Dopo il Papa in Armenia. “Dobbiamo ricostruire una generazione”

ingresso di Etchmiadzin
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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Quale è la sfida più grande per la Chiesa Apostolica? “Dobbiamo ricostruire una generazione”, risponde sicuro l’arcivescovo Khajag Barsamian, primate della Diocesi della Chiesa Armena di America. Impegnato da sempre nel dialogo ecumenico, figura di spicco della Chiesa apostolica armena, l’arcivescovo spera anche che la leadership di Papa Francesco lanci un segnalale al mondo, ed che la visita possa aiutare l’Armenia ad uscire da una situazione geopolitica difficile.

“La visita – racconta Barsamian ad ACI Stampa – è stata una grande opportunità per noi armeni di ringraziare Sua Santità per la sua leadership e per aver riconosciuto il nostro genocidio già lo scorso anno, alla Messa per i fedeli di rito armeno in Vaticano. Perché quando c’è una ferita, quella ferita deve essere sanata, con l’intesa che gli errori del passato non debbano essere ripetuti”.

E per questo – aggiunge Barsamiam – “la visita Papa potrebbe anche aiutare a guarire altre ferite che colpiscono il popolo armeno. Noi speriamo che questa visita abbia creato una nuova relazione tra Armenia e Turchia (le frontiere sono chiuse da metà degli anni Novanta) e tra Armenia e Azerbaigian. E sono molto felice che il Papa andrà anche in Georgia ed Azerbaigian: auspico che queste future visite possano giocare un ruolo nel riavvicinare queste nazioni già confinanti, e risolvere le ferite del passato. Perché quello che ancora succede alla frontiera, in particolare in Nagorno Karabach, è terribile: ci sono giovani soldati che vengono uccisi da entrambe le parti”.

Ma davvero l’Armenia ha bisogno del Papa? Risponde l’arcivescovo Barsamian che “l’Armenia è impegnata per la pace e anche nel tentativo di mantenere buone relazioni con la Turchia, per quanto so”.

Il dialogo però deve essere portato avanti anche a livello teologico. “Sono da molto tempo parte dei tavoli di dialogo ecumenico, il problema maggiore riguarda la posizione di Papa Francesco come capo della Chiesa universale. Ma al di là del punto di vista teologico, Papa Francesco vuole sviluppare soprattutto il tema dell’incontro”, dice l’arcivescovo Barsamian.

E corrobora questa idea con un aneddoto. “Lo scorso anno – racconta – prima della Messa per i fedeli di Rito Armeno del 12 aprile, il Papa ha offerto un pranzo nella Domus Sanctae Marthae ai due catholicoi, ai vescovi apostolici, a quanti erano venuti per la celebrazione. Si è parlato ovviamente anche del dialogo ecumenico, e abbiamo fatto notare al Santo Padre che c’erano buoni passi avanti. E il Papa ha detto che per lui la cosa più important era la preghiera insieme, il mostrarsi insieme in comunione”.

Per questo, il Papa non farà mosse istituzionali. “Penso che già le sue parole, il suo esempio di dormire a Echmiadzin come già aveva fatto San Giovanni Paolo II, la sua richiesta di intercessione dei Santi Martiri per tutti i cattolici, resteranno i suoi segni. Non ci sarà qualcosa di teologico a questo livello, né credo una iniziativa che cambi sostanzialmente l’esercizio del ministero petrino. Ma questi sono già grandi passi avanti”.

Soprattutto in un momento in cui la Chiesa apostolica deve affrontare una sfida grande. “Abbiamo perso – dice l’arcivescovo Barsamian – buona parte dei nostri vertici durante il genocidio, e poi durante la dominazione sovietica. Abbiamo solo 800 preti apostolici, ci sono nuovi seminari, ma il nuovo clero si sta ancora preparando. Speriamo che questa nuova generazione che si sta formando in Europa, anche insieme all’aiuto della Chiesa cattolica, possa portare avanti iniziative che facciano crescere le vocazioni. Il nostro obiettivo è rivitalizzare la tradizione della Chiesa attraverso la tradizione della Chiesa apostolica”.

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