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Don Maffeis: “In queste settimane senza il popolo, abbiamo celebrato per il popolo"

"Al Governo abbiamo presentato le attese e le esigenze delle nostre Chiese, proponendo alcuni orientamenti per la ripresa delle celebrazioni liturgiche con la partecipazione dei fedeli, nel rispetto delle indicazioni sanitarie"

Don Ivan Maffeis, Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana |  | CEI Don Ivan Maffeis, Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana | | CEI

La Chiesa Italiana - che ha pagato in questa pandemia un prezzo altissimo in termini di sacerdoti uccisi dalla conseguenze del virus - si prepara alla cosiddetta fase 2, ovvero la ripartenza del Paese. Da oltre un mese si celebra la Messa senza il concorso del popolo e i Vescovi italiani sono ora in contatto con il Governo per ricominiciare a celebrare con i fedeli, nel pieno rispetto delle norme sanitarie. Bisognerà aspettare le decisioni del Governo, non prima del prossimo 4 maggio. ACI Stampa ne ha parlato con Don Ivan Maffeis, Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana

Molti credenti sono rimasti delusi dalla mancata possibilità di partecipare attivamente alle celebrazioni eucaristiche… Come avete sentito questo sentimento vissuto dai fedeli?

La pandemia ha messo in ginocchio il Paese, ha fermato il lavoro, ha strappato le pagine dell’agenda di tutti, ha imposto limitazioni che si sono riversate in maniera pesante anche sulla vita delle nostre comunità, portando in tutti disagio e sofferenza. In queste settimane senza il popolo, abbiamo continuato a celebrare per il popolo, portando sull’altare l’esistenza – con le sue fatiche e le sue speranze – di tutti, di vivi e defunti.

Alcuni hanno parlato di eccesso di clericalismo nella celebrazione della Messa a porte chiuse senza la partecipazione dei fedeli, una scelta non in linea con il Concilio.

Teniamo conto che non è stata una scelta liturgica, ma conseguenza imposta da una tempesta che si è già portata via oltre ventimila persone. In queste settimane abbiamo piuttosto toccato con mano la presenza e la vivacità della Chiesa, che nei suoi Pastori ha cercato di assicurare una grande carità spirituale. Così anche tanti laici, con la loro disponibilità, hanno animato e sostenuto la speranza nelle mille forme a cui hanno saputo dar vita, valorizzando le opportunità della rete. Certo, tutto questo funziona se è complementare, se è attesa dell’incontro pieno in carne ed ossa.

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Come ha reagito e come reagirà la Chiesa Italiana all’indomani di questa fase emergenziale?

Le misure legate allo stato d’eccezione sono legate all’evoluzione della situazione epidemiologica: un loro prolungamento sproporzionato assumerebbe i caratteri dell’arbitrarietà. La Chiesa italiana è consapevole di non poter semplicemente riprendere l’aratro là dove è stata costretta a lasciarlo; si tratta di immaginare una fase transitoria in cui tornare gradualmente alla vita comunitaria, con tutta la responsabilità che ci è chiesta per non rendere vani gli sforzi di tutti nel contrastare il rischio del contagio.

Quali sono i primi passi sui quali puntare in vista della cosiddetta fase 2 dell’emergenza coronavirus?

Al Governo abbiamo presentato le attese e le esigenze delle nostre Chiese, proponendo alcuni orientamenti per la ripresa delle celebrazioni liturgiche con la partecipazione dei fedeli, nel rispetto delle indicazioni sanitarie. Avvertiamo l’urgenza soprattutto di tornare ad accompagnare il momento del lutto: non ci si può rassegnare a una situazione in cui le persone scompaiono senza il calore della presenza dei familiari e senza il conforto dei sacramenti. Si sta consumando un dramma nel dramma, che si riflette nel dolore lancinante di chi rimane nel lutto e nel pianto.

Dal punto di vista pratico vi sono anche tutte le attività collaterali da riprendere, catechismo, preparazione ai sacramenti della confermazione e del matrimonio…

Con quella gradualità che ci viene imposta dalla situazione, i nostri Vescovi e le nostre comunità vi si stanno preparando. Nel frattempo, assicurano la loro disponibilità a chi è in prima linea nel combattere la pandemia – pensiamo alle 161 strutture offerte alla Protezione Civile, a medici e infermieri, a persone in quarantena o senza fissa dimora – e prossimità ai tanti che si stanno ritrovando drammaticamente impoveriti da un’emergenza che, da sanitaria, diventa economica e sociale.

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