Ecco la diplomazia delle religioni che il Papa ha incontrato a Cipro

Si chiama Religious Track, ed è una iniziativa patrocinata dall’Ambasciata di Svezia. La responsabile Salpy Eskidijan Weiderud spiega di cosa si tratta

I partecipanti al Religious Track prima dell'incontro con il PApa a Nicosia. A sinistra, Salpy Weiderud
Foto: Religious Track
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C’è una diplomazia informale, eppure a volte più efficace di quella fatta dai diplomatici. È la cosiddetta second track diplomacy, la diplomazia del secondo binario, che lavora sul territorio, mettendo insieme le persone sulla base di valori comuni, come le religioni. A Cipro, questa diplomazia si è tramutata in una iniziativa, il Religious Track, che mette insieme tutte le confessioni religiose presenti nell’isola, l’ultima nazione europea ancora divisa da un muro.

Per quanto informale, l’iniziativa ha comunque un certo tipo di impatto, tanto che Papa Francesco ne ha voluto incontrare gli esponenti dopo la Messa con i migranti a Nicosia. Un incontro “breve, ma che ha dato ossigeno al lavoro che siamo facendo”, ha detto, parlando con ACI Stampa, Salpy Eskidijan Weiderud,  che dirige il Religious Track.

Cosa vi siete detti con Papa Francesco?

Ciascuno di noi è stato in grado di scambiare poche parole con lui, spiegandogli il suo lavoro e quello che faceva. Il Religious Track è nato 11 anni fa, ha avuto molte difficoltà. Dunque per noi, avere questo riconoscimento da parte di Papa Francesco, questa benedizione, ci ha dato l’ossigeno di cui avevamo bisogno.

Come nasce il Religious Track?

Nasce da un problema, che è nato con il piano Annan del 2004 per la riunificazione dell’isola. Avevano votato un gran numero di persone, e quello che avevamo notato è che la parte turco-cipriota aveva votato in maniera molto maggioritaria per il sì, mentre la parte greco-cipriota aveva votato in maniera maggioritaria per il no. E ci siamo resi conto che i membri delle Chiese di Cipro avevano votato no. Quando ne abbiamo chiesto la ragione, ci hanno risposto che prima di tutto non erano stati consultati, che avevano a cuore il tema della libertà religiosa, e che temevano che l’accordo di pace non avrebbe avuto esiti, perché non era stata cercata riconciliazione e guarigione. Da lì, abbiamo pensato che un tavolo per far parlare i leader religiosi tra loro sarebbe stato necessario, altrimenti non ci sarebbe stato mai un accordo di pace.

Quali sono stati i principali problemi?

I leader religiosi non si conoscevano tra loro, non si erano mai incontrati. Il mio lavoro è stato quello di farli conoscere l’un l’altro, di cominciare un percorso in cui gradualmente potessero prendere coscienza delle altre realtà. E parlando con loro, ho compreso anche perché le Nazioni Unite non avessero toccato prima la questione delle religioni. Non hanno mai compreso che le religioni potevano essere parte del processo di pace.

Come mai la Svezia ha preso in carico questo processo?

Non è stata la Svezia a prendere in carico il processo, ma è stato il Religious Track a scegliere la Svezia. C’era bisogno di essere in un certo processo internazionale, le Nazioni Unite non erano il luogo adeguato. Tra tutte le nazioni, a parte il fatto che io sia svedese, la Svezia era una nazione perfetta: non è un potere coloniale e dunque non ha interessi di alcun tipo nel processo di pace di nazioni terze, e in più ha una forte base nei diritti umani internazionali. Abbiamo proposto di fare il primo incontro del Religious Track nella residenza dell’ambasciata svedese, e così tutto è nato. Inutile dire che sono felici del processo che è stato portato avanti da allora.

Quali sono i più grandi risultati avuti in questi dieci anni?

Oggi, le religioni sono fianco a fianco, e difendono le une i diritti delle altre. Se qualcuno di loro ha un problema, viene appoggiato dagli altri. C’è compassione, c’è empatia. Credo che umilmente dobbiamo dire che il solo fatto che ora parlino ad una voce è un grade risultato. Si rendono conto che la divisione dell’isola è solo politica, ma non riguarda le religioni.

E ora che sfide vi aspettano?

Cipro è uno dei posti nel Medio Oriente dove i cristiani sono la maggioranza, e così se siamo in grado di decidere che possiamo coesistere non solo culturalmente, ma anche rispettandoci l’un l’altro, allora si possono fare grandi cose. A noi spetta il compito di spiegare le identità delle persone e l’importanza che la religione ha per queste identità. Quando si passa il checkpoint, si può andare ovunque e nessuno ti controlla. Se vuoi andare in una chiesa dell’altro lato a pregare, invece, devi chiedere il permesso.

Cosa spera per il futuro?

Voglio che questo dialogo non si fermi. Il riconoscimento del Papa lo può solidificare, può aiutarci a rendere la situazione più solida. È importante difendere e promuovere il diritto al culto e il diritto all’accesso ai luoghi di culto, e spero che le varie confessioni siano in grado di viverlo insieme come un obiettivo comune.

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