Dopo case e chiese, ricostruire la vita pastorale dei cristiani in Iraq

Secondo Regina Lynch (ACS) servono ancora sale parrocchiali, catechesi per le famiglie, ma anche e aiuti per il Covid e posti di lavoro

Regina Lynch
Foto: ACS
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Dal 5 all´8 marzo Papa Francesco ha visitato l´Iraq, un paese dove i cristiani, specialmente quelli dei villaggi della Piana di Ninive, hanno sofferto molto a partire dall´invasione del gruppo islamista dello Stato Islamico, avvenuta nell´agosto del 2014. Riposte le bandierine nei cassetti e ripulite le strade dai coriandoli e dai manifesti di benvenuto per il Pontefice, quanto si è fatto e quando ancora rimane da fare per restituire un futuro ai cristiani dell´Iraq?

Lo abbiamo chiesto a Regina Lynch, direttrice del Dipartimento progetti presso la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che come membro del ROACO (Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali), ha preso parte allo storico viaggio apostolico del Santo Padre 

Qual è lo stato attuale della ricostruzione delle case e degli edifici ecclesiali in Iraq?

Aiuto alla Chiesa che Soffre è impegnata dal 2017 a riparare le case bruciate o danneggiate. E infatti, alla fine abbiamo riparato circa 2.800 case. Nel frattempo, quasi il 50% delle famiglie sono tornate nei loro villaggi. Questo dà un'idea di quante case siano state riparate. Ora siamo passati dalla riparazione delle case a ciò che ACN fa normalmente, ossia i progetti pastorali. Così, al momento, siamo molto impegnati a riparare chiese e conventi di suore, asili, ma anche sale comunitarie delle parrocchie, che sono molto importanti in Medio Oriente. È il luogo dove i cristiani si riuniscono per celebrare battesimi, matrimoni, anche funerali. Quindi in ogni parrocchia si trovano queste sale che hanno un ruolo molto importante.

Quali sono le organizzazioni che, insieme ad ACN, sono impegnate nella ricostruzione di case e chiese in Iraq?

Ci sono molte organizzazioni che aiutano nel nord dell'Iraq. Alcune organizzazioni sono cattoliche. Anche i governi stanno investendo denaro. Penso che, nel nostro lavoro, ci completiamo a vicenda. Mentre ACS si concentra su un aspetto gli altri sono concentrati su qualcos'altro. Una collaborazione importante da menzionare è quella con Malteser International, un’organizzazione che è arrivata dopo ACS per i progetti abitativi. Quando siamo usciti dal progetto delle case è subentrata l´organizzazione dei Malteser e hanno fatto un ottimo lavoro.

Ha detto che ci sono anche dei governi che aiutano l'Iraq. 

Per quanto ne so, il governo polacco e quello ungherese hanno fatto molto. Gli Stati Uniti hanno un programma di aiuti. E anche il governo tedesco è stato molto generoso nel lavorare attraverso Malteser International per i cristiani del nord dell'Iraq.

Cosa chiedono i vescovi dell'Iraq ad ACN e ad altre organizzazioni? In cosa hanno ancora bisogno di aiuto?

Beh, abbiamo ancora alcuni edifici ecclesiastici da completare. Al momento stiamo ricevendo richieste da parte delle chiese per aiutare preti e suore con la pandemia del covid. È ancora un problema molto grande lì. E poi, programmi per i giovani. L´Iraq ha una popolazione molto giovane. Abbiamo un progetto molto emozionante in questo momento. Per i prossimi quattro anni finanzieremo l'equivalente di 150 borse di studio per gli studenti dell'Università Cattolica di Erbil. Ho detto che è emozionante perché dal 2017abbiamo investito molto nella ricostruzione, quando i cristiani hanno cominciato a tornare. Ed era assolutamente necessario. Ed è ancora necessario per finire questi edifici. Ma penso che sia giunto il momento di investire nelle persone e soprattutto nei giovani, per dare loro una prospettiva di lavoro in futuro. Saranno insegnanti, architetti, ingegneri. C'è un piano per avere anche una facoltà di medicina all'università. È una grande speranza per loro. Ed è anche un posto dove non solo i giovani cristiani si riuniscono, ma ci sono anche studenti musulmani e yazidi. Così questi giovani imparano a superare i pregiudizi. Imparano la tolleranza reciproca. E questo è davvero ciò che Papa Francesco spera anche per il futuro della società in Iraq: abbattere le barriere e capire che le persone sono uguali. 

Pensa che la visita di Papa Francesco in Iraq influenzerà in qualche modo il sostegno che, soprattutto i paesi occidentali, hanno mostrato finora ai cristiani in Iraq?

Spero di sì. Ho detto che alcuni governi stanno aiutando, ma certamente non è abbastanza. C'è molto di più da fare con le infrastrutture, con la creazione di posti di lavoro. Ma ci sono ancora grandi problemi di sicurezza. Ci sono diverse milizie presenti sul territorio. Quindi penso che i governi occidentali abbiano un ruolo da svolgere, non solo finanziariamente, ma anche politicamente, per assicurare che ci sia stabilità in Iraq e in particolare per i cristiani del nord. Ed è qui che spererei che coloro che hanno influenza in Occidente possano avere un effetto sul governo. 

Cosa ha riportato a casa dal viaggio in Iraq?

Sono stata nella cattedrale Al-Tahira di Qaraqosh, che è stata in gran parte finanziata da ACS. La ristrutturazione è stata meravigliosa. È stato bello vedere quanto era felice la gente di riavere indietro la sua chiesa. Quella chiesa che lo Stato Islamico aveva dato alle fiamme. Lo Stato Islamico aveva detto che si sarebbe sbarazzato del cristianesimo in Iraq, e invece la gente è tornata. Ma c'è ancora molto da fare. Non dobbiamo pensare che ora sia finito e dobbiamo continuare a pregare per i cristiani iracheni affinché rimangano forti nella loro fede. Hanno bisogno di aiuto esterno per l'università, per i programmi di catechesi per le giovani famiglie e per gli edifici che ancora devono essere restaurati. 

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