Diplomazia pontificia, occhi puntati su Medio Oriente e Repubblica Democratica del Congo

Una veduta del Palazzo di Vetro, sede delle Nazioni Unite a New York
Foto: AG / ACI Stampa
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Ancora una volta, la Santa Sede chiede dialogo in Medio Oriente, e in particolare una soluzione negoziata del conflitto israelo palestinese che porti alla soluzione di due Stati. Ma non è il solo scenario difficile su cui è focalizzato lo sguardo della diplomazia pontificia: più volte, Papa Francesco ha in questi ultimi giorni rinnovato l’appello per una soluzione pacifica nella Repubblica Democratica del Congo.

 Per il dialogo in Medio Oriente

Il dialogo tra israeliani e palestinese va ripristinato con urgenza: lo ha detto l’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, nel corso del dibattito al Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese, che si è tenuto lo scorso 25 gennaio.

Nel suo intervento, la Santa Sede ha fatto notare che i conflitti armati in Medio Oriente causano la sofferenza di milioni di persone e richiamato il Consiglio ad applicare le misure descritte nella Carta delle Nazioni Unite per terminare le crisi umanitarie della Regione. L’arcivescovo ha chiesto anche di riavviare urgentemente il dialogo tra israeliani e palestinesi per la soluzione dei due Stati, e ha chiesto ancora una volta di rispettare lo status quo di Gerusalemme, perché “non ci può essere alcun dubbio che la Città Santa di Gerusalemme ha un posto davvero speciale non solo nel cuore dei suoi abitanti, ma anche per i fedeli delle tre religioni monoteiste abramitiche”.

Una visita in Vaticano per il primo ministro del Kosovo

Behgjet Pacolli, primo ministro del Kosovo, ha incontrato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, lo scorso 25 gennaio. La visita di Pacolli in Vaticano si è inserita nel quadro di una più ampia visita in Italia. La notizia è stata divulgata attraverso i canali ufficiali del governo kosovaro.

Il colloquio è stato definito “cordiale”. Nel decimo anniversario dal riconoscimento del Paese, il Kosovo ha relazioni diplomatiche con 115 Paesi e un quadro costituzionale stabile per regolare le relazioni interetniche e religiose, ha notato il premier Pacolli. Il premier ha anche chiesto di intensificare i contatti tra Kosovo e Vaticano.

L’arcivescovo Gallagher ha fatto sapere che il Papa segue con attenzione gli eventi del Kosovo, e ha assicurato ogni sforzo per accrescere la quantità e la qualità dei rapporti bilaterali. Al culmine della crisi dei rifugiati nel 2016, si era pensato alla possibilità di un viaggio Papa Francesco nella nazione, che era territorio di passaggio per molti immigrati. Ora, potrebbe essere l’arcivescovo Gallagher ad andare in Kosovo, invitato dal premier Pacolli per il decimo anniversario dell’indipendenza.

Il nunzio in Nicaragua ai saluti

L’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, finora nunzio in Nicaragua, è già stato designato per la sua prossima destinazione: Trinidad e Tobago. Lo scorso 24 gennaio, il nunzio ha ricevuto il caloroso saluto del governo nicaraguegno. Denis Moncada, ministro degli Esteri del Nicaragua, ha sottolineato il “rafforzamento delle relazioni” tra il governo di Daniel Ortega e il Vaticano, dandone il merito all’arcivescovo Nwachukwu. Il discorso è avvenuto durante una sorta di cerimonia di addio per il nunzio, che ha ricevuto la decorazione dell’Ordine di San José de Marcoleta come cavaliere di gran croce.

Nicaragua e Santa Sede hanno rapporti diplomatici del 1908, e l’arcivescovo Nwachukwu è il diciannovesimo nunzio vaticano nel Paese. La sua assegnazione alla nunziatura di Antigua e Barbuda, Barbados, Dominica, Guyana, Giamaica, San Cristobal y Nevis, San Vicent y Granadina e Trinidad e Tobago è stata resa nota lo scorso 5 novembre. Nato nel 1960, di origine nigeriana, l’arcivescovo Nwachukwu è stato ordinato sacerdote nel 1984, ha licenze in Teologia Dogmatica e Diritto canonico, ed è entrato al servizio diplomatico della Santa Sede a partire da luglio 1994. In Segreteria di Stato, ha ricoperto il ruolo di capo del protocollo.

La situazione nella Repubblica Democratica del Congo

L’ultima manifestazione è stata repressa con la violenza, e a nulla sono valsi gli appelli di Papa Francesco al dialogoarrivati sia dal Perù che nell’ultima udienza generale. Lo scorso 22 gennaio, l’arcivescovo Marcel Utemb Tapa di Kisangani ha preso carta e penna e ha scritto direttamente al Papa nella sua qualità di presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo.

“A nome di tutti i vescovi membri della conferenza episcopale e del popolo di Dio – ha scritto l’arcivescovo Tapa – esprimiamo ancora una volta gratitudine a lei, santità, per la Sua attenzione benvolente e la Sua sollecitudine paterna”.

Gli appelli del Papa sono arrivati a seguito di dure repressioni da parte dell’esercito alla protesta non violenta contro il presidente Joseph Kabila, che rifiuta di rispettare l’accordo di San Silvestro del 2016. La Chiesa è in prima linea nella protesta, e c’è un Comitato Laico di coordinamento vicino alla Chiesa. Durante l’ultima marcia, domenica 21 gennaio, ci sono stati almeno 6 morti a causa della repressione, secondo dati ONU, e 2 morti secondo le autorità.

Il Cardinale Laurent Mosengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa che è anche parte del Consiglio dei Cardinali chiamato da Papa Francesco ad aiutarlo nel percorso di riforma, ha denunciato con forza la repressione. “Noi vogliamo che regni la forza della legge, e non la legge della forza”. La scorsa settimana è stato rapito anche un sacerdote, Robert Masinda, successivamente liberato.

C’è stato anche, negli scorsi anni, un invito per un viaggio di Papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo, e la visita era inizialmente prevista per marzo 2017. Fu poi cancellata. A dicembre 2017, il nunzio apostolico nel Paese, l’arcivescovo Mariano Montemayor, ha chiarito che un viaggio del Papa non sarà possibile fino a che non saranno svolte piene elezioni democratiche.

Filippine, un nuovo ambasciatore presso la Santa Sede

Le Filippine avranno un nuovo ambasciatore presso la Santa Sede: si tratta di Grace Relucio Princesa, che ha servito precedentemente come inviato presso gli Emirati Arabi Uniti. Relucio Princesa è molto conosciuta per il suo lavoro con i migranti filippini nel Medio Oriente.

La nomina del presidente Duterte è stata bene accolta dai vescovi, che sperano il nuovo ambasciatore avrà un ottimo rapporto con sacerdoti, suore e lavoratori sociali filippini in Vaticano. Ci sono cinque cappellanie filippine in Italia, a Roma, Milano, Bergamo, Padova e Firenze.

Siria: quale è il contributo che possono dare le Chiese alla pace?

Quale contributo possono dare le Chiese alla pace in Siria? Un quadro lo ha tracciato il Cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, in occasione del ricevimento di inizio di nuovo anno con i rappresentanti diplomatici accreditati a Damasco organizzato lo scorso 23 gennaio da Mar Ignatius Aphrem II, Patriarca siro-ortodosso di Antiochia.

Tra i partecipanti al ricevimento, anche Faisal Mekdad, viceministro degli Esteri siriano. Il Patriarca Ignatius Aphrem ha descritto il 2017 come un anno di sofferenze per il popolo siriano, e ha ringraziato ambasciatori dei governi per solidarietà con la Siria.

Secondo il Cardinale Zenari, le chiese sul territorio possono favorire la riconciliazione e il ritorno alla convivenza pacifica tra le varie componenti del popolo siriano.

Nello stesso giorno, colpi di mortaio sulla città vecchia di Damasco avevano provocato almeno otto morti e una ventina di feriti. Il Cardinale Zenari ha dovuto purtroppo constatare che “il conflitto è ancora in atto” e che la strada per una pace duratura è “sempre più lontana”, mentre la situazione è molto critica a Damasco.

Molte le iniziative della Chiesa in territorio siriano. Tra le ultime, l’iniziativa “Ospedali Aperti”, che ha l’obiettivo di tenere aperti e in funzione gli ospedali per andare incontro ai bisogni della popolazione. La Siria è stata da sempre uno dei centri di interesse della diplomazia pontificia, e Papa Francesco ha mostrato una particolare attenzione per il Paese: la sua prima iniziativa diplomatica è stata una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria e Medio Oriente indetta il 7 settembre 2013.

Nell’occasione, la Segreteria di Stato vaticana organizzò anche un incontro con gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede per delineare le priorità della diplomazia pontificia per la soluzione del conflitto. L’allora “ministro degli Esteri” vaticano Dominique Mamberti, oggi cardinale e prefetto della Segnatura apostolica, segnalò tre priorità per la Siria: il ripristino del dialogo, la preservazione dell’unità del Paese (si parlava al tempo di dividere il territorio in zone diverse per le componenti della società) e garantire unità e integrità territoriale del Paese.

 

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