Diplomazia Pontificia, entrano nel vivo i negoziati per l’accordo sulle migrazioni

La sede delle Nazioni Unite a New York
Foto: UN
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È cominciato un periodo intenso per la diplomazia pontificia, impegnata in prima linea nei negoziati per il Global Compact. All’attenta osservazione dei negoziati, la Santa Sede aggiunge anche dei cosiddetti “Side events”, eventi collaterali, che servono a mettere in luce con il mondo diplomatico alcuni dei temi che le stanno particolarmente a cuore. È successo questo, lo scorso 21 febbraio, con l’evento “Porre fine alla detenzione di minori migranti e rifugiati: determinazione del superiore interesse e alternative alla detenzione”.

L’evento ha visto la partecipazione di padre Michael Czerny, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Integrale, e dell’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore della Santa Sede presso l’ufficio Onu di New York. I negoziati per il Global Compact hanno avuto luogo il 20, 22 e 23 febbraio.

Le conclusione di padre Czerny

 Nel suo intervento, padre Michael Czerny ha parlato dell’importanza di porre fine la detenzione di minori, un tema che ha sollevato “una convinzione condivisa e un crescente consenso”. Nella dichiarazione di New York del 2016, il primo documento delle Nazioni Unite dedicato allo straordinario fenomeno migratorio che si sta vivendo di questi tempi, si sottolineò che la detenzione di minori doveva avvenire “il più raramente possibile”.

Per la Santa Sede, è ora tempo di fare un passo avanti, anche perché lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite ha chiarificato che anche la detenzione a breve termine “ha gravi e duraturi effetti sulla salute mentale e lo sviluppo del minore, e contraddice sempre il principio del migliore interesse del bambino”.

Per questo – ha spiegato padre Czerny – la Santa Sede cerca “alternative alla detenzione”, una vera sfida. E queste alternative devono essere considerate dai negoziatori dell’accordo globale, chiamati a dirimere la matassa dei “migliori interessi del bambino messi in contrapposizione con problemi di sicurezza nazionale e forse persino minacciati da espedienti politici”.

La Santa Sede chiede di evitare polarizzazione, considerando che il diritto degli Stati di controllare i movimenti migratori per il bene della nazione deve essere unito al dovere di risolvere e regolarizzare la situazione dei bambini migranti.

L’intervento dell’arcivescovo Auza

Dal canto suo, l’arcivescovo Auza ha notato che la comunità internazionale si era già impegnata con la dichiarazione di New York a porre fine alla pratica di detenere bambini migranti e rifugiati, dando “sempre primaria considerazione ai migliori interessi del bambino”.

Questo tema si trova all’Obiettivo 13 del cosiddetto “draft 0” del Global compact. “La detenzione di bambini migranti e rifugiati – sottolinea l’arcivescovo Auza – avviene nonostante ci siano solide prove di quanto questa pratica sia dannosa per i bambini e per il loro sviluppo”, e nonostante ci sia “un crescente consenso internazionale – rafforzato da giurisprudenza internazionale e regionale – che la detenzione dei bambini migranti è sempre contro il loro stesso interesse”.

E non è nemmeno – aggiunge l’arcivescovo Auza – nel migliore interesse degli Stati, dato che “è costoso, pesante e raramente evita nuovi possibili migranti”.

Ci sono però alternative in altri Stati, che sono emerse in alcuni posti e che sono da esaminare, per fornire una visione di quello che dovrebbe essere, e un percorso per quello che dovrebbe essere, per raggiungere l’ambizioso obiettivo di terminare la pratica della detenzione dei bambini.

L’intervento di monsignor Vitillo

Quali sono queste buone pratiche? Monsignor Robert Vitillo, segretario generale dell’International Catholic Migration Commission (ICMC), una confederazione composta dagli uffici per le migrazioni delle varie conferenze episcopali del mondo.

 Queste le linee guida: i minori stranieri non accompagnati e separati non saranno soggetti a rimpatrio forzato o a ritorni che potrebbero causare loro un danno; il tempo che i bambini trascorrono nei centri di prima accoglienza deve essere ridotto; i bambini devono essere curati da volontari esperti di agenzie specializzate, che devono anche essere utilizzate per migliorare le cure e ospitare le famiglie dei bambini; sono da migliorare e armonizzare le procedure per definire l’età in modo che tenga conto dei bambini; è da mettere in piedi un sistema nazionale di accoglienza strutturato e agile, con minimi standard da rispettare; vanno usati mediatori culturali che sappiano comunicare e interpretare i bisogni dei minori.

E poi, vanno destinate più risorse per aiutare gruppi e assistenti per aiutarli ad affrontare il grande influsso di rifugiati e migranti nei centri di accoglienza; e va infine considerato che la riunificazione della famiglia, assistita e volontaria, sia che avvenga nella nazione di origine che in una terza nazione, va compiuta solo al migliore interesse del bambino.

Monsignor Vitillo ha poi illustrato una buona pratica, che proviene dal ramo belga di Caritas Internationalis. L’associazione ha concluso che il coinvolgimento della famiglia è necessario per facilitare una pianificazione a lungo termine con i bambini migranti.

Per questo si cerca di restaurare il più possibile il legame con la famiglia. Gli operatori di Caritas Belgio cercano prima di tutto il consenso dei bambini, e lo devono fare con cura, perché i bambini spesso hanno paura, o non sanno come comportarsi. Ci vuole molto tempo e pazienza. Caritas Internatonalis Belgio porta avanti il progetto in un network internazionale con partner in 200 differenti nazioni.

La Santa Sede ai negoziati

I negoziati per il Global Compact su una Migrazione Sicura, Ordinata e Regolare si sono aperti il 20 febbraio a New York. Si tratta del primo di sessioni di negoziato, che si terranno una settimana al mese per sei mesi consecutivi

L'arcivescovo Auza ha preso la parola per sottolineare la visione della Santa Sede sul preambolo dell'accordo, sulla sua visione e i principi guida. Il rappresentante della Santa Sede all'ONU ha lodato all'approccio "portato all'azione" della bozza, sottolineando che ci sono nel testo vari elementi che possono rendere le migrazioni "più sicure e ordinate". L'arcivescovo Auza ha anche notato che la migrazione deve essere considerata un processo a due direzioni, basato sul mutuo rispetto, e ha enfatizzato la necessità di promuovere la povertà e l'impegno di salvaguardare dei diritti umani. 

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