Diario dall’Ucraina: Kyiv, la capitale che ricomincia a vivere

Si sentono i missili in lontananza, a volte ci sono blackout, ma la capitale dell’Ucraina ha ripreso la vita normale. La guerra continua, ma la voglia di ricostruire è tanta

Il quadro colpito da una scheggia nel villaggio di Peremoha al centro della mostra "Ucraina Crocifissa"
Foto: AG / ACI Group
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Il treno che da Przemysl porta Kyiv viaggia per 10 ore di notte, ed è incredibilmente pieno di persone. Przemysl è una cittadina polacca, molto piccola, a 15 chilometri dal confine, che si è trovata negli scorsi mesi di guerra ad affrontare l’emergenza rifugiati. Si calcola che in 7 milioni hanno passato il confine con la Polonia dall’inizio dell’aggressione russa, e per molti Przemysl era il primo approdo.

ACI Stampa ha viaggiato tra Polonia e Ucraina con una piccola delegazione di giornalisti, per un viaggio organizzato dalle Ambasciate di Polonia e Ucraina presso la Santa Sede. Si tratta di vedere la situazione con i propri occhi, di andare nelle zone lì dove c’è stato il conflitto, ma anche di guardare al futuro.

Quello che colpisce è che tutti non vedono un futuro senza una vittoria dell’esercito ucraino. Lo diceva una rifugiata ucraina a Przemysl, che sottolineava come la vittoria ucraina sarebbe dovuta essere anche “la vittoria della Caritas e di tutti quelli che ci hanno aiutato”. Ma non è la sola.

Il tema della vittoria torna spesso nelle parole di quanti sono fuggiti o sono in Ucraina. Perché non si vede altra soluzione, nessuna altra possibilità di vivere pacificamente.

“Innanzitutto- spiega l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina - le guerre non dovrebbero esistere, perché noi esseri non possiamo “vincere” gli uni contro gli altri. Ma capisco bene la mente degli ucraini quando la parola ‘sopravvivere’ significa ‘difendersi’ in questa guerra; è ciò che loro intendono per ‘vittoria’”.

Tanto più – aggiunge - “che gli Ucraini vedono i programmi russi nei quali ogni sera si sottolinea che l’Ucraina sarebbe proprietà della Russia, e giustificano la situazione corrente. Da questo, le persone non possono che dedurre che la fine della guerra può andare bene per loro solo con una difesa, ossia ‘vittoria’ militare”.

Il nunzio accoglie la piccola delegazione nella nunziaura, in una Kyiv completamente innevata. Ci sono ancora blackout, ma sono controllati, mentre la capitale ha ripreso a vivere dopo l’assedio russo. Ormai, si è abituati anche a sentire gli attacchi missilistici in lontananza. Il traffico è intenso, le persone escono, c’è una atmosfera più rilassata.

Il nunzio è l’unico diplomatico rimasto a Kyiv, oltre all’ambasciatore di Polonia, durante l’assedio. Al tempo, il personale della nunziatura si era spostato a dormire al piano terra, mentre dei tavoli bloccavano gli ingressi. Ma di quel tempo restano solo alcuni “cavalli di frisa” vicino gli edifici governativi. Per il resto, Kyiv ha ripreso a vivere.

“Prima della pandemia – racconta il vescovo latino di Kyiv Žytomyr Vitalij Kryvyt'kyj – celebravamo in cattedrale 8 mese ogni domenica, cui partecipavano 1500 persone. Dopo la pandemia, abbiamo avuto tre messe domenicali per un periodo, e ora ne abbiamo sette: abbiamo soppresso la messa in lingua inglese, perché sono andati via gli studenti e non è più partecipata, e allo stesso modo abbiamo sostituito la Messa in lingua russa con quella in lingua ucraina”.

La cattedrale era stata confiscata dai sovietici, che ne avevano fatto un planetario. “I comunisti volevano che la gente vedesse il cielo, ma non quello che c’era al di là del cielo”, commenta il vescovo.

Ora, ci si prepara al Natale, e sarà un Natale ancora in guerra. Difficile, quindi, parlare di perdono. “Non possiamo dare il perdono a chi non ce lo chiede”, spiega. E sottolinea che il lavoro più grande, oggi, è quello di superare i traumi, perché “sappiamo che in alcuni casi basta una pacca sulla spalla. Ma una donna che è stata stuprata non può essere nemmeno toccata”.

Kyiv ha un passato sovietico ingombrante, ed è evidente che se ne voglia liberare. Lo fa coltivando la memoria e la storia. C’è un Museo, tra l’altro proprio di fronte il centro del Chiesa Ortodossa legata al Patriarcato di Mosca, che raccoglie tutte le armi dei sovietici: elicotteri persi nella guerra in Afghanistan, carri armati, resti di aerei.

In questo museo, si è creata una esibizione, “Ucraina Crocifissa”, che fa memoria dei giorni dell’assedio di Kyiv da parte dei sovietici. Addirittura, viene riprodotto uno dei rifugi sotterranei, in maniera certosina e precisa, con le iscrizioni sulle pareti e il cibo.

“Questo veniva portato dai russi – racconta il curatore della mostra – che solo raramente concedevano alle persone di uscire e andare nei supermercati a prendere cibo, o di cuocere all’aperto. E in quel caso al checkpoint le persone venivano costrette a filmare video in cui ringraziavano i militari russi per l’aiuto”.

Incredibile, tuttavia, la volontà di creare memoria della guerra quando ancora una memoria storica non si è costruita. L’Ucraina vuole imparare dagli errori del passato, e non vuole che il passato torni. È significativo, in questo senso, che centro della mostra sia un quadro della Vergine colpito da una scheggia, proveniente da una chiesa che è finita completamente distrutta dalle bombe. È il segno di una identità, che gli ucraini sentono cristiana. Ed è il simbolo dell’idea che venga negato al loro popolo di esistere.

 

(2 – continua)

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