Don Asolan: "I martiri di oggi, vittime di una eresia dell'amore"

Don Paolo Asolan e la famiglia di Milad, uno dei martiri egiziani
Foto: Facebook / Arturino Tosi
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C’è il martirio del sangue. Ma c’è anche il martirio silenzioso. C’è il martirio di coloro che vengono uccisi per la fede. E c’è il martirio di coloro che vengono messi ai margini perché cristiani. Tutti accomunati da un dato: “Sono tutte vittime di eresie dell’amore”. Prova a spiegarlo ad ACI Stampa don Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense. Di ritorno da un viaggio in Egitto, don Asolan porta con sé l’esperienza dell’incontro con la famiglia di uno dei 21 egiziani copti decapitati da membri dell’autoproclamato Stato islamico su una spiaggia di Libia lo scorso febbraio.

“I martiri – spiega don Asolan – sono testimoni di Gesù, di uno che ha detto ‘Io sono la verità’. E proprio in quanto testimoni di Gesù pongono la questione della verità. Nel martirio si manifesta un atto di amore, una misura di amore, che la ragione umana ha bisogno di integrare per poter essere fino in fondo se stessa. Appartiene alla pienezza della verità una conversione dell’amore. Ma oggi viviamo un tempo di eresie dell’amore; ci sono sempre state le eresie cristologiche, trinitarie… ma questo pare un tempo di eresie nuove, che non riguardano la fede, ma l’amore. Ed è proprio in nome dell’amore che si rinnega la verità, cioè Cristo”.

È in nome dell’amore che hanno verso Dio che dei musulmani promuovono l’uccisione di chi crede diversamente da loro, non meno che in Europa gente emancipata dalla religione uccide con l’aborto o l’eutanasia e tuttavia in nome dell’amore per l’uomo… C’è una “compassione” armata che pretende di selezionare quali siano gli individui degni della vita, giudicando una crudeltà la fede o l’adesione alla realtà, a quel che l’essere umano è in quanto creato da Dio. Eresie talora bandite in nome di un’obbedienza irragionevole ad un “dio” che vorrebbe la morte e non la vita, come è successo per i 21 martiri egiziani. “Ero in Egitto, per un giro che aveva lo scopo di conoscere le varie realtà pastorali dei frati minori. Mi sono trovato nella provincia centrale di Minia, e ho chiesto di poter andare in questo villaggio. Lì stanno costruendo una nuova chiesa dedicata ai martiri di Libia, perché 15 di quei 21 martiri provengono proprio da qui. Ho chiesto di poter conoscere la famiglia di Milad, perché mi aveva molto colpito, guardando il video, il fatto che mentre aspettava l’esecuzione, pregasse invocando il nome di Gesù. È morto con quel nome sulle labbra, è vissuto ed è morto per Lui”.

Un episodio che ha scioccato profondamente il paese egiziano, tanto che la chiesa che viene costruita in memoria dei martiri è finanziata dallo Stato, e “in un Paese dove anche un lavoro minimo per una chiesa cristiana deve essere approvato dal competente ufficio presso la Presidenza della Repubblica, il fatto che la chiesa sia finanziata proprio dalla Presidenza testimonia l’impatto che ha avuto la vicenda in tutto il popolo egiziano”.

E dire che la realtà egiziana è abituata e per certi versi convive da sempre con il martirio. “Si può dire – afferma don Asolan – che la fede dei cristiani copti si regga su due cardini: il monachesimo e il martirio. Si trovano molte sepolture di santi martiri in giro, spesso proprio nei monasteri del deserto. Per loro, la prospettiva del martirio non è remota, ma sempre possibile”.

Tuttavia, certe crudeltà – come l’uccisione di bambini o di anziani, entrati anch’essi nel novero dei martiri della chiesa copta – non lasciano comunque indifferenti, “perché non si può non rimanere sconvolti davanti a uccisioni tanto ingiustificabili, in quanto colpiscono innocenti, e non avversari pericolosi o nemici di una guerra”.

“C’è – dice don Paolo Asolan - una gratuità dell’odio, un mistero di iniquità che li aggredisce in quanto cristiani, in quanto membri del corpo di Cristo: qualsiasi spiegazione culturale o sociologica si ferma di fronte a questo che rimane un mistero, custodito dalla promessa di Gesù e dalla speranza della risurrezione. È il prolungamento della croce del Signore. È come un accanimento che dispiega una volontà distruttiva che a volerla capire fa soltanto sragionare. Il martirio da una parte manifesta la fede e la grazia di chi è chiamato a questo passo, che supera le nostre capacità. Dall’altra parte, manifesta qualcosa di chiaramente irragionevole, disumano. C’è senz’altro una radice che si esprime in ogni singolo caso di martirio, quanto più in quelli così spettacolari ai quali assistiamo: è una radice satanica, la volontà di eliminare Gesù Cristo e quel che gli appartiene”.

In Egitto, ma in tutto il Medio Oriente, questa radice assume troppe volte l’aspetto della morte fisica, che “non colpisce solo i cristiani: le donne yazide, ad esempio, sono state colpite oltre misura, con una brutalità che toglie il fiato”. “Questa volontà di eliminazione di Dio rivelatosi in Gesù dall’orizzonte della vita dell’uomo ha espressioni diverse in Europa, ma la medesima radice. Espressioni culturali, sociali, politiche. Sono meno sanguinose, ma di certo non meno numerose o meno crudeli”.

L’eresia dell’amore in realtà si incardina su una radice di odio.

“La persecuzione silenziosa in Europa – spiega don Asolan – non si compie certo in nome della fede, piuttosto della ragione, o meglio: dell’affermazione dell’autonomia dell’uomo da Dio, della valutazione della verità di qualcosa soltanto in base alla sua sperimentabilità, alla sua convenienza, alla sua sottomissione a una ragione strumentale, quindi al potere. Questo è forse l’ultimo esito della ragione illuminista, che pretende il possesso della realtà attraverso il potere e anche la violenza. L’irragionevolezza dell’odio rimane dietro il manto della tolleranza, e spesso nasconde una volontà di eliminazione: questa è la realtà che ci è messa sotto gli occhi proprio dalla vita e dalla morte dei martiri”.

La domanda irrompe naturale, in don Asolan: “è ancora umana questa ragione ? E’ fin troppo facile dire che relativismo e indifferentismo generano solo la vittoria del più forte, perché dove c’è indifferenza nelle valutazioni e parità di valore delle opinioni ci sono sofismi, non ricerca della verità: così può affermarsi chi ha più potere, anche con la violenza del sangue, col disprezzo per la vita umana”.

Una sfida per la Chiesa di oggi è vincere questa eresia dell’amore. E forse lo può fare grazie all’ecumenismo del sangue, di cui parla spesso Papa Francesco.

E magari un movimento di rinnovamento può venire proprio dall’Egitto. “Laboratorio” della primavera araba, l’Egitto è comunque – racconta don Asolan - “un mondo e una civiltà che si differenzia sia dal mondo arabo che dall’Africa. Quando ero lì, pensavo a quello che il Cardinal Casaroli diceva dopo aver fatto un primo giro di ricognizione diplomatica dei Paesi oltre cortina: ‘Se il comunismo cadrà, cadrà a partire dalla Polonia’. Ecco, penso lo stesso dell’Egitto, un paese islamizzato dove i cristiani sono ancora al dieci per cento. Penso che dall’Egitto – come dal Libano, per certi versi – può nascere qualcosa di nuovo per tutto il Medio Oriente. Il sangue dei martiri è pur sempre semente di nuovi cristiani”.

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