Dal peccato alla grazia. IV Domenica di Quaresima

Il ritorno del figliol prodigo
Foto: Pubblico dominio
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Il Vangelo di oggi ci presenta una delle parabole più belle di Gesù abbia raccontato e che ha come protagonista la figura del padre. Esso, infatti, è presente dall’inizio alla fine del racconto evangelico. Un Padre che non si rassegna a perdere il proprio figlio che con le sue scelte ha distrutto la sua vita. Tuttavia, il vero peccato del figlio minore, quello che è alla radice di tutte le sue scelte, non consiste nell’avere chiesto la parte di eredità che gli spettava per sperperarla, poi, lontano da casa in scelte di vita auto-distruttive, ma nel considerare la casa paterna come una prigione e la presenza del padre ingombrante e limitante la sua libertà. Il figlio ha creduto di potere trovare la sua libertà, la sua realizzazione, la pienezza della vita allontanandosi da casa e da suo Padre.

Ma non è accaduto così. Dalla parabola, infatti, emerge con chiarezza che il motivo iniziale del ritorno del figlio - Io qui muoio di fame – si è poi evoluto nella consapevolezza che in casa si vive meglio mentre fuori si sta peggio perché si trova nella necessità e nell’abbandono. E’ questa consapevolezza che il Padre desiderava maturasse nel figlio. Per questa ragione quale quando lo vede ritornare a casa gli corre incontro, commosso lo accoglie, l’abbraccia, gli prepara una festa. La solitudine è vinta e l’affettuosa intimità della casa ritrovata.

Nel racconto è presente anche un fratello maggiore il quale non riesce a condividere la gioia del padre perché dominato dall’invidia e dalla gelosia: Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici. Questo figlio rimasto a casa ragiona, in realtà, come quello che se ne andato. Vive in casa, ma percepisce la relazione con il Padre come fatica, sacrificio, mortificazione ed è convinto anch’egli che fuori si stia meglio. Pertanto, considera il fratello minore, non come un povero ed un infelice da salvare, ma una persona fortunata, tutt’al più da punire perché ha lapidato il patrimonio. Non riesce a comprendere che vivere in casa è motivo di gioia, di condivisione: Figlio tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo. Il figlio maggiore rappresenta tutti coloro che “si stupiscono delle conversioni e del perdono concesso a chi non si immaginava, e forse non si desiderava”.

La parabola ci descrive il cammino che porta dal peccato alla grazia. La misericordia, l’amore e la riconciliazione del Padre ci sono date oggi nella Chiesa. Noi siamo stati chiamati a fare parte della grande famiglia di Dio, non per salvare la Chiesa - poiché la Chiesa, che è il corpo di Cristo, non ha bisogno di salvezza - ma per salvare noi stessi perché restando dentro la Chiesa, la nostra casa, possiamo realizzare il nostro destino soprannaturale, cioè la comunione con Dio. Tutte le verità di fede che la Chiesa propone, i sacramenti - in particolare in questo tempo di quaresima la confessione e l’eucarestia -che essa celebra hanno un unico grande motivo: annunciare che Dio fa irruzione nella banalità dell’esistenza quotidiana, interviene nella storia umana e chiama l’uomo a condividere la Sua vita divina. La Chiesa, allora, non è un muro, una prigione, ma esistenza e vita.

Esorta Sant’Ambrogio: Alzati, vieni di corsa alla Chiesa: qui c’è il Padre, qui c’è il Figlio, qui c’è lo Spirito Santo. Egli ti corre incontro, perché ti ascolta mentre stai riflettendo tra te e te nel segreto del tuo cuore. Nel correre incontro c’è la sua prescienza, nell’abbraccio la sua clemenza e la viva sensibilità del suo cuore.

Ti potrebbe interessare