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Diplomazia pontificia, le relazioni con la Mongolia, la diplomazia dietro l’Ucraina

Papa Francesco è in Mongolia. È il primo viaggio di un Papa nel Paese. La storia delle relazioni diplomatiche. La questione ucraina e la diplomazia paralella

Un cavaliere mongolo | AG / ACI Group Un cavaliere mongolo | AG / ACI Group

Primo Papa a toccare il suolo della Mongolia, Francesco è arrivato in un Paese ricostruito dopo settanta anni di socialismo. C’è la libertà religiosa, ma la Chiesa è ancora parificata ad una ONG, con gli obblighi di assunzione di un tot numero di personale locale. C’è, però, una attività viva della Chiesa. E c’è un lavoro per raggiungere un accordo tra Santa Sede e Mongolia che permetta finalmente di dare status giuridico alla Chiesa.

Intanto, è esplosa la polemica per le parole di Papa Francesco riguardo la Russia e la sua eredità culturale. Da segnalare sono alcune risposte diplomatiche, che tra l’altro rischiano di mettere a rischio la posizione della Santa Sede come possibile mediatore del conflitto, semmai ci sia stata una opportunità.

                                                           FOCUS MONGOLIA

Come sono nate le relazioni tra Mongolia e Santa Sede?

Uscita dal cono d’ombra dell’Unione Sovietica, la Mongolia comprese subito la necessità di aprire relazioni diplomatiche. Ma serviva una spinta. E la spinta venne, nel 1991, dal consolo onorario di Mongolia in Italia Aldo Colleoni.

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Questi notò che l’economia del Paese, dopo il cambio del sistema economico, era in un periodo difficile, laddove le privatizzazioni delle industrie non garantivano ancora uno sviluppo economico interno favorevole; la crisi della produzione in campo agricolo e industriale si riversava in modo negativo sulla popolazione che attraversava un periodo difficile.

C’era poi bisogno di allargare alleanze internazionali. Così, a partire dal 1991, il console Colleoni prese una serie di iniziative in Italia per ottenere cospicui aiuti umanitari da parte del Governo italiano.

Colleoni, inoltre, non trascurò di contattare la Santa Sede, incontrando l’allora monsignor Claudio Maria Celli (oggi arcivescovo) e l’allora arcivescovo (poi cardinale) Jean-Louis Tauran come “ministro degli Esteri” Vaticano, verificando la disponibilità della Santa Sede a cogliere eventualmente una richiesta di apertura delle relazioni diplomatiche da parte della Mongolia.

Ricevuta risposta positiva, l’ambasciatore di Mongolia Chasbat, con sede a Belgrado, si recò in Vaticano per portare le trattative a un livello più alto.

Dopo questa fase preparatoria, superati alcuni problemi dalla nuova Costituzione in essere in Mongolia dal 1991 sulle libertà religiose, ci fu lo scambio di Note Verbali che ha ufficializzato il reciproco riconoscimento dei due Stati.

Il tutto si è svolto in pochi mesi e ha permesso alla Santa Sede di inviare i primi missionari della Consolata a Ulaanbataar. Arrivati nel 1992, guidati dall'allora Padre Padilla, futuro vescovo, hanno ricevuto un'immediata assistenza dallo stesso console Colleoni e da Batjargal, responsabile del cerimoniale del Governo.

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Tra le possibilità di assistenza: l’individuazione di un appartamento, un corso di lingua mongola per i missionari, il necessario per superare l’inverno. Colleoni, nel 1992, fece anche realizzare “un grande crocifisso in legno da un artista mongolo con un Cristo con i lineamenti asiatici da collocare nell'appartamento occupato dai due missionari, ma adibito anche a primo luogo di culto”.

Ulteriori contatti tra Santa Sede e Mongolia ci furono con la visita del Cardinale Crescenzio Sepe a Ulaanbatar per inaugurare la cattedrale di San Pietro e Paolo, e varie altre iniziative, sempre con Colleoni in primo piano.

Tra le tante iniziative ha assunto un significativo rilievo la visita del Presidente della Repubblica della Mongolia Bagabandi in Vaticano accompagnato da Colleoni assieme al responsabile del Monastero buddista Gandam di Ulaanbataar, visita restituita ora da Papa Francesco.

                                                           FOCUS UCRAINA

Le parole di Papa Francesco e la risposta della nunziatura apostolica

Prima ancora della risposta della Sala Stampa della Santa Sede, c’è stato un breve comunicato della nunziatura apostolica a Kyiv che ha fatto chiarezza sulle parole di Papa Francesco con i giovani russi. Il Papa era intervenuto in videoconferenza il 25 agosto, rispondendo a varie domande di un incontro di giovani, e poi concludendo l’incontro con il riferimento a Pietro il Grande, Caterina di Russia e la Madre Russia come parte di quei valori fondanti cui i giovani russi dovevano rifarsi.

Questo saluto finale non era nella trascrizione della Sala Stampa della Santa Sede, ma era invece segnalato subito nella trascrizione della conversazione presentata sul sito dell’Arcidiocesi della Gran Madre di Dio a Mosca, con tanto di video.

Le parole del Papa avevano suscitato subito la reazione del ministero degli Esteri ucraino, e poi anche di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, padre e capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, che in un comunicato aveva fatto notare come il Papa stesse esaltando proprio i maggiori fautori dell’imperialismo russo, con parole in contrasto con quello che il Papa ha sempre predicato.

La nunziatura ha sottolineato che in particolare, secondo alcune interpretazioni, Papa Francesco avrebbe incoraggiato i giovani cattolici russi a prendere esempio da alcuni personaggi storici russi, conosciuti per le idee ed azioni imperialiste ed espansioniste, realizzate a detrimento dei popoli vicini, compreso quello ucraino”.

“Questa Rappresentanza Pontificia – continuava il comunicato della nunziatura -  rifiuta fermamente le suddette interpretazioni, in quanto Papa Francesco non ha mai incoraggiato idee imperialiste. Al contrario, egli è un convinto oppositore e critico di qualsiasi forma di imperialismo o colonialismo, in tutti i popoli e situazioni. In questa stessa chiave vanno interpretate anche le parole del Romano Pontefice, pronunciate il 25 agosto scorso”.

L’arcivescovo maggiore Shevchuk si era spinto al punto di chiedere che “per evitare che le parole e le intenzioni del Santo Padre siano manipolate, aspettiamo dalla Santa Sede una spiegazione della situazione”, e aggiungeva che “la Chiesa Greco Cattolica Ucraina, insieme a tutta la società civile in Ucraina, condanna l’ideologia del ‘mondo russo’ e tutto il modo criminale di essere russi”.

Per ideologia del “Mondo Russo” (Russkyi Mir) si intende il principio, promosso anche dal Patriarcato di Mosca, che i popoli della Rus’ storica siano uniti, assorbiti nell’unica identità russa. Questo includerebbe l’Ucraina e la Bielorussia.

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Non è la prima volta che il Papa si trova in una “leggerezza” diplomatica. Era già successo quando in una intervista indirizzò una dura critica a ceceni e buriati che poi richiedette una nota del Cardinale Pietro Parolin.

Il vescovo Vitalij Skomarovskyi di Luc’k, presidente della Conferenza Episcopale Ucraina di rito latino, ha affermato al Sir che “come Chiesa e società ucraina, rifiutiamo e consideriamo inaccettabile qualsiasi manifestazione di sostegno alla ‘Russkij mir’ (‘mondo russo’, n.d.r), che tanto dolore e sofferenza ha portato alla nostra terra e alle nostre famiglie”.  

Allo stesso tempo, il vescovo Skomarovskyi ha sottolineato che “tenendo conto e ricordando tutto ciò che Papa Francesco ha fatto e sta facendo per l’Ucraina, non abbiamo dubbi sul suo sostegno al nostro popolo. Esprime questo sostegno costantemente e ad alta voce, non permettendo al mondo di dimenticare la sofferenza del popolo ucraino. Siamo convinti che tali malintesi siano causati dalla mancanza di un dialogo adeguato tra il Papa e l’Ucraina, a livello ecclesiastico e diplomatico”.

Le parole del Papa hanno invece trovato una buona recezione in Russia. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha sottolineato in una intervista all’ANSA la scorsa settimana che le relazioni con la Santa Sede sono improntate su  "un approccio reciprocamente rispettoso e costruttivo" e Mosca "apprezza molto la linea equilibrata del Vaticano sul conflitto in Ucraina e gli sforzi della Santa Sede e di Papa Francesco personalmente per cercare una soluzione pacifica che purtroppo sono apertamente respinti dal regime di Kiev".

Come reazione invece immediata alle parole del Papa ai giovani russi, Dmitrij Peskov, portovace del Cremlino, ha detto alla TASS: “Questa non è la prima volta che gli ucraini criticano Papa Francesco per le sue aspirazioni per la Russia. In precedenza, Kiev aveva respinto le proposte di mediazione di Francesco per raggiungere la pace in Ucraina."

Peskov ha anche aggiunto che "il Pontefice conosce la storia russa, e questo è molto positivo. È davvero profonda, ha radici profonde. Questa eredità [dovrebbe] essere costantemente trasmessa ai nostri giovani' e ciò va ricordato."

La Lituania convoca il nunzio dopo il discorso ai giovani russi

Gabrielius Landsbergis, ministro degli Affari Esteri di Lituania, ha invitato ad inizio settembre ad un colloquio l’arcivescovo Peter Rajic, nunzio apostolico in Lituania, Lettonia ed Estonia. Paulina Levitskite, portavoce del ministero, ha sottolineato che il nunzio è stato invitato “per un colloquio all’inizio di settembre, quando l’arcivescovo tornerà dalle vacanze”.

Durante il colloquio, si parlerà delle dichiarazioni del Papa ai giovani russi, e in particolare sulle affermazioni della Russia. Secondo alcuni osservatori, il colloquio è stato concordato tra tutti i Paesi Baltici. La nunziatura di Vilnius, infatti, copre tutti i Paesi del Baltico. Questi, sin dall’inizio dell’aggressione russa su vasta scala in Ucraina, hanno preso posizione netta in favore di Kyiv, temendo anche che la Russia procedesse ad attacchi simili nei loro confronti. In particolare, in Lituania c’è il corridoio di Suwalki, una striscia di terra che separa dalla exclave russa Kaliningrad, che è considerato particolarmente a rischio.

Il consigliere di Zelensky contro le parole del Papa sui giovani russi

Mykhailo Podolyak, uno dei più importanti consulenti del presidente ucraino Volodomyr Zelensky, sollecitato da una intervista del Corriere della Sera sulle parole del Papa che ha esaltato la Russia di Pietro il Grande e dell’Imperatrice Caterina, ha detto di ritenere le parole del Papa “un discorso distruttivo per l’umanesimo contemporaneo”.

Podolyak ha aggiunto che “se valutiamo con una mente aperta le frasi del Papa, vediamo che sono un incoraggiamento incondizionato all’imperialismo aggressivo, un plauso all’idea sanguinaria del ‘mondo russo’ che implica la brutale distruzione delle libertà e degli stili di vita altrui”.

Il consigliere di Zelensky ha dunque rimarcato che “Francesco incoraggia l’ideologia misantropica di Putin, le sue manie genocide. C’è da chiedersi cosa sia la Chiesa Cattolica, cosa il cristianesimo, cosa sia l’Ucraina insanguinata da vittime innocenti”.

E ha concluso: “Sembra che il Pontefice, ancora una volta, sia stato strumento della Propaganda Russa. È proprio facendosi forte della triade Pietro – Caterina – Stalin che l’esercito russo viene a uccidere gli ucraini. Il Papa li esalta e Putin li usa per eliminare la nostra identità. Ancora oggi non mi capacito come la Santa Sede non abbia compreso la dannata futilità e il nulla della prospettiva storica insita nell’essenza genocida della moderna Mosca”.

                                                           FOCUS NUNZIATURE

Papa Francesco nomina il nunzio in Camerun

L’arcivescovo Josè Avelino Bettencourt termina un quadriennio come nunzio apostolico in Georgia e Armenia, e viene destinato come “ambasciatore del Papa” in Camerun e Guinea equatoriale. La nomina è stata annunciata il 29 agosto.

L’arcivescovo Bettencourt, che aveva servito precedentemente anche come capo del protocollo della Segreteria di Stato vaticana, termina così un mandato nel Caucaso particolarmente fruttuoso: ha aperto la sede della nunziatura a Yerevan, in Armenia, ha accolto in Georgia e Armenia sia l’arcivescovo Paul Richard Gallagher che il Cardinale Pietro Parolin, ha organizzato anche la venuta del coro di Tbilisi per un concerto nella Cappella Sistina.

L’arcivescovo Bettencourt lascerà la nunziatura alla fine del mese di ottobre 2023, per poi cominciare la sua nuova missione in Caucaso meridionale.

Rinuncia il nunzio in Giappone

Anche l’arcivescovo Leo Boccardi, nunzio in Giappone, approfitta della possibilità data dal regolamento delle nunziature pontificie e rinuncia all’incarico al compimento dei settanta anni di età. Lascia la posizione di nunzio in Giappone, che ricopriva dal 2021.

Classe 1953, sacerdote dal 1979, Boccardi è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1987, e ha prestato successivamente la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Uganda, Papua Nuova Guinea, Belgio, e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

Nel 2001, Boccardi è stato nominato rappresentante della Santa Sede presso varie organizzazioni internazionali con sede a Vienna, mentre nel 2007 è scelto come nunzio in Sudan e Eritrea, posizione che mantiene fino al 2013, quando è stato inviato come ambasciatore del Papa in Iran.

Le rinunce dei nunzi apostolici sono pubblicate dal bollettino della Sala Stampa della Sede in seguito alle nuove norme stabilite dal Motu proprio “Imparare a congedarsi”, pubblicato il 15 febbraio 2018. Secondo il motu proprio, i nunzi seguono la stessa procedura di vescovi e capi Dicastero della Curia non cardinali: anche i rappresentanti pontifici “non cessano ipso facto dal loro ufficio al compimento dei settantacinque anni di età, ma in tale circostanza devono presentare la rinuncia al Sommo Pontefice”. Per essere efficace, la rinuncia dev’essere accettata dal Papa.

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La Santa Sede a New York, contro le armi nucleari

Il 29 agosto, l’arcivescovo Gabriele Caccia, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha tenuto un discorso all’incontro plenario di Alto Livello dell’Assemblea Generale per Commemorare e Promuovere la Giornata Internazionale Contro i test Nucleari.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Caccia ha sottolineato che, 78 anni dopo il primo test nucleare in New Mexico, i test nucleari hanno causato grave danno, inclusi sfollati, problemi sanitari molti generazionali, e l’avvelenamento di cibo e acqua.

Il nunzio ha sottolineato che gli Stati che si appoggiano sulla deterrenza nucleare hanno un obbligo legale e morale per ripristinare vite, comunità ed ecosistemi messi a rischio da questi test.

L’arcivescovo Caccia ha espresso il supporto della Delegazione della Santa Sede per il Trattato Generale per il Bando dei Test Nucleari e il rafforzamento del bando di test esplosivi nucleari nel Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari.

Riguardo quest’ultimo trattato, la Santa Sede ha partecipato attivamente alla sua promulgazione, operando per la prima volta nella sua storia alle Nazioni Unite come Stato votante, sebbene non formalmente membro.

La Santa Sede a New York, per una cultura della pace

Lo scorso 31 agosto, l’arcivescovo Gabriele Caccia, Osservatore Permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, ha parlato al Forum ONU di Alto Livello sulla cultura della pace, dal tema “Promuovere la pace nell’era digitale”.

Il nunzio ha notato che il progresso digitale ha portato opportunità e sfide per promuovere una cultura di pace, e sottolineato che l’Intelligenza Artificiale è proprio al cuore del prossimo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di papa Francesco.

La Santa Sede si è focalizzaata sull’impatto delle tecnologie digitali sull’educazione, che possono essere cruciali nel portare avanti valori e obiettivi di cultura di pace, ma rischiano anche di creare una educazione di comodo se ci si affida troppo ad essi.

E sì, le tecnologie digitali possono facilitare una cultura dell’incontro e di dialogo, ma solo quando permettono agli individui di esercitare il loro diritto alla libertà di opinione ed espressione, altrimenti si deve ricordare di avere gli stessi doveri nel proteggersi contro una “società di disinformazione”.