Dopo Papa Francesco, a Sarajevo cosa resta?

Suor Mariana
Foto: Andrea Gagliarducci - Aci Stampa
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Ai giovani, Papa Francesco parlando a braccio ha detto di essere la speranza della martoriata terra di Bosnia. Il problema è che questa speranza tende sempre più a lasciare la Bosnia. Lo racconta la Caritas italiana, in un dossier distribuito alla vigilia del viaggio di Papa Francesco, che fa una fotografia impietosa della situazione in Bosnia Erzegovina. Una nazione che è rimasta cristallizzata, come se la guerra non fosse mai finita. Anche se c’è sempre la speranza che la visita di Papa Francesco abbia scosso le coscienze.

Ha questa speranza suor Mariana, Angelo del Bambino Gesù, una congregazione fondata a Sarajevo nel 1890 quasi contemporaneamente al momento in cui la Chiesa di Bosnia si era data una struttura regolare. Al termine del pranzo di Papa Francesco in nunziatura, è stata ammessa con altre consorelle a salutare il Papa. “Ho detto a Papa Francesco –racconta - io vivo questa giornata come se fosse il cielo che è sceso sulla terra a Sarajevo, su questa terra martire della Bosnia Erzegovina.”

Suor Mariana era qui durante la visita di Giovanni Paolo II, ed ha conosciuto Benedetto XVI, dato che ha partecipato al sinodo del 2008 sulla Parola di Dio. È stata a Sarajevo durante l’assedio, lunghissimo, delle forze serbe. Ed è anche lei consapevole che la situazione rischia di non sbloccarsi mai.

“La Bosnia Erzegovina è sempre stata una terra martire, durante tutti i secoli, dominio turco, dominio austro ungarico, dominio comunista. (…) Il dominio austro ungarico ha portato la cultura europea, ma è durato solo cento anni, ma il problema che abbiamo avuto in ex Jugoslavia sono stati 50 anni di comunismo, durante i quali tutto era negato, la presenza di Dio la pratica religiosa, sia per i musulmani che per noi cristiani. Eravamo oppressi, soprattutto la Chiesa cattolica.”

Dopo la guerra, “stiamo ancora provando a guarire le ferite, che sono state tante.” Suor Mariana cita la strage di Srebrenica, e proprio in questi giorni viene ricordata in una mostra a lato della Cattedrale. “Dal momento della guerra ad oggi – aggiunge Suor Mariana -  mi sembra che è stata fatta tanta strada la Bosnia non ha ancora trovato un equilibrio, bisogna trovare un modo che tutti gli uomini siano uguali, che tutti abbiano una dignità, e questo mi sembra molto difficile.”

E però la visita del Papa “è una di quelle cose che possono sbloccare la situazione, perché il Papa è stato accolto da tutta la popolazione. C’è un sentimento di gioia da parte di tutti, perché lo considerano il Papa di tutti, anche i musulmani…”

C’è poi il dato politico. Si sperava che il Papa mettesse una buona parola per l’ingresso della Bosnia Erzegovina in Europa, l’unico dato che potrebbe dare un po’ di crescita economica in un Paese i cui indici di sviluppo sono drammaticamente scesi negli ultimi anni.

Ma questo sarebbe solo un procrastinare un problema esistente. Perché il peccato originale è negli accordi di Dayton, che hanno sì posto fine alla guerra, ma non hanno costruito la pace. La Bosnia Erzegovina è un Paese con due identità nazionali, che a loro volta sono divise in piccole territorialità etniche. Per essere parte del governo, devi dirti musulmano, cattolico, o ortodosso, ovvero bosniaco, croato o musulmano, e questo non è piaciuto nemmeno all’Europa, che ha fatto notare come gli accordi violino i diritti umani, perché non c’è spazio né per le minoranze (ebrei, rom) né per quanti rifiutano di dichiarare un appartenenza etnica.

Quello che ha lasciato Papa Francesco è un Paese cristallizzato ai tempi della guerra, e che infatti vive la guerra come fosse presente, nonostante fossero passati già venti anni. Forse la testimonianza più bella è venuta dalla partecipazione alla Messa, il momento in cui tutti i popoli della Yugoslavia, arrivati in oltre 600 bus, si sono uniti insieme gioendo. E il pastorale rotto di Papa Francesco, e poi aggiustato, forse simboleggiava proprio quella nazione che si è rotta e che deve ancora essere riaggiustata. 

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