Da L'Aquila il messaggio della Perdonanza celestiniana alla scuola di Papa Francesco

L'apertura della basilica di Collemaggio
Foto: perdonanza-celestiniana.it/Raniero Pizzi
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Nella basilica di Collemaggio, appena riaperta dopo il terremoto del 2009, L’Aquila ha celebrato il Perdono di san Pietro Celestino, secondo il testo della Bolla:

“Noi, che nel giorno della decollazione di san Giovanni, nella chiesa benedettina di Santa Maria di Collemaggio in Aquila ricevemmo sul nostro capo la tiara, desideriamo che con ancor più venerazione tal Santo venga onorato mediante inni, canti religiosi e devote preghiere dei fedeli.

Affinché, dunque, in questa chiesa la festività della decollazione di san Giovanni sia esaltata con segnalate cerimonie e sia celebrata con il concorso devoto del popolo di Dio, e tanto più devotamente e fervidamente lo sia quanto più in tale chiesa la supplice richiesta di coloro che cercano Dio troveranno tesori della Chiesa che risplendono dei doni spirituali che gioveranno nella futura vita, forti della misericordia di Dio onnipotente e dell'autorità dei suoi apostoli SS. Pietro e Paolo, in ogni ricorrenza annuale della festività assolviamo dalla colpa e dalla pena, conseguenti a tutti i loro peccati commessi sin dal Battesimo, quanti sinceramente pentiti e confessati saranno entrati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dai vespri della vigilia della festività di San Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività”.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica di chiusura della Perdonanza il vescovo della diocesi aquilana, il cardinale Giuseppe Petrocchi, ha invitato i fedeli a perdonare: “Sappiamo che vivere la misericordia è un’arte difficile, che si apprende gradualmente, con l’esercizio e con la piena fiducia nella forza redentiva della grazia. Come ogni virtù, non si improvvisa. Perdonare, in senso cristiano, è la prima espressione pratica del verbo amare.

Infatti, ‘tra tutte le virtù che riguardano il prossimo, scrive san Tommaso d’Aquino, la più eccellente è la misericordia’. Va sottolineato che il perdono è una medicina, anzitutto per se stessi. Guarisce molte malattie spirituali, psicologiche e comunitarie, che intossicano la nostra esistenza. Il risentimento, infatti, impedisce la circolazione della carità, che è come l’ossigeno dell’anima. Ed i primi a rischiare questa ‘asfissia’ interiore e relazionale, siamo proprio noi”.

Ed ha affermato che il perdono ha bisogno anche di una disposizione mentale: “Occorre aver maturato convinzioni ed esperienze consolidate per riuscire a ricevere e dare perdono, con generosità e con gioia. Il perdono richiede non solo una disponibilità del cuore, ma anche un’attitudine della mente: bisogna, infatti, avere chiari i motivi evangelici e umani per cui si perdona…

Il perdono, perciò, è la prima regola nella grammatica della buona convivenza,  a livello interpersonale e sociale. E’ una grazia da implorare e una fiamma da mantenere accesa, attraverso  l’esercizio di una fraternità solidale e lungimirante, perché alimentata dalla speranza”. Riprendendo il brano evangelico del martirio di Giovanni Battista il cardinale Petrocchi ha sottolineato che il perdono è ‘apertura creativa alla speranza’: “La Perdonanza chiede la purificazione della memoria: che non comporta la cancellazione dei ricordi, ma spinge a rivisitare i nostri archivi interiori con la luce liberante della sapienza e la potenza purificante della carità…

Guardiamoci dalla mentalità insidiosa che considera antagoniste misericordia e giustizia, nel senso che quanti usano misericordia dovrebbero rinunciare a promuovere la giustizia, e coloro che cercano la giustizia sarebbero tenuti a lasciare da parte la misericordia. Il perdono lungimirante, invece, proprio grazie alla misericordia sa fare giustizia ed è praticando la giustizia che usa autentica misericordia”. Riprendendo la ‘cultura del perdono’ di Papa Francesco Petrocchi ha invitato i fedeli a non ‘demordere’ dal praticare il perdono: “Va pure detto, per evitare approcci ingenui, che le strade del perdono sono strette e spesso sbarrate da forze contrarie che si mobilitano per impedirci  di avanzare in questa direzione evangelica.

Si tratta degli egoismi, personali e collettivi, come anche delle ‘strutture di peccato’, interiori e sociali, che contaminano i modi di pensare, di sentire e di agire. Infatti, nel nostro viaggio di crescita nella maturità cristiana e umana, possiamo imbatterci in posti di blocco emotivi ‘anti-perdono’,  dentro e fuori di noi, che ostruiscono il passaggio verso la misericordia: ricevuta, custodita e  data. Quando ci troviamo di fronte a questi ‘schieramenti contrari’ non dobbiamo impaurirci ed indietreggiare, ma affrontare, con coraggio, la ‘santa lotta’, poggiando sull’aiuto della grazia”.

Ed aprendo la Porta Santa della Perdonanza il card. João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha sottolineato la grande intuizione del papa Celestino: “La costruzione dell’uomo e della donna interiori è un processo adesso più che mai necessario. San Pietro Celestino ci assicura con la sua testimonianza che questo non è un sogno impossibile ma una meta ad essere raggiunta con un nuovo sguardo ai fratelli e sorelle che camminano nella vita accanto a noi e con scelte concrete a livello personale e della comunità… Il Dio a cui siamo chiamati a convertirci è il Dio di Gesù Cristo, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

E’ il Dio della misericordia. E’ il Dio che ci assicura un amore ancora più grande dell’amore di una madre o di un padre. Lui è venuto per noi che siamo peccatori e non guarda al nostro peccato se noi cambiamo il nostro cuore”.

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