Da L'Aquila la preghiera per i terremotati di Marche e Lazio

Una immagine della Perdonanza con il cardinale Menichelli di Ancona e l'arcivescovo Petrocchi de L'Aquila
Foto: Perdonanza
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 Petrocchi è stato per oltre 13 anni parroco di Trisungo, che dista 2,5 km da Arquata del Tronto e 5,6 km da Pescara del Tronto, e si è recato nei paesi terremotati dell’aquilano entrati a fare parte del cratere sismico, tenendosi costantemente in contatto con i parroci dei comuni terremotati della provincia con una visita alle comunità parrocchiali ricadenti nel Comune di Montereale.

Ha incontrato la popolazione ancora impaurita per le continue scosse assicurando la sua profonda partecipazione e la vicinanza di padre e pastore, concludendo con una preghiera per le vittime della vicina Amatrice e delle altre zone del reatino e dell’ascolano insieme ai parroci della zona.

In quei giorni a L’Aquila si celebrava la Perdonanza celestiniana e in quella occasione Petrocchi ha pregato insieme a tutti i fedeli per le vittime e i superstiti del sisma dello scorso 23 agosto, che ha colpito l’Italia centrale: “Come aquilani, abbracciamo con immenso affetto e concreta partecipazione le popolazioni-sorelle del territorio reatino e ascolano, sconvolte dalla tragedia del sisma. Le immagini dolorose che i media lasciano scorrere davanti a noi, rievocano sentimenti laceranti nella nostra gente: pure l’ ‘anima aquilana’ sanguina con le stesse ‘pulsazioni esistenziali’ di questi sventurati vicini, mescolando la propria tristezza con la loro”.

Durante l’omelia della messa di chiusura della Perdonanza, celebrata nella basilica di Santa Maria di Collemaggio (aperta straordinariamente per l’occasione perché ancora seganta dal sisma del 2009), mons. Petrocchi ha sottolineato: “Perdonanza fa rima stretta con accoglienza, specie delle persone più bisognose di aiuto, e con fratellanza, che, essendo universale, non ammette recinti escludenti. L’amore cristiano non lascia nessuno fuori della porta del proprio cuore… Oggi, in nome della Perdonanza, da aquilani, ci dichiariamo pronti a stare a fianco di queste genti amiche, per condividere la loro croce ma anche per camminare insieme sulla via della risurrezione: spirituale e sociale.

Lo ‘scacco matto’ che il cristiano può dare al male, in tutte le sue forme, non sta solo nel neutralizzarlo, ma consiste nel ribaltarlo nel suo opposto, trasformandolo in occasione di bene. Così l’avvilimento disfattista viene trasformato in vita gioiosa e più bella; le divisioni sono bruciate nel fuoco vivo della comunione; le fragilità e le sconfitte, immerse nella Pasqua di Gesù, diventano sorgenti di pienezza e di luce... L’immediata ed efficiente solidarietà che è subito scattata, saldando in creativa unità istituzioni e popolazione, comunità ecclesiali e organismi civili, dimostra che, anche lì come da noi, il terremoto ha già perso la sua guerra”. Ed in apertura, accedendo il fuoco della Perdonanza, l’arcivescovo de L’Aquila aveva ricordato la valenza del perdono non solo religioso, ma anche civile: “La Perdonanza è una ‘intuizione pastorale’ di straordinaria portata, sia nell’ambito religioso come nella dimensione sociale.

Infatti, l’arte del perdono evita che i conflitti si infettino e degenerino in cancrene relazionali. Ciò è vero per la comunità cristiana, ma anche per quella civile… Sono persuaso che proprio la ‘lezione’ della Perdonanza debba essere l’anima che guida la ricostruzione della Città e la destina ad un luminoso avvenire, visitato da Dio e ammirato dagli uomini”. Poi ha collegato la Perdonanza al Giubileo della Misericordia: “Avanzo la ragionata ipotesi che la ‘matrice costitutiva’ del Giubileo sia da individuare nella Perdonanza: le due celebrazioni, infatti, evidenziano un ‘patrimonio genetico’ comune.

Per questo ritengo fondata la congettura secondo cui san Celestino V potrebbe chiedere a Bonifacio VIII ‘i diritti d’autore’ sul Giubileo, almeno in quanto artefice del ‘progetto ecclesiale’ che ne ha disegnato la fisionomia teologica: ma sono certo che non lo farà!” Nell’omelia per la messa di apertura della Porta Santa di Collemaggio, l’arcivescovo di Ancona-Osimo, card. Ernesto Menichelli ha sottolineato che la ‘Perdonanza Celestiniana’ è una celebrazione colma di spirituale letizia: “Al centro della fede sta Cristo nostro Salvatore che ha pagato per l'umanità il debito della nostra disubbidienza all'amore di Dio. Egli è dentro la storia perché sia una storia di vita. Passando per Lui si entra nella pace e si vive nell'abbondanza non delle cose che creano divisioni e ingiustizie, ma nell’abbondanza dell’amore e del dono pacificante. Cristo è la misericordia fatta carne, il perdono fatto storia. Il perdono non è una parola bensì, un  fatto. Egli si è fatto perdono sulla croce, nella sua paga la nostra riconciliazione. In Lui e con Lui il perdono è vero: se non perdi, non perdoni”.

La salvezza, secondo il cardinale, arriva attraverso la misericordia: “Non c’è misericordia senza l’amore imitato del Crocifisso. Qui torna utile il riferimento a san Celestino, uomo pieno dello spirito di Dio capace di fare della sua vita una testimonianza di fedeltà a Cristo Signore da lui creduto ‘luce nella nebbia del mondo e nelle tenebre dell’ignoranza’… Il perdono accolto ti fa riconoscere il peccato e ti fa libero dalla durezza del cuore. Il perdono ti restituisce la dignità. La mortificante esperienza dell'umanità della quale io e voi facciamo parte e della quale ci facciamo giudici, è sconvolgente: invece di accogliere Dio Padre che perdona e salva,  usa Dio per giustificare ogni strategia di morte, di esclusione, di dominio. La misericordia ritrovata e accolta è sorgente di una storia personale, familiare e sociale pacificata e pacificante”. Solo una ‘coscienza sanata’ dall’amore di Dio, ha concluso il card. Menichelli, può generare opere di misericordia: “Frutto e compito di una coscienza sanata dall'amore di Dio (san Celestino direbbe una coscienza pentita e assolta) sono le opere di misericordia che splendono di giustizia e di generoso servizio.

Nella misericordia praticata ogni persona, la comunità ecclesiale, i poteri pubblici collaborano, a modo proprio, al compimento del disegno d’amore di Dio. Le azioni misericordiose sono un unguento che aiuta ad oltrepassare gli spazi della storia dove vivono i conflitti che tanta dignità tolgono alla persona”.

 

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