa “Addio pizzo”. Cosa può fare la Chiesa?

La Chiesa è una realtà complessa, composta dai vescovi, dai sacerdoti, dai cristiani tutti. Personalmente, ho ospitato “Addio pizzo” nel Palazzo Arcivescovile di Monreale, per mettere insieme anche commercianti e imprenditori. Si creano occasioni di incontro, e devo dire che molte volte non c’è la risposta che ci si aspetta: in molti hanno paura di scommettere, perché non si sentono garantiti. Eppure posso dire che in Sicilia, in alcune zone della mia diocesi, dove sembrava impossibile rompere il muro dell’omertà, si vede che questo muro è stato rotto. E questo mi pare importante.

Quali sono state le conclusioni più importanti cui siete arrivati in questo incontro?

Sono state molto interessanti alcune situazioni descritte dai vescovi dell’America Latina o dell’Africa, ma anche di vari Paesi dell’Europa – per esempio, dalla Bielorussia. La corruzione si muove a livello internazionale. Possiamo dire, per fare un esempio, che la corruzione è responsabile del mancato sviluppo in Africa, un dato che si muove ad altissimi livelli economici e politici. Vengono tolte le risorse all’Africa, poi magari si fa solo l’elemosina. È un fenomeno che incrementa anche l’emigrazione.

Ma chi è un corrotto?

È una persona che pensa che quello che fa non è male. Papa Francesco dice che il peccatore può essere perdonato, il corrotto va curato.

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